Estetica e pessimismo sociale: un antidoto ai fast food dell’arte engagé

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L’arte nell’epoca della sua dissoluzione è allo stesso tempo un’arte del cambiamento e l’espressione pura del cambiamento impossibile.”
Guy Debord, La società dello spettacolo

Interrogarsi sul ruolo dell’arte è un topos inevitabile per un’artista che viva nel suo presente. Henrik Plenge Jakobson, danese attivo a Copenhagen, nella sua ricerca ha sperimentato media e forme differenti: performance e arte pubblica, installazioni, scultura, video, muovendo da un atteggiamento di trasgressiva critica sociale a un pessimismo decostruttivo, diverso dall’artivismo proprio dei collettivi suoi connazionali N55 e Superflex. Interessato osservatore e attore partecipe di quello che Claire Bishop ha definito il social turn nell’arte degli anni Novanta [1], ha perseguito forme di un’arte nello spazio pubblico e della partecipazione, facendosi promotore di seminari quale Social Plastic (Royal Danish Academy of Art, 1995). Si è però in seguito allontanato da queste esperienze, che lo avevano visto in un primo momento addirittura esporre nella mostra-manifesto curata da Nicolas Bourriaud Traffic (1996). Con una posizione critica nei confronti della facile e mistificante idea di “arte relazionale” del curatore francese, chiusa entro il mondo dell’arte e lontana dalle conflittualità proprie della società reale, e con una riflessione sulle eredità delle prime avanguardie, di Fluxus e del Situazionismo, del pensiero marxista e degli sviluppi di comunismo e capitalismo in Europa orientale e occidentale, Henrik Plenge Jakobsen si riappropria dello spazio dell’arte come realtà immaginifica e immaginaria, come spazio fittizio della speculazione estetica, ma non avulso dalla realtà. La sua posizione non è elitaria, ma nemmeno promotrice di un’arte per tutti (disilluso obiettivo di Fluxus e mercato dell’entertainment di una certa politica culturale di oggi), di un’arte che diventa facilmente strumento delle amministrazioni e della politica, e del capitalismo che vuole l’arte pubblica come mezzo di gentrificazione. Questo lo porta ad affermare:

Solitamente credo che uno possa scegliere tra entrare nel mercato di un’arte collegata a fini e orientata a servizi, ed entrare nel mercato dell’arte speculativa, il sistema delle gallerie e ciò che ne consegue. Tuttavia, deve esserci un qualche atteggiamento che non verte su alternative strutturali, una posizione nella quale uno è nel mondo, mentre allo stesso tempo mantiene un massimo di integrità artistica. Forse è qui che qualcosa può accadere [2].

L’arte dunque non come servizio, come ottimistica volontà di trasformazione sociale dell’arte pubblica o come utopistica sovversione Situazionista, ma neanche l’Arte come gabbia dorata dell’estetica o come merce compiacente di fiere e gallerie. Dove posizionarsi dunque? La risposta di Henrik Plenge Jakobsen risiede in un pessimismo che crede nell’impossibilità del cambiamento ma che non rinuncia alla critica della società attuale capitalistica, in una ricerca che perseguendo un linguaggio artistico sappia evidenziare zone d’ombra e porre elementi disturbanti (come Watchtower, 2001).

Allo Space 4235 di Genova, Henrik Plenge Jakobsen presenta un estratto di Littorina Littorea, una serie di sei cortometraggi, un lavoro sul linguaggio che suggerisce misteriose ritualità senza tempo, perse in epoche arcaiche. Si tratta di un lavoro che riflette sul linguaggio del cinema, realizzato con metodi analogici usando una pellicola 16 mm e girato nel 2011 sulle isole del mar Baltico. Littorina Littorea è la denominazione di una lumaca di mare vissuta in epoche antichissime, che ha dato il nome a uno stadio precedente del mar Baltico, il mare Littorina. Le immagini di Henrik sono impregnate di storia, evocano il ruolo del Baltico nel passato e un senso del mito, ma mantengono un livello di allusività, evitando inutili didascalismi e trasmettendo un’aura di mistero e d’intima e arcaica connessione con la natura. Le riprese mute in bianco e nero restituiscono la poesia del paesaggio delle coste nordiche, dove la presenza umana impegnata in misteriosi gesti rituali appare come l’isolata figura immersa nel sublime della grandezza della natura, in un intreccio di riferimenti alla storia dell’arte e del cinema.

[1] Bishop, C., Artificial hells. Participatory art and the politics of spectatorship, Verso, London, New York, 2012, p. 195.
[2] Henrik Plenge Jakobsen interviewed by Lars Bang Larsen, Negation and Con Amore : Art at the Crossroads, Copenhaghen 2005.

Littorina Littorea ~ Henrik Plenge Jakobsen
Dal 28 maggio al 13 agosto 2016
SPACE 4235, via Goito 8 – 16122 Genova
Orari: su appuntamento
Info: +39/392/1684292, space4235@gmail.com, www.space4235.com

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Henrik Plenge Jakobsen, Littorina Littorea, Lilla Karlsö, 2011, still da video, courtesy Henrik Plenge Jakobsen e space4235

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Henrik Plenge Jakobsen, Littorina Littorea, Lilla Karlsö, 2011, still da video, courtesy Henrik Plenge Jakobsen e space4235

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Henrik Plenge Jakobsen, Littorina Littorea, Lilla Karlsö, 2011, still da video, courtesy Henrik Plenge Jakobsen e space4235

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Henrik Plenge Jakobsen, Littorina Littorea, Lilla Karlsö, 2011, still da video, courtesy Henrik Plenge Jakobsen e space4235

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