Finding Michelangelo Antonioni

Bruce Davidson, fotografia di scena di Zabriskie Point, 1970. Ferrara, GAMC, Museo Michelangelo Antonioli.

Poeta “dell’assenza, dell’attesa, del desiderio” (A. Robbe-Grillet), sensibilissimo “pittore dello schermo” (Wim Wenders), “uno dei più grandi artisti del XX secolo” (Martin Scorsese), Michelangelo Antonioni, al pari di Roberto Rossellini e di Luchino Visconti, è uno dei padri della modernità cinematografica.

A celebrare il maestro ferrarese (1912 – 2007) è la sua città natale che, con una grande mostra a cura di Dominique Païni – direttore della Cinémathèque Française –, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con Fondazione Cineteca di Bologna, ripercorre la parabola creativa di Antonioni. Testimone lucido del Novecento, che come pochi altri ha saputo sondare l’animo umano attraverso uno sguardo innovatore, radiografando le inquietudini del mondo contemporaneo senza mai abbandonare eleganza e seduzione, Antonioni esercita oggi più che mai un notevole ascendente in diversi ambiti culturali – dalle arti figurative, al teatro, alla musica – oltre che sul cinema. La sua opera, infatti, che come ha scritto Martin Scorsese ha offerto al “cinema possibilità sorprendentemente illimitate”, ha superato i confini della settima arte ispirandosi profondamente alle arti figurative ed esercitando a sua volta su di esse una feconda influenza. Dal 10 marzo al 9 giugno 2013, Palazzo dei Diamanti ospiterà 47.000 pezzi dell’artista, tra film e documentari, sceneggiature originali, ma anche fotografie di scene – tra le quali spiccano quelle di Sergio Strizzi e Bruce Davidson –, l’epistolario intrattenuto con i maggiori protagonisti della vita culturale del secolo scorso – da Roland Barthes a Luchino Visconti, da Andrei Tarkovsky a Giorgio Morandi – e oggetti personali e professionali.

Queste testimonianze, appartenenti al fondo del Museo Michelangelo Antonioni di Ferrara, permettono ai visitatori d’indagare, con rara esaustività, la vita oltre che l’arte di uno dei più grandi artisti – cineasta, scrittore, pittore e collezionista – del Novecento, accostando i suoi lavori alle opere d’arte che lui ha ammirato, che ha scelto di far apparire nei suoi film o che aveva collezionato, di maestri quali Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi, Mark Rothko, Jackson Pollock, Alberto Burri e Mario Schifano. In un allestimento di grande fascino che mette in scena un racconto per immagini, suoni e parole, il percorso espositivo si articola in nove sezioni, alternando un discorso cronologico ad alcuni approfondimenti tematici che evidenziano le polarità della sua poetica: la leggendaria nebbia della pianura padana, che avvolge gli anni della giovinezza di Antonioni e ritorna in molti dei suoi film, è contrapposta alla luce abbagliante dei deserti aridi e polverosi delle pellicole della maturità; le visioni della metropoli moderna, spesso ispirate alle atmosfere sospese della pittura metafisica, si alternano alle lucide premonizioni di un disastro ecologico; la bellezza notturna dell’attrice Lucia Bosè – celebrata da una videoinstallazione realizzata appositamente per la mostra dall’artista, fotografo e regista francese Alain Fleischer – e la solarità di Monica Vitti, delineano i due poli dell’immaginario femminile di Antonioni.

Zabriskie Point e Professione reporter sono le due pellicole che meglio traducono sullo schermo la forza della pittura novecentesca di cui era appassionato, dal solenne lirismo di Mark Rothko alle frenesie di Jackson Pollock, fino all’inquieto ottimismo della pop art di Mario Schifano, tutti artisti decisivi per l’affinamento della percezione visiva di Antonioni. Un esempio evidente è una scena di Zabriskie Point, girato nel 1970, al confronto con il quadro pop di Schifano Tutti morti dello stesso anno, dove molte sono le analogie. Morandi fu per Antonioni una vera attrazione: vicinissimi nel sentire, il modo di comporre gli oggetti nei quadri di Morandi e i colori con i quali li trasformava in nuove forme erano molto simili al procedimento creativo di Antonioni.

Dagli anni Sessanta, prima del suo esordio con il colore in Deserto rosso – influenzato dalle tele di Burri della serie Rosso Plastica –, Michelangelo dipinse alcuni acquarelli di paesaggi montani, fatti di puro colore ed evanescenti come le nebbie in cui è cresciuto, esperimenti che preludono all’ampia serie delle Montagne incantate che il regista sviluppa nella seconda metà degli anni Settanta, elaborando ingrandimenti fotografici degli acquarelli. Antonioni rifuggiva dal termine pittore definendo la sua pratica come “gesto” artigianale, ma entrando nel merito del suo lavoro lo si può accostare agli artisti da cui trasse ispirazione, in particolare al puro colore delle superfici di Rothko. Ad arricchire l’allestimento, un’installazione, collocata nel giardino interno di Palazzo dei Diamanti, ispirata ad una delle più celebri scene della sua filmografia: la partita a tennis in Blow-up.

Lo sguardo di MICHELANGELO ANTONIONI e le arti
Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 10 marzo – 9 giugno 2013
Mostra a cura di Dominique Païni, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna.

Fotografia di scena di Blow Up, 1966

Mario Schifano, Tutti morti, 1970, smalto alla nitro su tela emulsionata, cm 195 x 220, collezione privata.

Mario Schifano, Tutti morti, 1970, smalto alla nitro su tela emulsionata, cm 195 x 220, collezione privata.

Michelangelo Antonioni, Le montagne incantate, n°153. Ferrara, GAMC, Museo Michelangelo Antonioli, ingrandimento fotografico di un acquarello.

Michelangelo Antonioni, Le montagne incantate, n°153. Ferrara, GAMC, Museo Michelangelo Antonioni, ingrandimento fotografico di un acquarello.

Sergio Strizzi, fotografia di scena de Il deserto rosso, 1964. Ferrara, GAMC, Museo Michelangelo Antonioli.

Sergio Strizzi, fotografia di scena de Il deserto rosso, 1964. Ferrara, GAMC, Museo Michelangelo Antonioni.

Bruce Davidson, fotografia di scena di Zabriskie Point, 1970. Ferrara, GAMC, Museo Michelangelo Antonioli.

Bruce Davidson, fotografia di scena di Zabriskie Point, 1970. Ferrara, GAMC, Museo Michelangelo Antonioni

 

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Classe 1986, Francesca risiede e lavora a Piacenza. Dopo essersi laureata al Dams di Bologna in Storia dell'Arte, si è diplomata in Comunicazione e Organizzazione per l'Arte Contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Collabora attualmente con l'artista piacentina Claudia Losi e scrive per alcune riviste d'arte online e giornali piacentini.

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