Action to Inhabit, Transformation to Discover: Elena Bellantoni

Elena Bellantoni, Ich bin..

 Il tracciato nomade, per quanto segua delle piste o degli itinerari rituali, non ha funzione del percorso sedentario che consiste nel distribuire agli uomini uno spazio chiuso, assegnando a ciascuno la propria parte, e regolandone la comunicazione tra le parti. Il tracciato nomade fa esattamente il contrario, distribuisce gli uomini in uno spazio aperto, indefinito, non comunicante.

Gille Deleuze e Félix Guattari, Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, 1980

Intervista a Elena Bellantoni

Chi sei?
Mi chiamo Elena Bellantoni, sono un’artista visiva. Da sette anni vivo e lavoro tra Roma e Berlino dove nel 2008, insieme a Marco Giani, ho fondato 91mQ, un project space creato con l’obiettivo di esplorare l’interrelazione tra attività culturali e comunità diverse. La mia identità – che definisco nomade – si inserisce perfettamente nel contesto multietnico berlinese: il continuo rapportarsi e “muoversi” di cultura in cultura consente di pensare, approfondire, produrre per sperimentare e crescere artisticamente.

Cosa fai?
Lavoro principalmente con il video che spesso accompagno con disegni, collage, foto e storyboard preparatori. Il leit motiv della mia ricerca interessa in particolare il tema e la definizione di identità in rapporto allo spazio, al territorio che attraverso, alle relazioni che instauro. Con uno sguardo ironico, grottesco e a volte drammatico, creo delle narrazioni; come un’archeologa-investigatrice ricostruisco il tessuto emotivo dei luoghi in cui mi trovo a lavorare: vado alla ricerca di tracce e segni sui quali incido, tramite l’immagine in movimento, nuovi possibili scenari.

Da quanto lo fai?/Come hai cominciato?
Lavoro a tempo pieno, sono ossessionata dalla mia ricerca. Per esistere devo creare: la mia esistenza è comprovata da quel foglio, tavolo, immagine o nuova destinazione che danno vita al mio lavoro.
Ho studiato a Roma, dove ho conseguito una laurea in Arte Contemporanea a l’università La Sapienza. Dopo qualche mese trascorso all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi e all’Edinburgh College of Art, mi sono trasferita a Londra. Qui ho frequentato per un breve periodo la Central Saint Martins College of Arts and Design, per poi ottenere un MFA in Visual Art presso il Wimbledon College of Art. Il passo successivo è stato iniziare a fare mostre in Europa. Ho vinto una borsa del GAI (Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani, ndr) nel 2009 per un progetto in Cile; ho partecipato a residenze e mostre a Beirut, Atene, Santiago e Berlino. In particolare, nel 2012 ho vinto un bando per la realizzazione della mostra In Other Words curata da Paz Guevara e Elena Agudio alla Kunstraum Kreuzberg Bethanien di Berlino. La mia ultima personale è Looking for E.B. alla Galleria Muratcentoventidue a Bari, curata da Eleonora Farina.

Dove lavori? Perché vivi nella realtà in cui vivi?
Lavoro tra Roma e Berlino. Non sono né romana né berlinese, o forse sono il risultato di queste due realtà. La mia famiglia è calabrese ma non ho l’accento meridionale, tuttavia porto i colori del Sud nei miei occhi e nel mio temperamento. Spostarmi dai miei luoghi d’origine significa essere me stessa, mi piace citare a proposito Rosi Braidotti, «nomade è un verbo, un processo attraverso il quale tracciamo molteplici trasformazioni e molteplici modi di appartenenza, ognuno dipendente dal posto in cui ci troviamo e dal modo in cui cresciamo. Insomma, dobbiamo tracciare cartografie alternative delle nostre soggettività non-unitarie, così da poterci liberare dell’idea che possano esistere soggetti completamente unitari, che appartengono a un solo luogo.»

Perché lo fai? Quali sono i tuoi obiettivi?
L’atto creativo è per me un atto esistenziale. Penso che in realtà le immagini che produciamo siano già tutte dentro di noi. Il mio obiettivo è tirarle fuori, dar loro una forma: è un po’ come calarsi in un pozzo e uscirne appesa a un secchio pieno d’acqua!
Penso che un lavoro funzioni nel momento in cui l’immaginazione corrisponde alla realtà, succede a volte che quest’ultima la superi. È il caso del mio ultimo progetto Hala Yella, addio/adios (2012/2013) che ruota intorno alle nozioni di identità, linguaggio, traduzione.
Durante i due mesi di residenza in Cile, ho effettuato un lungo viaggio fino a Capo Horn per realizzare un lavoro su e in collaborazione con Cristina Calderon, l’ultima donna al mondo dell’antichissima stirpe Yagan.
Era da tempo che avevo in mente tale idea, mai mi sarei aspettata di sperimentare quello che ho vissuto: ho messo in atto un dispositivo di volontà che ha reso possibile tutto questo. L’ho pensato, immaginato, sono partita, ho iniziato a cercare l’abuela Cristina, ho scritto l’Abecedario, sono salpata in nave per il Sur. Dico che ha la realtà ha superato la mia immaginazione perchè questo lavoro mi ha messa alla prova – anche fisicamente – e l’incontro con questa donna al final del mundo mi ha segnato, “attraversato”.

Cosa non ti piace?
Non c’è qualcosa che non mi piace, il mio stile di vita è quello che più mi appartiene perché mi aderisce addosso. Quello di cui a volte soffro è il sistema dell’Arte che percepisco in alcune occasioni un po’ chiuso e basato troppo spesso su regole di mercato. Credo che riuscire a navigare in questo mare mantenendo chiara la rotta sia la sfida più importante per me.

 

Carmen Stolfi

Elena Bellantoni, Tent_Action, Santiago del Chile 2009, video mini dv 15min60sec, video still

Elena Bellantoni, Tent_Action, Santiago del Chile 2009, video mini dv 15min60sec, video still

Elena Bellantoni, Hala Yella, Patagonia 2012-2013, Video Full HD (work in progress), video still

Elena Bellantoni, Hala Yella, Patagonia 2012-2013, Video Full HD (work in progress), video still

Elena Bellantoni, Ich bin..

Elena Bellantoni, Ich bin…du bist, Germania/Italia, 5′, 2010

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