FLUSSI, la marea irpina che emana energie contemporanee

1.	Fennesz + Lillevan, FLUSSI Selfware, 2014

Ci saranno star internazionali come Herman Kolgen e Edwin van der Heide, ma pure workshop, screening, installazioni e video mapping. Con la responsabilità del suono che attraversa il mondo, FLUSSI – MEDIA ARTS FESTIVAL giunge alla 7ma edizione. Ad Avellino, dal 26 al 30/8. Rasoterra, abbiamo fatto qualche domanda a Gianni Papa, co-founder e co-editor di questa iniziativa che va sempre più consolidandosi

Chi siete? E com’è nato il Festival?
FLUSSI nasce dalla volontà di alcuni amici appassionati di musica elettronica e digital art: musicisti, tecnici, designer, videoartisti. L’idea è maturata dopo una lunga serie di esperienze come fruitori di festival del genere, in Italia e all’estero. Spesso ci si chiedeva: «Perché non organizziamo anche noi un festival di musica elettronica nella nostra città?». Ormai eravamo preparati. Dei veri “conoscitori del genere”. Frequentavamo la scena elettronica da lungo tempo, prima che certe sonorità divenissero di moda. Appurato che un pubblico ogni volta più vasto cominciava a mostrare interesse per la musica e l’arte elettronica, ci siamo seriamente organizzati per il festival. Certo, cosa ardua. Una vera impresa, considerando quelli che in principio ci sembravano gap insormontabili come il contesto di una provincia appenninica, una città, Avellino, poco incline a certi tipi di eventi, la mancanza di supporti istituzionali e privati. Ma ne sentivamo fortemente il bisogno. C’era la volontà, l’attitudine giusta e una buona dose di sana follia.

Da quanto tempo FLUSSI è sulle scene?
FLUSSI è un appuntamento annuale. Nel 2009 c’è stata la prima edizione, Digital Transition. Quest’anno, 2015, siamo alla settima!

Perché il titolo FLUSSI?
Avevamo bisogno di un nome per presentare il progetto a vari interlocutori istituzionali. E tra i nomi che saltarono fuori, Flussi ci sembrò quello più appropriato perché rimandava a vari significati: flussi di dati, flussi di informazioni, flussi migratori, flussi di coscienza, ecc.

E l’edizione di cui andate più fieri?
Ogni edizione ci ha dato delle soddisfazioni. Siamo cresciuti di anno in anno, rinnovando e ampliando l’offerta del festival, fino a giungere alla formula attuale con tre palchi: il Main Stage Openair, il grande palco Indoor del teatro Carlo Gesualdo, e lo Stage sperimentale quadrifonico. Indirizzandoci sempre più verso artisti internazionali di punta – senza troppo assecondare tendenze e mainstream – e conservando una certa identità, ci siamo creati un nostro stile, differente dagli altri festival. Poi, sin dalla prima edizione abbiamo investito nella didattica proponendo workshops di alto profilo. Secondo una logica di accessibilità, prodotto eventi speciali pensati ad hoc, coinvolto la comunità locale, ad esempio gli allievi del Conservatorio Cimarosa, come alcune realtà del terzo settore per progetti dedicati ai bambini. Nel 2012, con l’edizione Out of Cage, dedicata a John Cage, abbiamo lanciato una Call for works che ci ha veramente sorpresi per il numero di proposte ricevute dall’Italia e dall’estero. Le ultime due edizioni, Displaycement (2013) e Selfware (2014), hanno registrato un forte incremento di pubblico proveniente da fuori regione. Insomma, difficile dire quale sia stata l’edizione più riuscita.

Quali sono, secondo te, gli sviluppi più interessanti dei new media art degli ultimi anni?
Pensiamo sia più corretto parlare semplicemente e genericamente di media art, giacché il “new” è contingente e volatile soprattutto in relazione ai continui “rinnovamenti” delle tecnologie digitali. Oggi, sembra ci sia una certa stasi e al contempo una tensione a superarla. Nella proliferazione di linguaggi e tendenze si assiste da un lato a una certa omologazione e omogeneizzazione, forse dovuta ai fattori determinanti del mezzo stesso, mentre sul fronte opposto, spesso, si rischia l’autoreferenzialità. Ora, al di là dei revival, dei futurismi, dei concettualismi, delle retromanie e delle varie ibridazioni possibili, sembra che gli sviluppi più interessanti siano quelli che rimettono al centro della pratica artistica il suo aspetto performativo. Quindi, il corpo. Non solo quello dell’artista, ma anche dello spettatore. Il corpo come interfaccia di input e output: fattore instabile e imprevedibile di perturbazione nella relazione uomo-macchina, opera-autore e opera-spettatore.

Com’è suddiviso il programma del Festival 2015?
Realityvism, il concept di questa edizione, affronta in maniera critica la digitalizzazione delle nostre vite, costantemente connesse e mediate dalle tecnologie, che a furia di “socializzare” ogni nostro atto, si frappongono tra noi e l’esperienza delle cose, producendo una lenta ma inesorabile perdita di Realtà. È intorno a questo assunto che si sviluppa il programma con live set, installazioni, workshops, talks, screening, conferenze, video mapping di e con artisti nazionali e internazionali. E una lineup davvero calzante. Due sedi, il Teatro Carlo Gesualdo e la Casina del Principe. Tre i palchi: Theater Stage, Main Stage, Esp Stage.

In agenda, quali sono gli eventi imperdibili?
Il programma è molto ricco. Ce n’è per tutti i gusti! Sicuramente, da non perdere l’opening act del canadese Herman Kolgen sul grande palco del teatro Gesualdo. E la Laser Sound Performance dell’olandese Edwin van der Heide sul Main Stage: spettacolo con laser e fumo, veramente suggestivo. Tante cose interessanti. Anche sul palco sperimentale della Casina del Principe. Qui vale la pena esserci per vivere sia l’atmosfera intima del setting, sia l’approccio di ricerca delle performance proposte che esprimono una maggiore “tensione artistica” e a linguaggi che sollecitano altre corde nello spettatore (a patto che non siano atrofizzate).

Il titolo di quest’anno – Realityvism – è, di per sé, già evocativo, ma… in tre parole secche?!
Resistenza, consapevolezza, sperimentazione.

FLUSSI, per il futuro?
Sono tanti i propositi e tante le idee di sviluppo. Purtroppo, il Sistema cultura in Italia, e nel Sud in particolare, soffre di una cronica mancanza di risorse. Non c’è una visione europea. Si fa fatica a riconoscere l’importanza e l’impatto che può avere il festival per la cultura e l’economia del territorio. L’ambiente è ancora piuttosto ostile e vengono meno alcuni presupposti fondamentali per affrontare un discorso di crescita e investimento per il futuro.

Pietro Montone

FLUSSI – MEDIA ARTS FESTIVAL, Realityvism
Avellino, 26-30 agosto 2015
Teatro Carlo Gesualdo / Casina del Principe
info@flussi.eu http://www.flussi.eu/

1. Fennesz + Lillevan, FLUSSI Selfware, 2014

Fennesz + Lillevan, FLUSSI Selfware, 2014

2. Laurel Halo, FLUSSI Selfware, 2014

Laurel Halo, FLUSSI Selfware, 2014

3. Thomas Ankersmit, FLUSSI Selfware, 2014

Thomas Ankersmit, FLUSSI Selfware, 2014

1. Rashad Becker, FLUSSI Selfware, 2014

Rashad Becker, FLUSSI Selfware, 2014

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