Francofonia e museologia: una conversazione immaginaria

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Francofonia, l’ultimo film di Aleksandr Sokurov, punta l’obiettivo sul Louvre, soffermandosi in particolare sulla fase dell’occupazione nazista, durante la quale il direttore del museo Jacques Jaujard riesce a proteggere le collezioni con l’inattesa complicità del responsabile tedesco per i beni culturali, l’aristocratico Franziskus Wolf-Metternich. Sono numerose le scelte stilistiche e narrative che distinguono il film dalle opere precedenti del regista russo. Mentre Arca Russa (2002) era un vero e proprio tour de force attraverso la storia dell’Ermitage composto di un’unica torrentizia sequenza, Francofonia è un lavoro più complesso e stratificato, una fusione di generi (documentario storico, fiction, film didattico), materiali (documenti autentici, documenti “inventati” e recitato) e tempi differenti (il passato recente, quello remoto e il presente) scandita da divagazioni e scarti spiazzanti ma tessuti insieme dalla voce fuori campo dell’autore.

L’elemento che può apparire più sorprendente, però, è l’interesse dimostrato da Sokurov verso un’istituzione che molti, in Europa, reputano in crisi: il museo. Per mettere a tema gli spunti offerti dal film, ci possiamo immaginare un dialogo tra il regista, Jean Riviére (ipotetico curatore francese aderente ai principi critici della Nuova Museologia) e Jean Clair (ex direttore del Centre Pompidou ed acceso critico dell’attuale deriva del sistema culturale). Naturalmente, le posizioni espresse dai personaggi vanno prese con le pinze, essendo il frutto di una libera reinterpretazione.

Riviére: Caro Sokurov, mi sembra che quest’ultimo film si inserisca a pieno nella sua riflessione sul potere. In sostanza, lei riconosce che il museo è uno strumento dello Stato, che se ne serve per preservarsi.

Sokurov: Non c’è dubbio, il museo ha un legame indissolubile con il potere statale. Nel film è Napoleone in persona a ricordarlo.

Jean Claire: In effetti, il suo Bonaparte ricorda più un soldato spaccone che un grande generale, mentre  Marianne fa la figura di un’invasata, limitandosi a ripetere il suo slogan «Liberté, Égalité, Fraternité».

S:É vero, ma non ne ho colpa: sono stati i personaggi a presentarsi così, reclamando una parte nel film.

R: Ciò che mi stupisce è che lei non sembra provare alcun disagio nei confronti del matrimonio tra arte e potere…anzi, il film sembra quasi celebrarlo.

S: Non saprei, piuttosto lo prendo come un dato di fatto.

R: D’altronde lei nutre da sempre un fascino particolare per il potere. Perché dedicargli ben quattro film, altrimenti? Almeno però non venga a raccontarci che l’integerrimo funzionario repubblicano Jaujard e il gerarca nazista Wolff-Metternich scelgono di collaborare al salvataggio del patrimonio artistico dietro la spinta di nobili ideali umanistici.

S: Perché, invece secondo lei cosa sarebbe a muoverli?

R: Evidentemente entrambi, al di là dell’opposizione politica, appartengono ad un’élite sociale e sono disposti a tutto pur di difenderne i privilegi, tra i quali rientra il godimento estetico.

S.: Non saprei. Cosa ne pensa, Monsieur Claire? 

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Aleksandr Sokurov, Francofonia, 2015

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Aleksandr Sokurov, Francofonia, 2015

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Aleksandr Sokurov, Francofonia, 2015

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Aleksandr Sokurov, Francofonia, 2015

JC: Non ci faccia troppo caso, è la tipica lettura della gauche. A me, invece, L’incontro tra Jaujard e Metternich è sembrato l’incontro di due uomini che riconoscono di essere di fronte a qualcosa di più grande di loro e del momento storico in cui vivono.

R: Evviva! Siamo passati alla mistica.

S: Almeno, caro R., potremo concordare sul fatto che sia un bene che il Louvre si sia salvato. D’altra parte, non è affatto scontato che l’arte esca intatta dal corso della storia, neppure oggi.

R: Certamente, e la metafora (un po’ banale, se mi permette) della nave carica di opere in balia del mare in tempesta ce lo ricorda più volte durante il film. Ma non basta conservare il patrimonio artistico, se poi a goderne sono solo alcuni.

S: Sono d’accordo con lei. Il museo è proprietà delle persone: quelle che soffrono, amano, mentono e piangono nelle opere, e quelle che, proprio nelle opere, possono ritrovare un pezzo della propria esperienza.

R: Questa è una bella descrizione, ma per realizzarla è necessario un intervento attivo che restituisca l’arte ai legittimi proprietari.

JC: Caro R., il principio sarebbe condivisibile, ma il paradosso è che seguendolo i nostri curatori hanno finito per spalancare le porte dei musei al business.

R: Cosa intende dire?

JC: Per rendere il museo più democratico, hanno bene di far fuori il valore simbolico dell’opera: troppo sofisticato per essere compreso dalle masse, troppo compromesso con le élite. Così, ora l’arte non vuol dire più nulla e si è ridotta a pura merce di scambio, mentre il museo è ormai una scatola vuota che si può spostare ovunque convenga (persino ad Abu Dhabi!).

R: Semmai, il problema è che in Occidente il potere finanziario si è definitivamente saldato a quello statale, impadronendosi del progetto democratico. Occorre elaborare un’alternativa. Cosa ne pensa, Sokurov?

S: Anch’io sono un po’ preoccupato dalla situazione attuale. Da buon russo non posso riporre troppa fiducia nelle rivoluzioni (di qualunque tipo esse siano), ma sarebbe ora che l’amata Europa si svegliasse dal suo letargo.

R: Anche nel film, quando nomina l’Europa lo fa sempre in tono affettuoso, quasi di venerazione. Come saprà, in Francia di questi tempi il progetto europeo non suscita più grandi entusiasmi…

S: Non si stupisca: noi russi siamo legati all’Europa in modo viscerale! Il calore della vostra arte e della vostra umanità è essenziale per la nostra sopravvivenza. Il Vecchio Continente è ancora pieno di tesori, mentre il mio Paese si impoverisce di giorno in giorno.

JC: E pensare che i pochi segnali di speranza che intravedo provengono proprio dalla sua cara Russia: ho letto che alcuni visitatori sono tornati ad inginocchiarsi di fronte alle icone esposte nella Galleria Tretyakov. Che si stia riscoprendo l’antico valore sacrale delle immagini?

S: Già, ne ho sentito parlare, ma mi spiace deluderla. Qualunque cosa si possa pensare di me, non sono così nostalgico da credere che sia realistico ripristinare un culto dell’immagine ormai quasi scomparso dal nostro continente.

JC: Scomparsa a cui ha contribuito proprio lo spostamento delle opere nei musei. Che fare, dunque?

S: Forse basterebbe tornare semplicemente ad ascoltare le domande che le opere del passato continuano a porci. Seguendo questa provocazione, non escludo che si possa aprire un varco attraverso la barbarie dilagante.

R: Siete proprio una bella coppia di nostalgici. Ma chi non lo è, in fondo?

Andrea Sartori

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