Francesca Fini, un’Ofelia surrealista

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Nel 400° anniversario della morte di William Shakespeare, Francesca Fini reinterpreta l’icona femminile di Amleto in un’originale chiave surrealista attraverso le sue incisive performance e il linguaggio della videoarte. Ofelia non annega, prodotto in associazione e distribuito da Istituto Luce Cinecittà, dopo i successi al Festival Videoformes di Clermont-Ferrand e al Watermill Center di New York, è stato presentato in anteprima nazionale al MACRO di Roma. Un appuntamento eclettico che dopo la proiezione del film ha visto l’incontro con il pubblico moderato dallo storico dei media Bruno Di Marino e una performance partecipativa in cui i presenti sono stati invitati a cibarsi della sua immagine, rappresentata da una serie di torte modellate su un calco naturale del suo viso. Con grande piacere abbiamo chiesto a Francesca Fini d’illustrarci i momenti più salienti di quest’intenso periodo della sua carriera, ricco di progetti di ampio respiro internazionale.

In Ofelia non solo per tradizione letteraria c’è un forte messaggio all’universo femminile. Chi è per te l’Ofelia di oggi?
L’Ofelia di oggi son tutte le donne, indistintamente. Ma nel mio film Ofelia compie una sorta di viaggio iniziatico, che attraversa la storia del nostro paese, e non solo dal punto di vista prettamente femminile. La mia Ofelia diventa tutte le donne, diverse per età, colori, background e aspetto fisico. Alla fine di questo viaggio Ofelia decide di non uccidersi, di non salire su quel ramo per cogliere fiori e “distrattamente” cadere nel fiume. La sua veste non si gonfia d’acqua per trascinarla sul fondo; la mia Ofelia indossa una tunichetta maschile, squadrata, comoda e moderna, dove solo due lunghi nastri da camicia di forza che pendono dai polsini ci ricordano che la nostra eroina potrebbe perdere il controllo ed essere intrappolata, legata e resa inoffensiva. Alla fine del film Ofelia si addormenta – sotto quell’albero – e sembra diventare Alice. Sceglie modernamente l’utopia, la bellezza, il sogno, e nel sogno – paradossalmente – abbraccia una fiera e coraggiosa consapevolezza di sé, che vediamo in quegli occhi grandi e profondi come abissi che si spalancano nei tuoi e ti trafiggono. Così Ofelia rinuncia a portare a compimento il suo ruolo di eroina romantica, che impazzisce per amore e si affretta verso il suo ineluttabile destino. Ofelia diventa tutte le donne che si ribellano.

Pochi mesi fa a distanza di breve tempo hai svolto due residenze prima a New York e poi Gerusalemme da cui sono nati due lavori molto intensi La Masca e Gold. Come hai vissuto queste due realtà così diverse?
A New York sono stata invitata per una residenza artistica di un mese, al Watermill Center, il laboratorio di arti performative diretto da Bob Wilson. Durante questa residenza ho realizzato La Masca, un progetto molto articolato ispirato al concetto di “opera d’arte totale”, che ha incluso la proiezione del film Ofelia non annega in prima assoluta negli Stati Uniti, una performance site-specific e la realizzazione di una serie di sculture ispirate alle maschere che ho ideato per le scene più oniriche del film. Le sculture partono tutte da un calco naturale del mio volto, che durante il mese di residenza ho poi lavorato con diversi materiali, dai più durevoli a quelli più effimeri (gesso, cartapesta, pasta di zucchero, lana, eccetera). Durante il mio giorno di “prove aperte”, in cui ho presentato il progetto al pubblico, la gente seguiva un percorso circolare, che partiva dalla sala di proiezione dove ho presentato il film, quindi poteva andare a visitare la stanza dove erano esposte le sculture e poi entrare nello spazio performativo, dove, insieme al mio collaboratore Daniele Sirotti, ero impegnata in una vera e propria installazione vivente, aperta e partecipativa (offrivo al pubblico delle torte da mangiare, sempre realizzate in pan di spagna e pasta di zucchero dai calchi del mio viso). A Gerusalemme sono andata su invito del Musrara Mix Festival e della scuola d’arte, e ho realizzato un piccolo film site-specific. Un film performativo, surrealista, metafisico, ma profondamente ispirato alle dinamiche di una città così complessa. Gerusalemme come città da sempre contesa, nucleo di un conflitto storicizzato e di una violenza stratificata, ma anche luogo leggendario che ci appartiene da sempre, fantasma atavico di un immaginario in cui confluiscono mito e letteratura tra Oriente e Occidente. Per farmi guidare in quest’avventura così complessa mi sono rivolta a un altro personaggio letterario femminile a me molto caro: Dorothy Gale, che affronta il suo viaggio iniziatico verso la Città di Smeraldo in cerca del grande e potente Oz, seguendo un sentiero di mattoni dorati. A Gerusalemme mi sono sentita proprio così, come Dorothy che affronta un viaggio misterioso per poter tornare a casa, ma la mia strada è stata un sentiero scivolosissimo. Non è facile, per un’artista che lavora coi simboli, affrontare un luogo così denso di simboli contraddittori come questa città. Il rischio è di cadere nella banalità insopportabile dell’arte “con-dentro-messaggio”, oppure scegliere di evitare qualsiasi riferimento provocatorio e produrre qualcosa di debole. Ho dovuto tirar fuori le mie doti di equilibrista e tenermi in bilico tra significato e significante, tra politica e arte, tra pace e guerra. Quest’avventura è stata una vera sfida, perché il sentiero è pieno di trappole.

Le tue performance sono sempre molto personali, c’è un qualcosa che ti spaventa della nostra contemporaneità?
Mi spaventa l’autoritarismo idiota di questa Europa, la sua miopia, il suo rigore privo di progettualità che ci sta impoverendo tutti materialmente e spiritualmente, il suo elitarismo colpevole, che reputo responsabile di alimentare i pericolosissimi fenomeno a cui stiamo assistendo, ovvero la nascita di nuovi movimenti nazionalisti e xenofobi. Sono molto preoccupata perché l’odio e la frustrazione sono come un virus. Oggi assistiamo all’aumento esponenziale della violenza a tutti i livelli, da quella politica a quella domestica.

I prossimi appuntamenti di Francesca Fini saranno con Ofelia non annega al Festival Imagespassages di Annecy (21 settembre – 2 ottobre 2016) e al Festival Estrazione-Astrazione di Caltanissetta (22,23,24 luglio 2016), mentre Gold parteciperà al Festival Migration through German-Israeli Art di Berlino (ottobre 2016).

Francesca Fini, Ofelia non annega

Francesca Fini, Ofelia non annega

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Francesca Fini, La Masca, foto di Lindsay Morris

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Francesca Fini, Ofelia non annega

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Francesca Fini, Gold

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Francesca Fini, La Masca, foto di Lindsay Morris

Francesca Fini, La Masca_foto di Lindsay Morris

Francesca Fini, La Masca, foto di Lindsay Morris

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Giornalista dal 1993, si laurea in Cinema e Immagine Elettronica all'Università di Pisa e si specializza in Net Art e Culture Digitali all'Accademia di Belle Arti di Carrara. Da anni cura mostre d'arte contemporanea con particolare attenzione alla media art.

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