Giulio Paolini: To Be or Not to Be

a. WG. Giulio Paolini_Alfa (Un autore senza nome)_2004

“To Be or Not to Be” è il titolo emblematico della mostra monografica di Giulio Paolini, inaugurata il 9 luglio alla White Chapel Gallery di Londra, che in questa occasione, diventa uno palcoscenico teatrale. Facendo riferimento a un’opera precedente datata 1994-95, la retrospettiva affronta 50 anni di lavoro dell’artista (nato nel 1940 a Genova, vive e lavora a Torino), fino alle ultime opere.

a. WG. Giulio Paolini_Alfa (Un autore senza nome)_2004

Alfa (Un autore senza nome) / [Alpha (An Author without Name)], (detail), 2004, Mixed media. Collection of the artist / Courtesy Marian Goodman Gallery, New York. © Giulio Paolini 
 

Durante la fine degli anni ’60, Giulio Paolini viene invitato dal critico Germano Celant a presentare le sue opere nel corso di mostre relative all’Arte Povera, insieme ad artisti quali Michelangelo Pistoletto e Giuseppe Penone, ed espone alla Biennale di Venezia nel 1970 con Elegia. Dagli anni ’80, l’artista elabora il proprio linguaggio artistico, che può essere classificato come concettuale, sostenuto dal rigore della logica e dalla riflessione metafisica. Il suo vocabolario artistico si è poi progressivamente articolato, implementando codici teatrali a termini visivi e installativi, come per Il Teatro dell Opera, 1993. Il leit-motiv della mostra riflette sul dilemma dell’essere e della scelta ai limiti dell’esistenza, citando Amleto come modello di virtù, diviso tra il dramma del morire, quasi sognare, e del vivere, attraverso l’azione. Una visione che risale al Rinascimento, articolando un flusso di connessioni tra passato-presente-futuro attraverso il ritratto e l’appropriazione: un approccio psicologico che ha da sempre accompagnato la profondità dei ritratti e che, nel caso di Giulio Paolini diventa introspezione, profondità e ricerca dei fini ultimi della natura umana. Re-ferenze e re-interpretazioni fanno cenno ad artisti come Lorenzo Lotto, Velazques e Chardin – riflettendo in termini di identità ed esistenza. Il dilemma si può far risalire a Essere o Non Essere, 1995, quando l’artista sembra abbracciare la filosofia post-moderna costruendo/de-costruendo la realtà attraverso un metodo logico e analitico.

b. WG. Giulio Paolini_Essere o non essere 1995

Essere o non essere / [To Be or Not to Be], 1994-95, Mixed media. Fondazione Giulio e Anna Paolini, Turin © Giulio Paolini
 

L’identità dell’artista si rivela in Delfo, 1965, Academie, 1965 e in Giovane Che guarda Lorenzo Lotto, 1967: l’allestimento suggerisce un trittico in cui Giulio Paolini si riappropria del mito secondo citazioni visive, invertendo la prospettiva dello spettatore. Mettere in discussione il dramma dell’esistenza è uno dei temi della mostra, dove un palcoscenico teatrale illustra la pratica artistica di Paolini: metaforicamente invitati nel suo studio, ci affacciamo a Big-Bang, 1997-98, dove dipinti, disegni e carte formano un complesso di rimandi e citazioni, Contemplatore enim, 1992, un’installazione scultorea in plexigas in cui due valletti indirizzano lo spettatore, introducendo l’opera finale L’autore Che credeva di esistere (Sipario : Buio in sala), 2013: una messa in prospettiva moderna per lo spettatore nella quale l’autore è assente.

c. WG. Paolini_Controfigura (Stand-in) 1981-1

Controfigura / [Stand-in], 1981. Photo emulsion on canvas. Fondazione Giulio e Anna Paolini, Turin © Giulio Paolini 
 

To Be or Not to Be interroga l’identità e l’esistenza nel tempo presente. Un’occasione per riflettere sull’essere nel nostro tempo presente.

Giulio Paolini: To Be or Not to Be
Whitechapel Gallery, London / 9 July – 14 September 2014

The following two tabs change content below.
è interessata agli aspetti Visivi, Verbali e Testuali che intercorrono nelle Arti Moderne Contemporanee. Da studi storico-artistici presso l’Università Cà Foscari, Venezia, si è specializzata nella didattica e pratica curatoriale, presso lo IED, Roma, e Christie’s Londra. L’ambito della sua attività di ricerca si concentra sul tema della Luce dagli anni ’50 alle manifestazioni emergenti, considerando ontologicamente aspetti artistici, fenomenologici e d’innovazione visuale.

Rispondi