L’artista-chirugo di Geoffrey Farmer.

Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view

Dopo la spettacolare installazione Leaves of Grass presentata a Documenta 13, dove migliaia di facce, oggetti e animali erano assemblati gli uni vicini agli altri in un tentativo di arginare un horror vacui tanto temporale quanto spaziale, Geoffrey Farmer lavora ancora sul tema del pupazzo inanimato che prende vita da un collage fotografico.

Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view

Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view
 

Una folla di 365 marionette disposte in una penombra spettrale riempiono i 90 metri di lunghezza dello spazio  The Curve. Una mostra suggestiva The surgeon and the photographer, ospitata dal Barbican Centre di Londra fino al 28 Luglio 2013.
Man mano che ci si avvicina ai tavoli si realizza come si tratti di centinaia di personaggi, ognuno diverso e caratterizzato nella sua individualità; emergono i ruoli di ognuno in una folla che sembrava indeterminata. Un gruppo di attivisti sventola le bandiere per la difesa dei diritti gay, orde di guerrieri armati, vestali, qualunque tipologia umana è presente nella folla assemblata da Farmer: intellettuali, zotici e musicisti, un occhio o un’espressione di qualche personaggio noto della musica o della televisione emerge tra gli altri.

Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view

Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view
 

Ognuno prende posto in un rituale che assume un’aura particolare: la massa mette in scena la società, o almeno una sua dimensione parallela, che mescola la varietà e le tipologie umane.  Una società che diventa a tratti inquietante quando ci si accorge in questi pupazzi di qualche incongruenza: un occhio che manca, qualche sproporzione, allineamenti facciali decisamente imperfetti.
Il lavoro è appunto chirurgico. Ogni figura è fatta di ritagli di giornale, assemblata su un piedistallo con colla e stoffa. I vari occhi, nasi, bocche, facce sono ritagliati da una serie di libri e riviste che Farmer ha acquistato nel 2009 in un second hand shop che aveva annunciato la chiusura. Il procedimento è simile a quello utilizzato per Leaves of Grass, dove aveva messo mano a una collezione di diversi numeri della rivista Life che spaziavano tragli anni Trenta e gli anni Sessanta del 1900.

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Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view
 

The surgeon and the photographer richiama un percorso a ritroso nel tempo, nella dimensione ovattata dei libri vecchi che riacquistano attualità e vitalità nelle mani dell’artista-chirurgo. Il procedimento rimanda all’assemblaggio dadaista, e neo-dadaista.
Alla fine della processione è installato un video, un montaggio anche questo di fotografie, le stesse utilizzate per l’assemblaggio dei pupazzi, ma mostrate prima di venire tagliate.
L’istallazione, oltre a riflettere sul tempo, sul ruolo dell’individuo, sembra rimettere in gioco anche il ruolo dell’artista e delle sue capacità; il richiamo è al saggio di Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, dove mago e pittore da un lato e chirurgo e cameraman dall’altra venivano messi a confronto.

Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view1

Geoffrey Farmer, The surgeon and the photographer, installation view
 
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Claudia Casalini

Claudia Casalini, proviene dalla filologia, ma si innamora presto delle arti visive e del teatro di ricerca. Ha radici salde in Emilia-Romagna, ma tiene un piede anche a Londra, città che per qualche tempo l’ha rapita. Si occupa di organizzazione eventi e promozione culturale; collabora con fotografi, artisti, attori e visionari.

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