Gare de l’est. Un invito alla lentezza

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A seguito delle mostre realizzate al Teatro Anatomico de Waag di Amsterdam (Gare du Nord) e al Teatro Anatomico dell’Archiginnasio di Bologna (Gare du Sud), al Teatro Anatomico di Palazzo del Bo a Padova è in mostra Gare de l’Est (fino al 15 marzo). L’intervista alla curatrice Chiara Ianeselli.

Relazione tra arte e teatro anatomico: da dove nasce questa volontà di metterli in relazione e qual è l’intento di dialogo? Perché questo spazio? Cosa può offrire un teatro anatomico, rispetto a uno spazio asettico come quello di una galleria o di un museo (sempre in relazione alla fruizione delle opere). Da cosa nasce il progetto Les Gares?

Il progetto Les Gares nasce da una “perversa” relazione con il tempo: i teatri anatomici intesi come luoghi in cui l’uomo procedeva cercando l’eternità, sezionando negli altri esseri le ragioni e i moti dell’esistenza. Era il 2014 quando entrai per una conferenza di astrofisica di Vincent Icke nel Teatro Anatomico de Waag di Amsterdam: si parlava in tale occasione dei tempi di formazione delle stelle. Il tutto mentre fissavo, ammaliata, gli stemmi dei chirurghi olandesi sul soffitto. Da lì l’immaginare un progetto che raccogliesse diverse discipline e che si muovesse nel tempo e nello spazio, ecco Les Gares: questo termine deriva dall’intendere il corpo come luogo di transito, una stazione di flussi, di pensieri. Il progetto è giunto ormai alla sua terza espressione, infatti, a oggi si sono realizzate le mostre Gare du Nord presso il Teatro Anatomico di Amsterdam nel 2015: un’esposizione collettiva con prestiti museali; Gare du Sud presso il Teatro Anatomico dell’Archiginnasio di Bologna tra 2015 e 2016, una mostra personale di Nicola Samorì; e Gare de l’Est, l’appuntamento al momento a Padova (fino al 15 marzo 2017), un’esposizione collettiva con prestiti di privati e di fondazioni. Sono in mostra opere di Alberto Burri (Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Alberto Burri), di Nicola Samorì e di Gustave-Joseph Witkowski (collezione privata). La relazione tra arte e teatri anatomici, o in generale tra arte e anatomia, ci precede di migliaia di anni: l’arte è stata spesso consorella della scienza, ne è stata l’istinto, in una fertile congiunzione nel quale le due si sono alimentate vicendevolmente, spesso senza la possibilità di distinguersi. In un certo modo la scienza quando “invecchia” diventa arte. Questo legame dunque non è sicuramente un’invenzione del contemporaneo. Ogni teatro anatomico ha inoltre le sue ben distinte peculiarità, un milieu che l’ha desiderato, e delle domande che ha generato, delle ricerche promosse. Questo percorso ha permesso di evidenziare similarità e differenze tra gli utilizzi e i diversi livelli di “sacralità” di questi luoghi. I teatri anatomici, come in generale gli edifici storici, mostrano volontariamente le tracce della loro stratificazione nel processo di formazione e nel loro utilizzo, mentre i whitecubes cercano invece di sottrarsi immacolati alla dimensione del tempo, nascondendo frettolosamente i segni e le impronte del passaggio degli individui al suo interno, spesso con esiti maldestri. Il discorso delle cose antiche, l’archeologia, narra assai compiutamente del presente, meglio di una presunta contemporaneità dell’arte cui siamo sottoposti.

Il teatro Anatomico di Palazzo del Bo dell’Università di Padova è un luogo intrinseco di Storia ed è dove, in un certo senso, la scienza diventava spettacolo, quasi teatro. La dimensione scientifica intrinseca di una componente così razionale, come incontra invece l’arte? In cosa si esplica la cooperazione tra arte e scienza?

Il teatro anatomico di Padova, il più antico teatro anatomico a oggi conservatosi, inaugurato nel 1595, ha contribuito a fare di Padova una delle più importanti scuole mediche in Occidente. In questa scuola diversi sono i medici che hanno insegnato, basti citare Vesalio, Falloppio e Acquapendente, autori di fondamentali progressi in campo medico. Realdo Colombo scopre la circolazione polmonare (piccolo circolo); Gabriele Falloppio le tube uterine; Girolamo Fabrici d’Acquapendente le valvole a nido di rondine delle vene. Questa dimensione scientifica, di conoscenza, è sempre stata unita alla dimensione artistica (si pensi alla celeberrima Fabrica del 1543 di Vesalio, il manifesto della moderna anatomia). Inoltre la cooperazione tra la scienza e l’arte più nello specifico di Gare de l’Est si esplicita innanzitutto nella struttura stessa dal Teatro, una pregevole “macchina per vedere” (Maurizio Rippa Bonati) e poi nelle forme dell’esposizione stessa che prevede la cooperazione di figure dal profilo assai diversificato. Questo approccio interdisciplinare caratterizza sia la concezione generale del progetto, sia la scelta degli artisti. Per quanto riguarda la connessione con la conoscenza il progetto Les Gares mi ha permesso di entrare in contatto con cultori a vario titolo dei teatri anatomici: da qui è nato il progetto THESA che riunisce Luca Borghi, Professore presso l’Istituto di Filosofia dell’Agire Scientifico e Tecnologico Università Campus Bio-Medico di Roma; Maurizio Rippa Bonati (già citato), Professore di Storia della Medicina presso l’Università di Padova; Andrea Cozza, laureando in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Padova; Emanuele Armocida, medico in formazione specialistica in Medicina del Lavoro; Valentina Cani, post doc presso l’Università di Pavia e collaboratrice presso il Museo di Storia della Medicina di Pavia; Chiara Mascardi, con un dottorato concentrato sul ruolo dei teatri anatomici nella cultura moderna.

Come si è strutturato il progetto per quanto riguarda i formati e gli artisti?

La consulenza scientifica per la mostra è stata di Maurizio Rippa Bonati, storico della Medicina, tra i massimi esperti di teatri anatomici. Rippa Bonati mi ha permesso di comprendere lo stato dell’arte sulla conoscenza del Teatro Anatomico di Padova e di sondare varie possibili direzioni del progetto. In generale, nelle varie espressioni geografiche di Les Gares sono stati coinvolti medici, storici della medicina, chirurghi, astrofisici, fotografi privi della vista, poeti ed esperti di astronomia. Altrettanto diversificati sono stati i profili degli artisti con cui ho lavorato nell’intero progetto, quasi sempre con interventi site-specific: Sonja Bäumel ascrive la sua pratica nella bio-arte, Laurent-David Garnier, un sapiente naso francese, si concentra sull’ottica e i profumi, Nicola Samorì, prezioso pittore e scultore, giocoliere della materia e poi Alberto Burri, uno dei più grandi artisti del Novecento italiano. La scelta delle opere ha riflettuto l’interrelazione tra diverse discipline ed epoche: l’opera – atlante a tavole sovrapposte che mostra il meccanismo della visione, l’occhio, del 1878-1888 di Gustave-Joseph Witkowski, un medico e divulgatore francese, costituisce il prodotto altissimo dell’ingegno umano, sia in termini di ricerca artistica, sia in termini di strumento scientifico. Questo atlante veniva, infatti, utilizzato per condividere conoscenze relative alla struttura dell’occhio attraverso le diverse carte della sua struttura.

Il teatro anatomico era il luogo dove avvenivano le dissezioni di cadaveri, dove le anatomie venivano preparate a uso didattico. Il progetto ha una valenza educativa? O se non in maniera strettamente didattica, vuole spingere il visitatore a una nuova lettura dello spazio del teatro anatomico? Può essere considerato come un tentativo di proporre il teatro sotto una luce diversa, più contemporanea?

Il progetto ha indubbiamente una valenza culturale: credo abbia la possibilità di proporre una visione di questi luoghi sperimentale e non antiquaria o conservatrice. Penso sia un’operazione delicata, che cerca innanzitutto di rispettare l’aura di questi spazi, per poi appoggiarvisi temporaneamente in maniera armonica, consapevole dell’impossibilità di calarvisi e incastrarvisi perfettamente. Molti dei riti condotti in queste “chiese anatomiche” sono a oggi sconosciuti e li possiamo riscostruire, o forse immaginare, attraverso varie testimonianze, iconografiche e documentarie, tra cui ad esempio cronache di studenti, trattati medici, registri cittadini o diari di visitatori (celebre a proposito il passaggio di Goethe che in occasione del suo viaggio in Italia nel 1786 scriveva: “Essi guardano giù nel ristretto spazio dove è il tavolo anatomico, su quale non cade spiraglio di luce”). Non penso ci sia bisogno di una nuova luce contemporanea per leggere questi spazi, non hanno bisogno di noi per mostrare la loro forza e la loro bellezza. La possibilità di godere del tempo in questi teatri, la possibilità di esserne trasformati che poi ho voluto condividere mi è stata data da professionisti lungimiranti, che hanno creduto che un progetto costruito sulla ricerca potesse essere ospitato da questi capolavori della mente umana, in un’ottica non solo di valorizzazione del patrimonio, bensì di sofisticata sperimentazione. In particolare il Prorettore al patrimonio artistico, musei e biblioteche dell’Università di Padova, la Professoressa Giovanna Valenzano, storica dell’arte medievale, ha seguito attentamente l’evolversi del progetto, con un coinvolgimento significativo.

La struttura del teatro rimanda a uno strumento ottico e a una riflessione sulla sfera sensoriale visiva che sembra essere un tema ricorrente…

Gare de l’Est ha proprio considerato gli studi di Rippa Bonati relativi al Teatro Anatomico di Palazzo del Bo. Sebbene non si sia ancora documentata a pieno titolo la titolarità della struttura del Teatro in esame, le informazioni correnti tendono a rimarcare il coinvolgimento dell’Acquapendente, anatomista alla chiusura del Cinquecento. Rippa Bonati ha approfondito gli interessi dell’anatomista a quest’altezza temporale, dimostrando come proprio negli anni Novanta egli si dedicasse all’anatomia dell’occhio. Inoltre, nel suo De visione, voce, auditu (1600), un’opera dedicate appunto alla vista, è contenuta una suggestiva immagine relativa ad un globo oculare di bovino, immediatamente sovrapponibile alla visione dall’alto del Teatro di Padova. Da qui l’idea di insistere sulla visione macro/micro, la tele visione (visione a distanza) e quella da vicino, il “panopticon” e la percezione archeologica, cieca, di ciò che è sommerso. Lo scarto tra le scale ha costituito la fonte di ispirazione per la realizzazione delle opere o la loro selezione. L’opera Lucy di Nicola Samorì (marmo bianco puro di Carrara, frammento lunare, cm 90 x 35 x 30, 2016) è un cavolo romanesco trasposto e ingigantito nel marmo contenente un frammento lunare. A tal proposito Samorì ha scritto: “ho l’impressione che la nostra mente coincida con l’occhio, anche quella del non vedente, e questo per il semplice fatto l’origine degli occhi abita il cervello”. Il Cretto di Burri (Cretto, 1974, acrovinilico su cellotex, cm 76,5 x 101, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri) costituisce la prova perfetta della scalabilità della visione, e mi riferisco all’infinito Cretto di Gibellina realizzato dall’artista a partire dal 1984. La visione e i suoi limiti sono sempre stati una mia grandissima ossessione, rafforzata dalla lettura della “Storia naturale dell’occhio” di Ings.

L’invito alla lentezza e alla riflessione che viene proposto ai fruitori…

Questo è indubbiamente un elemento chiave della mostra e in generale del mio rapporto con l’arte. Le opere in Les Gares non schiamazzano intenti pubblici e nemmeno predicano il sociale, invitano a essere percorse sensualmente e in maniera individuale, in ogni loro dettaglio e da diversi punti di vista, altezze, stati emotivi. Comunicano attraverso la loro materia agli attenti, a chi può ascoltare. Le didascalie e i testi critici sono collocati in una brochure, lasciando libero lo spettatore di godere della natura delle opere. Gare de l’Est invita a pensare il tempo con suddivisioni della scala dei tempi geologici, non banalmente umani. A questo proposito penso la mostra inviti metaforicamente a vedere il seme nel guardare l’albero, a vedere dunque il blocco prima della scultura di marmo, l’albero prima della carta e così via. Il passo in Les Gares è lento, come quello di chi cammina in una stazione, senza mai esserci stato.

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Gare de l’Est, Veduta della mostra

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Alberto Burri, Cretto, 1974, Acrovinilico su cellotex, cm 76,5×101, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri

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Nicola Samorì, Lucy, 2016, Marmo bianco puro di Carrara, frammento lunare, cm 90x35x30

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Gare de l’Est, Veduta della mostra

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Nicola Samorì, Primo bianco, 2016, Marmo Michelangelo, cm 42x32x7

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Teatro Anatomico, Gare Du Sud

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Teatro Anatomico, Gare Du Sud

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Gare du Nord, Veduta d’insieme

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Laurent David Garnier, PUMA (Polarised Unlimiting Magnitude Absolute), n.2, 2015. Teak wood metallic tube iridescent nanostructure carpet, cm 100x20x14

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Laura Rositani

A seguito di una laurea in Lingue e letterature straniere, si specializza in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali presso l'Università Cà Foscari di Venezia. Ha collaborato con diverse gallerie d'arte contemporanea, musei e fondazioni private a Parigi e Amsterdam, per poi tornare a Venezia. Attualmente lavora presso la Fondazione Bonotto.

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