False identità, dalla Commedia dell’Arte al free-lancer. Intervista a Corin Sworn

Corin Sworn Silent Sticks veduta della mostra / exhibition view  Collezione Maramotti, Reggio Emilia Ph. Dario Lasagni

Vincitrice della quinta edizione del Max Mara Art Prize for Women, Corin Sworn ha recentemente presentato il suo progetto conclusivo di residenza, Silent Sticks, alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia, in mostra fino al 28 febbraio 2016. Interessata alla creazione di storie che intrecciano memoria storica e racconti folkloristici, l’artista con base a Glasgow è stata incuriosita dai personaggi della Commedia dell’Arte, presentando un’ampia installazione con costumi, oggetti di scena, elementi sonori e video. L’abbiamo incontrata per approfondire l’origine di quest’interesse e la sua chiave di lettura nella contemporaneità.

Come hai scoperto e sviluppato il tuo interesse per la Commedia dell’Arte e in che modo hai affrontato un discorso sull’identità culturale in un sistema a scala globale?
Ciò che m’interessa della Commedia dell’Arte è come una forma d’arte basata sul linguaggio e con ordini specificatamente linguistici, sia stata capace di diffondersi in diversi paesi, come in Francia e in Spagna. Poi ho capito che c’erano anche molti linguaggi diversi a seconda dei personaggi che recitavano in scena. Non so se sono riuscita a trovare questa risposta perché tutto mi affascina ancora molto.

Silent Sitcks è stata esposta anche alla Whitechapel Gallery, prima che alla Collezione Maramotti, come’è cambiata la percezione dell’opera tra i due spazi? Inoltre, è possibile creare una connessione tra gli oggetti e i luoghi nei quali sono stati esposti?
Penso che le installazioni si percepiscano diversamente a seconda dei luoghi perché creano un atmosfera e un dialogo con lo spettatore. Non penso sia possibile identificare nessuna perfetta location per gli oggetti e le sculture.

A volte usi oggetti veri come oggetti di scena, nel caso delle bottiglie per esempio, mentre altre volte oggetti falsificati, per esempio il formaggio di plastica che rappresenta un vero formaggio. Qual è la differenza nell’uso degli uni e degli altri?
Tutti gli oggetti che si vedono sono presi dalla lista degli oggetti di scena nello Scenarios of the Commedia Dell’Arte di Flaminio Scala. Ho pensato che una delle caratteristiche più interessanti di questi oggetti fosse proprio quella di poter viaggiare assieme agli attori, più facilmente nel caso di quelli piccoli con più complessità nel caso di oggetti più ingombranti. Ero interessata all’uso degli oggetti nel tempo e al significato, in alcuni casi diverso, che hanno assunto nel tempo, nell’identificare determinati periodi. Alcune volte gli oggetti funzionano per designare se stessi, altre volte e più in generale la categoria. Volevo trovare “l’idea di un tempo”, in generale, piuttosto che di un oggetto specifico.

Le voci degli attori che si sentono recitare nell’installazione sono sempre legate a questa lista di oggetti oppure no?
No, una delle cose che ho molto amato dello Scenarios of the Commedia Dell’Arte, è che molte volte questi oggetti vengono messi sottosopra per assumere nuove identità. Questo periodo nello specifico è l’inizio del teatro del rinascimento, dove i personaggi provengono dalla vita vera, sono quasi degli stereotipi. È la prima volta che ci sono così tanti personaggi sul palco, c’è una flessibilità dell’identità e una scoperta dell’identità sbagliata… Quando ho scoperto la storia di Martin Guerre, tratta dalla storia vera di un impostore, mi sembrava rappresentasse bene un periodo nel quale verità storica e folklore si avvicinano e allontanano reciprocamente.

Hai parlato della falsa identità o della figura dell’acrobata come metafora della situazione contemporanea per molti giovani che sono sempre in bilico e faticano a trovare una stabilità, soprattutto lavorativa…
L’immagine alla quale pensavo era proprio quella del performer che deve impersonare diversi ruoli come metafora del lavoratore free-lance. Non so bene come sia la situazione in Italia ma in Gran Bretagna nell’ambito artistico sono moltissimi i lavoratori non dipendenti che devono fare mille diversi lavori, ogni volta performano quello che possono fare. Se fossi davvero cinica, direi che sono come degli impiegati impostori, cioè non sono pagati ma gli è richiesto che lavorino come degli impiegati. Ma non sono sicura di aver perfettamente capito l’idea dell’impostore… non penso che ci sia una perfetta menzogna ma una scala di verità, come nella storia di Marcel Guerre nella quale si scopre che alla fine il marito fittizio era molto meglio di quello vero.

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Corin Sworn, Silent Sticks, Exhibition View. Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Ph. Dario Lasagni

Corin Sworn Silent Sticks veduta della mostra / exhibition view Collezione Maramotti, Reggio Emilia Ph. Dario Lasagni

Corin Sworn, Silent Sticks, Exhibition View. Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Ph. Dario Lasagni

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Corin Sworn, Silent Sticks, Exhibition View. Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Ph. Dario Lasagni
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Corin Sworn, Silent Sticks, Exhibition View. Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Ph. Dario Lasagni
 
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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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