Fondazione Bonotto. Tradizione artigianale e ricerca artistica

Peterlini cover

Realtà unica e ricercata, Fondazione Bonotto, si esemplifica come ideale di passione e ricerca per l’arte che si amalgama alla vita e all’industria, correlata qui, alla produzione tessile. Luogo quasi irreale dove una collezione trova spazio all’interno di una casa-azienda, rende possibile un dialogo che va a prescindere i canoni tradizionali espositivi.  Ricettacolo per molti, la collezione di Luigi Bonotto, consta di una raccolta di documenti appartenenti principalmente alle ricerche verbo-visuali artistiche legate alla dimensione Fluxus, come manifesti, riviste e materiale multimediale realizzate sin dagli anni Cinquanta.

George Brecht, Joseph Beuys, Allan Kaprow, Christo, György Ligeti, Jonas Mekas e Yoko Ono, sono solo alcuni degli artisti le cui testimonianze sono conservate presso la Fondazione Bonotto, con l’intento di divulgare, come atto espressivo di un valore, di una conoscenza l’azione di artisti legati a Fluxus e con i quali Luigi Bonotto ebbe modo personalmente di connettersi e dialogare. Lo stesso, diede vita a quello che ora si trova essere un punto di riferimento per studiosi e appassionati, nonché tuttora luogo di ricerca e confronto, principio stesso del progetto. Edificato in rapporto alla passione per l’arte e l’industria artigianale, dunque la tradizione e l’arte contemporanea, si propone in una costante apertura con l’esterno tramite la realizzazione di mostre, convegni, seminari e workshop, sia sul soggetto stesso della Collezione, sia, inerente a temi più teorici, riguardo lo stesso rapporto tra il mondo della produzione artigianale e il sistema dell’arte, e pertanto con una sempre attiva corrispondenza con molti artisti, in visita alla Fondazione.

Tutto questo ci verrà argomentato dal direttore della Fondazione, Patrizio Peterlini, con il quale si è avuto modo tramite alcune domande di entrare negli intenti e nella dimensione della Fondazione Bonotto:

Quali implicazioni principali voleva apportare l’idea di creare una casa-azienda-archivio?
Molvena è un luogo mitico. Fa parte di quel circuito comprendente Asolo, Verona, Milano, Napoli e Cavriago che dalla fine degli anni Sessanta ha accolto gli artisti Fluxus e della Poesia Sperimentale internazionale in Italia. Un circuito costituito da grandi appassionati. Veri e propri mecenati che con il loro lavoro e il loro interesse hanno sostenuto numerose iniziative, sia espositive che editoriali, aiutando la diffusione di Fluxus e della Poesia Concreta, Visiva e Sonora in Italia. Casa Bonotto, a Molvena, era uno dei principali luoghi di incontro, di scambio e di lavoro di questo circuito. L’assidua frequentazione di casa Bonotto da parte degli artisti ha permesso alla famiglia Bonotto di crescere culturalmente e di fare proprie delle nuove visioni del mondo. Una ricchezza di stimoli che ha portato i Bonotto a sviluppare un nuovo approccio alla produzione industriale. La loro azienda tessile ne ha quindi beneficiato divenendo un punto di riferimento internazionale per creatività e sperimentazione. È una storia reale, basata sullo scambio di saperi, che merita di essere raccontata. Esaltare il mito del luogo, della fabbrica che ha accolto questa alchimia, questo gioiosa osmosi, è stato quindi naturale proprio nel rispetto di questa tradizione di amicizia e condivisione.

Quale importanza ha assunto e determinato, per la creazione della Fondazione, lo stretto legame fra quello che sembra un assodato dialogo fra tradizione artigianale e passione e ricerca per l’arte?
Con la nascita della Fondazione, Bonotto si è munita di uno strumento di comunicazione più specializzato, in grado di sviluppare la narrazione di questo intreccio tra arte e industria che ha caratterizzato l’avventura Bonotto. Il dialogo intercorso tra artisti e azienda è stato messo in primo piano e, grazie alla digitalizzazione dell’intera collezione e la conseguente libera fruizione da parte del grande pubblico di tutti i documenti che vi sono conservati, ha reso accessibili anche i contenuti dello scambio intercorso. La cosa interessante è che non ci sono documenti di relazioni dirette con la produzione industriale tessile. Vale a dire che gli artisti non hanno mai “lavorato” alla creazione di nuovi prodotti, né hanno mai disegnato un tessuto. Fatto sorprendente per le attuali e tanto in voga dinamiche arte-industria.

Quale relazione vi è, secondo lei, tra l’immagine-segno e la parola, nell’odierno abituale meccanismo mentale declinato e determinato dal totalitario “digitale”?
Non credo ci sia molto di nuovo nell’attuale relazione tra immagine-segno e parola. O per lo meno, niente di nuovo di quanto messo in luce dalle raffinate indagini sull’argomento sviluppate dai poeti concreti e visivi internazionali. Ciò che è cambiato è la crescita esponenziale degli stimoli a cui siamo sottoposti giornalmente: sempre più invasivi e veloci. Tema peraltro già caro ai poeti tecnologici che ci mettevano già in guardia all’inizio degli anni Sessanta rispetto a questa sovraesposizione. A questo proposito mi vengono in mente le parole di Michele Perfetti in un testo del 1969 sul tempo e la dinamica della comunicazione “Innestata sulla captatio dell’attimo fuggente, in ordine al sistema di persuasione-soggezione-massificazione, qui scatta una leva della strategia dei centri di potere. Nel ritmo, captatio mentis. E tutto OK ! secondo le più incisive formule tecnologiche. La tecnica polaroid funzione e agisce. Il gioco è chiaro: più ritmo, più consenso, più consumo.”

Nell’intento di Fondazione Bonotto appare un’importanza sostanziale nella conservazione e divulgazione del processo artistico dell’azione Fluxus, dettato sia dallo stretto legame che ebbe personalmente Luigi Bonotto con i più grandi artisti appartenenti all’ideologia, sia dal riconoscimento di un valore artistico rilevante: la de-costruzione del processo artistico di Fluxus possiede una mera valenza di ricordo di un “qui ed ora” o ritrova un nesso, magari di “tradizione”, rintracciabile nel fare contemporaneo?
Fluxus e la Poesia Concreta, Visiva e Sonora hanno aperto delle vie di ricerca che esercitano ancora una grande influenza sulle pratiche artistiche contemporanee. Uno degli obiettivi di Fondazione Bonotto è proprio quello di far conoscere meglio queste influenze, spesso sotterranee, e rivalutarne le implicazioni. Si tende spesso a liquidare Fluxus come Neo-dada (vero) e la Poesia Concreta, Visiva e Sonora come una stagione di sperimentazione legata ad un preciso momento storico e, almeno per la Poesia Visiva, una precisa zona geografica (falso). Credo che grazie ai documenti conservati nella Collezione Luigi Bonotto sia possibile rivedere le riduttive letture di queste ricerche estetiche e rivalutare i percorsi pionieristici di alcuni artisti che ne sono stati protagonisti. Devo dire che da un po’ di anni questo processo di rivalutazione sta avendo un portata più ampia. Va al di là della passione di un piccolo collezionista e le forze di una piccola Fondazione coma la nostra. Pensiamo al Leone d’Oro alla carriera conferito a Carolee Schneeman quest’anno, al recente premio Back to the Future di Artissima a Jean Dupuy o ai numerosi premi conferiti quest’anno a Lamberto Pingnotti. Tutti questi premi testimoniano di un interesse crescente verso una serie di esperienze estetiche che, anche grazie alla loro forte e ideologica opposizione al mercato, sembravano essere condannate all’oblio. Ora forse questa “damnatio memoriae” sta svanendo e si ricomincia ad apprezzare percorsi straordinari, come quello degli artisti appena citati, o di altri maestri come: George Brecht, Robert Filliou, Arrigo Lora Totino, Adriano Spatola, Ketty la Rocca, etc.

Quali si presuppongono, secondo Lei e nella funzione di direttore, i principali obbiettivi e programmi futuri per la Fondazione?
Il primo evento in programma per il 2018 sarà un convegno e una mostra sui cinquant’anni di “Parole sui Muri”, il mitico festival che si svolse a Fiumalbo, sull’Appennino modenese, nel 1967. Il convegno e la mostra sono organizzati dal Centro Studi sulle Ricerche Verbo-Visive Internazionali SCORE, istituito l’anno scorso da Università Ca Foscari e Fondazione Bonotto proprio per stimolare e incentivare gli studi sulla poesia sperimentale internazionale: Poesia Concreta, Poesia Visiva, Poesia Sonora, Poesia Azione. L’evento si svolgerà a Venezia, in febbraio, e costituirà la prima tappa del percorso di diffusione della sezione dedicata alla Poesia della collezione Luigi Bonotto. Avremo poi la seconda edizione del Prix Litéraire Bernard Heidsieck – Centre Pompidou, nato dalla collaborazione tra Fondazione Bonotto e l’istituzione francese. Un premio importante perché per la prima volta viene messo l’accento su tutta la cosiddetta sperimentazione “hors-livre”, vale a dire tutta quella letteratura, in particolare poesia, che non ha più ritenuto il libro sia la sua sola ed unica realizzazione. Ci sono poi altre importanti collaborazioni internazionali in fase di sviluppo. Ne parleremo al momento dovuto. Ciò che posso dire è che l’obiettivo principale di Fondazione Bonotto è di divenire sempre più conosciuta a livello internazionale.

(Intervista realizzata da Vanessa Ignoti in collaborazione con Laura Martina)

01Patrizio Peterlini (Foto: Tommaso Peterlini)

02Fondazione Bonotto: Biblioteca (Foto: Nicola Righetti)

07Luigi Bonotto e Yoko Ono durante la cerimonia di nascita della Fondazione Bonotto; Ca Badoer, Venezia, Giugno 2013 (Foto Mario Bozzetto)

03Fondazione Bonotto: Lounge (Foto Nicola Righetti)

04Fondazione Bonotto: Luigi Bonotto e Patrizio Peterlini al lavoro con Julien Blaine (Foto Fondazione Bonotto)

05Bonotto Spa: Reparto orditura con l’opera DREAM di Yoko Ono (Foto Alain Chies)

06Da sx: Dick Higgins, Luigi Bonotto, Allan Kaprow (Foto Collezione Luigi Bonotto)

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