Eredità taiwanesi. Wu Tien-chang a Venezia

Wu Tien-chang, Our Hearts Beat as One, light box installation, 240x343,2 cm, Taipei, 2001-2015

 Sono già centinaia i ricordi nel mio cuore di forestiero,
è ancora lunga migliaia di lì la strada del mio viaggio solitario.
Il fiume si oscura: sta per piovere;
Le onde si fanno bianche: comincia a tirare vento.
He Xun, Salutandoci.

Never Say Goodbye, esposizione personale dell’artista taiwanese Wu Tien-chang in occasione della 56esima edizione della Biennale di Venezia, dispiega dinanzi allo sguardo dello spettatore una sontuosa e decadente polifonia di suggestioni, una pluralità d’impressioni destinate sia a investire la percezione sensoriale sia a sollecitare una riflessione di carattere universalistico che trascende e dissolve il commento sociale, presente nell’iconografia dell’artista, in un’intimistica meditazione che coinvolge l’incapacità di abbandonare il passato, l’anelito verso una forma perfetta e pura di amore. Questa tendenza dualistica è sintomatica di una cultura, quella di Taiwan, intrinsecamente priva di un’identità unitaria e incline ad accogliere e integrare con le proprie credenze e usanze di matrice cinese, giapponese e persino americana, retaggio di una lunga storia di occupazione di cui è da sempre stata protagonista l’isola.

L’esposizione di Wu Tien-chang, formatosi nella città portuale di Keelung e alimentatosi fin da bambino di una cultura fortemente multietnica, si articola in cinque opere, tre video installations e due light box installations, che dialogano a livello ideologico con lo spazio melancolico e pervasivamente inquietante del Palazzo delle Prigioni in cui i fantasmi veneziani e quelli evocati dalla credenze popolari taiwanesi sembrano interagire e fondersi in un’innegabile aura di decadenza che aleggia intorno ai protagonisti dei lavori di Wu. Un immaginario, quello dell’artista orientale, che si nutre di elementi in opposizione dialettica: da una parte un profondo senso della teatralità, che affonda le radici nella cultura popolare taiwanese ricca di sedicenti maghi e di commedianti che si esibiscono per le strade, che emerge dall’uso di materiali di scena e dall’apparenza fortemente artificiale di cui l’artista ammanta i suoi personaggi (lugubre, fino a essere struggente l’espressione dei soggetti di Blind Men Groping Down the Lane), dall’altra l’analisi spietata di un’ancestrale angoscia che attanaglia i personaggi di Wu, riccamente ornati, accompagnati nel loro incedere da melodie allegre e vestiti di sorrisi spensierati, emblema di un’umanità che nasconde dietro una maschera grottesca un’atavica incapacità di volgere le spalle al passato.

Un passato che conosce diverse declinazioni: in Farewell, Spring and Autumn Pavilions è il motivo che impedisce al marinaio di evolvere, tenendo sadicamente fermo allo stesso punto nonostante i tentativi di procedere, è un passato che si traduce nelle lacrime che turbano il volto privo d’imperfezioni della giovane protagonista di Beloved, fasciata in una tuta Sadomaso che contrasta fortemente con il suo volto innocente. I personaggi spettrali del grandioso affresco messo in scena da Wu, risultano in definitiva spersonalizzati, stereotipati, ridotti a meri burattini di uno spettacolo che, ricorrendo a una sorta di ritualità, elimina sentimenti e individualità dei suoi attori.

Le primarie fonti d’ispirazione dell’artista sono varie e molteplici: sono da rintracciare nella cultura ancestrale e nella genuina fede nella vita che mostrano senza riserve gli abitanti di Taiwan, come nelle subculture urbane che si appropriano di un’estetica kitsch dall’impatto visivo fortemente riconoscibile, senza dimenticare l’attenzione riconosciuta a quel complesso di credenze religiose marcatamente spiritualistiche, che regolano il comportamento umano nei confronti di esseri metafisici e immateriali. Ricca, sensuale e voluttuosa, Never Say Goodbye enfatizza la labilità dei confini tra Oriente e Occidente, in una Taiwan fortemente influenzata dalla presenza americana durante la guerra fredda, tra vita e morte, tra la realtà da noi percepita come autentica e la sua ricostruzione artificiale in cui si stagliano, magnifici e grotteschi, simulacri della figura umana, quegli spiriti defunti che, secondo la credenza taiwanese, dopo aver assaporato il Tè della Dimenticanza, attendono di entrare nel prossimo ciclo di reincarnazione.

Wu Tien-chang: Never Say Goodbye
9 Maggio-22 Novembre 2015
Palazzo delle Prigioni \\ Castello 4209
San Marco Venezia

Wu Tien-chang, Our Hearts Beat as One, light box installation, 240x343,2 cm, Taipei, 2001-2015

Wu Tien-chang, Our Hearts Beat as One, light box installation, 240×343,2 cm, Taipei, 2001-2015

Wu Tien-chang, Blind Men Groping Down the Lane, light box installation, 240x478 cm, Taipei, 2008-2015

Wu Tien-chang, Blind Men Groping Down the Lane, light box installation, 240×478 cm, Taipei, 2008-2015

Wu Tien-chang, Farewell, Spring and Autumn Pavilions, video installation, 4’10’’, Taipei, 2015

Wu Tien-chang, Farewell, Spring and Autumn Pavilions, video installation, 4’10’’, Taipei, 2015

Wu Tien-chang, Beloved, video installation, 3’11’’, Taipei, 2013-2015

Wu Tien-chang, Beloved, video installation, 3’11’’, Taipei, 2013-2015

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