From her to eternity: I’ll be there forever

Alberto-Garutti--Fulmini-,-2015-_-Lightning-,-2015-Led,-alluminio,-computer,-connessione-internet,-diametro-217,1-cm,-altezza-81,3-cm.

Palazzo Cusani ha ospitato otto lavori che riteorizzano il canone di un’arte sovrana, immutabile, che misura il sensibile, imitazione dell’imitazione: il senso del classico è qui nel discorso armonico, nell’eterno ritorno e nel suo incontro col contemporaneo che ne moltiplica e dilata i contenuti. Curata da Cloe Piccoli e prodotta da Acqua di Parma, I’ll be there forever ha raccolto, nell’edificio milanese, lavori site specific di Rosa Barba, Massimo Bartolini, Simone Berti, Alberto Garutti, Armin Linke, Diego Perrone e Paola Pivi, e crea una sequenza dialettica sospesa che respira nelle stanze tardo-barocche dello storico edificio.

Sottoscrive un sapere vivo, un appartenere inscindibile alla tradizione, un continuum privo di fratture temporali ma capace di rinnovamenti, di scoprimenti, a tal senso “la trasmissione storica è dialogo concreto e reale sia con le tracce ereditate col passato, sia con gli altri intesi come contemporanei, entro la nostra cultura o fuori di essa”. A introdurre l’esposizione, La fusione della Campana di Diego Perrone, surreale monumento in resina, ferro e polistirolo. Immediato è il riferimento a Tarkovskij, all’episodio occulto della campana in Andrej Rublëv: orde tartare lacerano il villaggio, la campana è distrutta e morto è il suo fonditore. Sarà l’orfano Boriska a riconnettere il circuito, il flusso inverso. Certo si tratta di mostrare il processo necessario alla produzione, di trasmettere il sapere, il suo linguaggio arcaico; di sviscerare attraverso l’amorfo, l’oggetto in divenire, il perfettibile, ma anche: la campana restaura il disorganizzato, ri-sigilla il bene comune: connette, coniuga, continua. L’arte come riorganizzazione, spiegamento dialettico, ponte linguistico che interviene sulla “messa in comune”, sul divenire, sulla diffusione stessa della coscienza. Nel caso di Perrone, e del resto in Tarkovskij, l’azione artistica interviene sulla possibilità del fallimento: assimilandolo lo vince (Boriska, minacciato di morte in caso di fallimento riesce nell’impresa per fede piuttosto che per conoscenza del mestiere). L’artista come vicario, la cui responsabilità è suggerire l’autentico attraverso il sensibile: la verità piuttosto che la bellezza diviene lingua originaria della poesia. Da qui la responsabilità col passato, il risveglio come processo, la svolta copernicana e l’arte come metafora d’una realizzazione salvifica, direbbe Benjamin. Dal singolo al collettivo.

A seguire, l’immenso salone Radetkzy con la trilogia The Hidden Conference (2010-2015) di Rosa Barba, serie di lente documentazioni di opere d’arte conservate in depositi e caveau di musei (Neue Nationalgalerie, Berlino – Museo Capitolino, Roma). Ogni frammento, ogni statua, ogni effige registrata è un divenire-figura che mostra un corpo d’uomo, ma svuotato di organi; da qui l’assenza, l’espressività mancata, la percezione del vuoto, l’intensità di freddo e il suo intreccio desiderante, fantasmatico. Si tratta di riabilitare il silenzio, di cercare il dicibile nell’assenza, nel differito, nel rimosso, nel coincidere con esso; di decifrarne la sua grammatica nascosta che non è negazione verbale ma comunicazione anch’essa: imitare e significare, guardare e leggere. La natura si annida eterna nel sorriso arcaico, comunica nel silenzio, si riempie di contemplazione. Poi la pietra si popola di sguardi e onde, rinuncia all’interpretazione, si abbandona al linguaggio: parla letteralmente. Scrive l’artista, “fra opere che si trovano l’una accanto all’altra si sviluppa un senso di reciprocità, di appartenenza; uno scambio, come nel caso delle nuvole di Turner e Bacon a Londra”.  Di Armin Linke una serie fotografica che riporta interventi e allestimenti museali di Carlo Scarpa presso palazzo Abatellis di Palermo, una sorta di ri-catalogazione della catalogazione stessa,“svincolata da modelli definiti e univoci” che riscopre il paesaggio architettonico e scioglie l’opera dall’ambiente pur assorbendola al suo interno. Quello di Scarpa è un accorgimento sull’al di qua, sulla sua cornice materica, un sistema scenico che ospitando l’opera diviene opera. Ancora torna – come nel lavoro di Rosa Barba – l’idea del deposito che protegge, che preservando dichiara la sua appartenenza al luogo, all’opera (che vi si lega) e a se stesso. Gli scatti di Linke ritagliano una porzione eterna, si incamminano melanconici su una linea di fuga che separa l’antico dal contempo rivelandone la sintesi che vi riposa.

“Le luci vibreranno quando in Italia un fulmine cadrà durante i temporali. Quest’opera è dedicata a tutti coloro che passando di lì penseranno al cielo”, così Alberto Garutti descrive la sua opera, Fulmini (2015). C’è una connessione cosmica nell’opera di Garutti, una congiunzione col respiro terrestre che vibra di luce ad ogni suo spasmo, un legame transitorio quanto ciclicamente perpetuo, un movimento molecolare che nel suo frammento luminoso a microintervalli propaga lo scorrere umano nell’infinito. E viceversa. Di Garutti anche Filo lungo 133 km: la distanza dalla porta della mia casa a Milano alla piazza Garibaldi a Parma (2015), una matassa in poliestere che materializza una longitudine intima, una narrazione spaziale condensando nella sua misura finita la memoria di un movimento illimitatoCall me anything you want (2013) di Paola Pivi si leva centrale in un assemblamento iridescente, un rilievo di perle le cui sfumature cromatiche rinviano a spettri tonali propri della pittura rinascimentale, una continua evocazione di incarnati, di tessuti, un prospettico rappresentare la realtà estendendola a un infinito soggettivante, una tensione che trabocca e supera il limite bidimensionale del supporto, aggettandolo. Prospettiva è comparazione, riaffermazione spaziale in un sistema metrico che relaziona l’esistere con l’azione umana. E l’antico è natura, conoscenza, non a caso l’opera si innesta in un immaginale tessuto quattrocentesco: eternità della tradizione e divenire plastico. Simone Berti ricompone invece un abecedario fiammingo di forme sospese, di estensioni e protesi surrealiste: assurdi copricapi, dame incastrate in universi di pallore, apparenze costrette in linee, astrazioni e pulsioni di sogno.

Nell’ultima sala Massimo Bartolini ribalta i punti di vista e di significato dell’opera di Giacometti Donna di Venezia VIII (1956): dal verticalismo serpeggiante si discende orizzontali sulle rocce. In Giacometti Landscape (2014) la donna diviene paesaggio terrigno, incrocio di piani e arborescenze stanche. La nuova combinazione spaziale è semiotica territorializzante, fiumana a riposo. Il considerare eterno rinuncia a rappresentare la retorica della somiglianza fine a sé, indaga sì la tradizione, ma si innerva armonico nel presente; raffinandosi, superandosi: si manifesta. Questo movimento è un fenomeno che procede nel presente, è reazione stratificata o semplicemente organo illimitato, partecipe degli eventi del 323 a.C., del maturo Quattrocento, dei postulati Winckelmanniani: l‘arte prende posizione nei confronti dell’empiria proprio attraverso la distanza da quella: nella sottrazione dalla scelta, dal contingente, sta la sua eternità. Da qui la sua perenne autonomia, e in questo senso l’imitazione non è mera riproduzione ma interpretazione, ricamo e trasformazione della vita; poiché slegata dall’attuale, l’arte si carica di sintesi tra appartenenza e non. Direbbe Adorno, dell’opera come Apparizione, ma anche esperienza estetica, irrigazione sensibile, manifestazione dello spirito e dell’assoluto. Dall’arte all’eternità.

Alberto-Garutti--Fulmini-,-2015-_-Lightning-,-2015-Led,-alluminio,-computer,-connessione-internet,-diametro-217,1-cm,-altezza-81,3-cm.

Alberto Garutti, Fulmini, 2015. Led, alluminio, computer, connessione internet.

Rosa Barba -The Hidden Conference- About the Discontinuous History of Things We See and Don’t See, 2010 Film 35mm, colore, audio digitale ottico, 13-40 min. _ 35-mm film, colour, optical sound, 13-40 mins.

Rosa Barba, The Hidden Conference. About the Discontinuous History of Things We See and Don’t See, 2010. Film 35mm, colore, audio digitale ottico, 13-40 min.

Armin-Linke---Carlo-Scarpa,-Palazzo-Abatellis,-Room-with-bust-of-a-gentlewoman,-Palermo,-2015-

Armin Linke, Carlo-Scarpa, Palazzo Abatellis, Room with bust of a gentlewoman, Palermo, 2015.

Paola-Pivi---Call-Me-Anything-You-Want,-2013-Perle-naturali-infilate-su-tela,-20-tele-(particolare)

Paola Pivi, Call Me Anything You Want, 2013.  Perle naturali infilate su tela, 20 tele (particolare)

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Valentina Dell'Aquila

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