Etnografia psichedelica. In conversazione con Ben Russell

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La macchina da presa si muove attenta, nella profondità umida della giungla Surinamese: cattura il gioco di un nascondino mitico, interpretato da giovani Tiresia. In “HE WHO EATS CHILDREN” la metafora dell’occhio riaffiora costantemente: occhiale dello Straniero e della sua Scienza, occhio cieco di chi sa osservare il passato e il futuro, maschera senza sguardo dell’Altro da Sè, lente sapiente e indagatrice del Cinema. Il lavoro di Ben Russell si poggia tra le intercapedini dei confini, sospeso in una temporalità transitoria, nella continua tensione di creare un ponte tra mondi sospesi. Questo ponte è la soggettività dalla quale non possiamo scappare, perpetuando la condizione tragica di estraneità dall’Altro. Possiamo, però, sempre perderci alla ricerca di noi stessi.

I tuoi lavori attingono elementi dall’etnografia e dal Surrealismo, tu li hai definiti “etnografia psichedelica”. Puoi descriverci meglio questa espressione?
Ho coniato il termine “etnografia psichedelica” qualche anno fa – inizialmente per capire il tipo di lavoro che stavo facendo e successivamente come modo per articolare un approccio. Penso a questo concetto come a un mezzo, e non necessariamente come un fine. A un livello base, esso coinvolge l’associazione di due indagini apparentemente opposte che sono entrambe, nella loro essenza, un modo di comprendere il Sé – così da produrre un terzo elemento che aderisca al meglio di ciascuna. L’elemento psichedelico offre la possibilità di una gioia/terrore radicale, nella forma di venirne sopraffatti, e di perdersi – un possibile esito per la ricerca soggettiva della comprensione di sé stessi. L’etnografia, al suo apice, forza una prospettiva critica sul potere e sulle politiche della rappresentazione, nel tentativo di vedere oggettivamente gli altri esseri umani in modo da vedere riflesso il proprio sé. Il fallimento di ciascuna indagine induce a un approccio miope da un lato, e dei limiti veramente reali alla Conoscenza degli altri, dall’altro – può essere riconosciuto e produttivamente mobilitato, fino a che gli altri non determinino il fallimento di ciò che diventa una approccio sincretico alla comprensione e alla rappresentazione (e/o travisamento).

A tuo parere, permane la pesante eredità dello sguardo colonizzatore (che, ad esempio, nei primi decenni del cinema trattava i temi dell’Esotico e del Selvaggio)? Che ruolo ha l’elemento onirico? Distraente, rispetto a un’ancora persistente volontà di dominio, o pacificatore?
Io credo che il tema dell’Esotico sia un costrutto che sarà per sempre utile a coloro che detengono il potere; e che la piattezza del cinema abbia reso i soggetti vivi congelate, e necessariamente superficiali, rappresentazioni. Nel momento in cui il cinema ha guadagnato profondità – emozionale, politica, post-coloniale – , e noi abbiamo allenato noi stessi a essere percettivi, abbiamo iniziato a vedere la letterale superficialità dell’Esotico e a smontarlo, ma il marchio probabilmente rimarrà per sempre. I guaritori Sangoma della Costa Selvaggia del Sud Africa credono che sognare sia predittivo – che la visione notturna precede, e determina, l’evento. Il giorno segue la notte, la coscienza è letta come il segno dell’inconscio. Vale a dire: quando saremo abili nel creare un cinema che determina il mondo, tutte queste domande avranno risposta. 

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Ben Russell, Greetings to the Ancestors, 2015

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Ben Russell, Greetings to the Ancestors
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Ben Russell, He who eats children, 2016

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Ben Russell, He who eats children, 2016

Ricorrono i temi del sogno e del misticismo. Che cos’è per te magia? Dove si colloca il cinema tra il reale e l’onirico?
L’entusiasmo Surrealista per il cinema ha a che fare con la sua speculare relazione con lo sconcertante, con il mondo dei sogni, con l’allucinazione cosciente. Date le giuste condizioni, il cinema opera come in un sogno – il tempo si ferma e torna indietro su sé stesso; la casualità è gestuale, la narrazione rimossa dal suo significato. La possibilità per il cinema di essere “immagine prima del sogno”, di produrre mondi temporanei, è ciò che mi ha attirato fin dall’inizio – ed è ancora una delle ragioni principali per cui io faccio immagini-nel tempo (temporali), perché i miei soggetti mi attirano incessantemente in un mondo nel quale la divinazione, l’animismo, gli stati di trance, le personificazioni sono parte del quotidiano. Questo e un ponte tra mondi – un medium che è anche un medium, una proiezione che è il tipo più vitale di illusionismo. Questa è magia, sicuramente.

In “GREETINGS FROM THE ANCESTORS” sviluppi un’indagine sui confini, tra presente e passato, tra vita e morte. Dov’è, per te, il confine con la sacralità?
Non sono molto credente, chissà perché – Immagino me stesso come un pragmatista, in quanto il mio pragmatismo mi permette di accettare tutto ciò che è creduto. La Sacralità ci dentro, come fanno il Tempo e la Morte – e certamente anche la Vita. L’unico confine che conosco è ciò che giace tra la Vita e la Morte, tra l’Essere Vivo e l’Essere Morto. Ogni altra linea o limite sono semplici costrutti – il tempo è relativo, il presente è semplicemente un’accumulazione di passati nei quali il futuro è sempre in arrivo. Da nessuna parte questa relatività è evidente come nello spazio del cinema, dove il tempo diventa malleabile ed espansivo.

Il tuo ultimo lavoro è “HE WHO EATS CHILDREN”. Mi sembra che emerga il tema, importante, dell’Altro: come Straniero, come Maschera, come Alter-ego. Ce ne puoi parlare.
Dopo aver passato 15 anni facendo film con i Saramacchiani in Suriname, era importante slittare un po’ il quadro – per creare uno spazio di cinema nel quale la gente dalla pelle chiara potesse essere altrettanto apparentemente straniera come la gente dalla pelle scura, nel quale la gioia e la terribile condizione dell’Essere Umano fosse posta al centro. Il mio soggetto è, chiaramente, una sorta di controfigura / sostituto di me stesso, della mia esperienza personale in Suriname – indosso una maschera di me stesso, e ne propongo una versione diversa, brevemente catturato in una trama intricata di storie, dalle quali parte la mia, ancora una volta.

Ricollegandoci a questo tema, come vivi questo Altro nel presente? Sia negli Usa sia in Europa, dove attualmente vivi, è di scottante attualità.
Ho iniziato a comprendere l’Altro attraverso una cornice post -coloniale che lo definisce, piuttosto semplicisticamente, come qualcuno che non è me. Questa nozione implica noi tutti – come la crisi della coscienza, della singolarità – che siamo intrappolati nella nostra soggettività, incapaci di fare esperienza di una vita che non sia la nostra. Da questa definizione, Essere Straniero o Essere Altro non è una funzione del colore della pelle o della nazionalità – è una condizione dell’Essere Umano, rispetto alla quale soffriamo.

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