Fiction is a Terrible Enemy. Will Benedict

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Fiction is a Terrible Enemy è la personale del californiano Will Benedict, organizzata a Roma da Fondazione Giuliani – in mostra fino allo scorso 8 aprile. Il filo conduttore delle opere, fra video, gouache, e poster, è un’indagine sul rapporto tra realtà e finzione, una riflessione sulla pericolosità delle storie che ci si racconta per vivere sereni.

Il titolo prende spunto da una profonda critica alla politica di Trump, quando all’indomani delle elezioni l’ufficio stampa del Presidente esordiva con la frase “We have alternative facts”, accusando i media di giocare al ribasso sul numero effettivo dei partecipanti alla cerimonia e dichiarando la più grande mobilitazione di tutti i tempi. L’aneddoto descrive chiaramente il modus operandi dell’attuale amministrazione statunitense: l’alternativa ai fatti è la fiction. Solo un anno prima, Trump si era definito un candidato Law & Order citando, per i più giovani, una famosa serie televisiva, ma in realtà appropriandosi di una celebre frase del repubblicano Nixon, pronunciata durante la sua campagna elettorale alla fine degli anni Sessanta. Con il titolo Fiction is a Terrible Enemy l’artista vuole quindi fare riferimento al ruolo della finzione nel racconto di realtà del nuovo governo americano, strategia politica per esercitare sempre più potere e influenza sulle masse.

Il percorso espositivo inizia con la proiezione in anteprima del nuovo video musicale realizzato per i Wolf Eyes, Enemy Ladder (2017), tratto dall’album I AM A PROBLEM, e contenente una selezione di clip raccolte negli anni precedenti. I film di Will Benedict si rifanno spesso a formule codificate di giornalismo tecnicamente riconoscibili, ma il modo in cui queste si ibridano con aspetti parodistici di una realtà parallela, o con un futuro fantascientifico, produce un effetto di straniamento e causa un inaspettato sguardo narcisistico. Tramite un loop ipnotico, l’artista spinge a guardarsi allo specchio e a ridere di se stessi, invitando l’osservatore a scomporre la realtà in cui è immerso e a provarne disgusto, come nel caso di The Bed That Eats (2015) in cui, il candido letto, cornice di tanti elegantissimi #sundaymorning, postati da food e fashion blogger, si trasforma in una creatura immonda. Il lusso del B&B, lasciato al suo destino, diventa accattonaggio, degrado e persino liquame. Queste immagini, associate alla gigantesca golden “M” della nota catena di fast food, costituiscono chiaramente una denuncia all’epoca del consumismo, e alla bulimia inarrestabile che il sistema ha prodotto.

Attraverso un breve intermezzo di gouache si riacquista una dimensione più contemplativa e distanza dall’opera, anche se l’approccio alla sovrapposizione ibrida non svanisce proponendo una stratificazione orizzontale di livelli di osservazione, come canali emessi contemporaneamente. Nell’illustrazione Untitled (2014), per esempio, l’artista cerca di catturare il movimento del corpo umano, restituendo all’osservatore l’immagine di un uomo di spalle quasi a grandezza naturale, che in realtà rimanda – per la prospettiva scelta e la cornice di vetro e alluminio – allo sguardo-spia di una Street View o di qualche telecamera di sorveglianza. Il concetto di “altro”, invece, è alla base dei video prodotti per l’album I AM A PROBLEM della band post industrial/noise, Wolf Eyes, film legati a questioni di attualità quali, terrorismo, immigrazione, protezionismo e ridefinizione dei confini geopolitici. In Enemy Ladder (2017) – secondo lavoro commissionato dalla band, e proiettato in anteprima proprio in occasione della mostra – interno ed esterno si mescolano: sotto una pioggia incessante, la squadra speciale S.W.A.T. è colta in un momento epico, in tenuta d’assalto, pronta a sgominare una pericolosissima gang, che per l’osservatore resta un nemico invisibile. All’interno dell’appartamento, al sicuro e al caldo, si vede soltanto una donna che legge un libro, incurante, mentre dei bambini guardano la tv. Ed è qui che avviene il ribaltamento tra realtà e finzione: Chi guarda cosa?

In T.O.D.D. (2016) la dicotomia io/altro è sicuramente più esplicita, grazie anche alla forma in cui è presentato l’incontro. Si tratta di una classica situazione televisiva, nota a tutti: il talk show. Nel caso specifico, il giornalista Charlie Rose, conduce il suo personale show, e di fronte a lui, intervistato sul problema dell’immigrazione, c’è l’altro, il suo ospite, che è letteralmente un alieno. Ciò che si vede attraverso l’insistito primo piano è solo lo sguardo di un uomo, e la sua incredibile fermezza nel rispondere a questioni personali e dolorose, come qualsiasi altro ospite. È scomodo comprendere chi è davvero l’altro, soprattutto se pensiamo ai sanguinosi fatti di Parigi evocati dall’immagine di una Tour Eiffel piegata – o quasi implosa – in una spirale. A fare da collante tra i due video c’è l’opera di Wolfgang Breuer, No title (2011): una sirena munita di diffusore spray, che fa pensare alla polizia come a un congegno portatile, un accessorio da borsa, in grado di diffondere igiene e sicurezza con un semplice gesto.

Toilets not Temples (2014) è l’ultimo video dell’allestimento, ma in realtà è il primo lavoro a sancire la fruttuosa collaborazione tra Will Benedict e i Wolf Eyes, quando l’artista fu ricontattato dalla band dopo aver scelto il brano “Black Vomit” per questo film. Toilets not Temples, è un giro per il mondo attraverso reportage e interviste sulle politiche alimentari e sulla distribuzione del cibo tra i vari paesi: dagli allevamenti dei salmoni norvegesi alle colture delle cipolle indiane, dal vino californiano ai più disparati alimenti geneticamente modificati, fino alle creature mostruose, metà topo e metà uomo che, come in The Walking Dead si moltiplicano, divorando l’umanità.

La tensione visiva che si crea nei video-collage di Will Benedict è, a tutti gli effetti, una denuncia politica e sociale, neanche troppo velata, sul sistema di vita occidentale, che impoverisce le risorse terrestri e partorisce mostri, alla luce intermittente di Law & Order.

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Fondazione Giuliani, Will Benedict, The Bed that Eats (2015). video, 7min

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Fondazione Giuliani, Will Benedict, The Bed that Eats (2015). video, 7min

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Fondazione Giuliani, Will Benedict, I AM A PROBLEM (Enemy Ladder) 2017 video, 3.30min

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Fondazione Giuliani, Will Benedict, I AM A PROBLEM (T.O.D.D.) 2016 video, 7min

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Fondazione Giuliani, Will Benedict, Stop and Frisk (2013) poster su compensato 140×100 cm

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