Gli anni romani nei Sessanta: Arte-Vita.

Anna Paparatti e Pino Pascali giocano nel cortile dello studio di  quest’ultimo, a Via Boccea, con le armi finte, luglio 1965. Foto di   Gianfranco Mantegna.

Fotografie, volti, attimi di vita, istanti privati e momenti da palcoscenico, è questo l’incipit del libro Arte-Vita a Roma negli anni ’60 e ’70. La pitturessa, scritto o, per meglio dire, raccontato dall’artista Anna Paparatti, a cura del giornalista e critico d’arte Guglielmo Gigliotti. La scelta è meditata e l’effetto presto raggiunto. Succede, infatti, di affezionarsi a quelle figure ancora prima di conoscerle, anche solo per aver avuto il privilegio di osservarle nei loro momenti intimi, personali, per aver visto sorrisi, smorfie, pose e atteggiamenti di un’epoca passata.

Quante volte ci è data la possibilità di uscire da una biografia per entrare in una vita, anzi in tante vite? Chi ha intrapreso lo studio delle materie storico-artistiche, da qualsiasi prospettiva abbia scelto di guardarle, sa che quello che gli sarà offerto è un racconto più o meno dettagliato, fatto di persone, a volte neanche troppo reali, di azioni, di cui spesso ignoreremo le ragioni profonde, e di opere, di cui conosceremo solo il significato superficiale. Pur approfondendo le conoscenze del percorso creativo di un singolo artista, conoscendo alcune delle sue vicende familiari, qualche dettaglio del suo percorso formativo, le date precise e i titoli completi delle sue opere, dimensioni, tecniche e materiali di ogni lavoro realizzato, qualcosa mancherà sempre alla narrazione. Pur approfondendo le conoscenze di un periodo storico, nelle sue vicende culturali e artistiche, il formarsi di movimenti e tendenze, alcune sfumature resteranno sconosciute e impercettibili. Mancheranno le vite delle persone, che, come un involucro, custodiscono e arricchiscono quelle degli artisti; mancheranno le vicende personali, da cui dipendono le decisioni e le scelte più significative. Si conosceranno gli incontri importanti ma non quelli casuali, saltuari, unici, ma ugualmente rilevanti. Mancheranno le vicende intime, i ricordi limpidi e quelli sfocati. Dei movimenti artistici si leggeranno i manifesti, i proclami delle avanguardie, le aspirazioni sociali e politiche, economiche e letterarie. Si conosceranno i nomi dei protagonisti, legami e rapporti, ma mancheranno le relazioni personali, i contesti di dialogo, le influenze; mancheranno i dettagli reali, le ambizioni, le speranze e le necessità individuali. Mancherà la sfera privata, spesso smarrita o trascurata, ma parte essenziale della narrazione storica. Al contrario, Anna Paparatti, nel suo libro, composto da piccoli racconti cuciti insieme dagli anni e dagli eventi, consente al lettore di camminare per le strade di una Roma artisticamente immersa negli anni ’60 e ’70 e di viverla attraverso i suoi magnifichi occhi verdi, regalo esclusivo di Nonna Clorinda, in un susseguirsi di trattini, che in una narrazione fluida e spontanea, si sostituiscono alla punteggiatura.

È attraverso i ricordi, raccontati in prima persona dall’autrice, che diventa reale l’odore dei cedri, dei mandarini e dei bergamotti, delle marmellate e delle confetture, dei dolci speziati con cannella e zucchero e del mosto cotto preparato con uva fresca. Sono colori e profumi d’infanzia, quelli delle olive verdi, gialle o nere, dei peperoncini, delle cipolle rosse e dei biscotti decorati con la carta argentata. Le parole diventano valanga in quella dispensa, tra le mura di una casa nobiliare, tra le stanze della villa di Rosarno, nei giorni in cui non c’era niente da mangiare e nonna Clorinda, elegante e raffinata, badava alla piccola Donna Anna. Adelaide Gianturco è il nome che ha il rapporto più difficile nella vita dell’artista, sua madre, una madre di cui Anna Paparatti non riesce neanche a raccontare. Le parole escono a fatica, descrivono un legame mai sbocciato, un amore mai nato verso una bambina non desiderata in una Calabria ancora maschilista. È dalla madre che l’artista si allontana, prima preferendo le passeggiate con la cameriera o il tempo trascorso con l’ingegnere del piano di sotto, poi, una volta cresciuta, scegliendo di restare a Roma, a tentare il difficile mestiere dell’artista, aiutata da qualche soldo inviatole dal padre. È la «famiglia dell’arte», come la definisce l’autrice, la «Scuola di Piazza del Popolo», come l’aveva soprannominata Maurizio Calvesi, il luogo fisico e mentale in cui Anna Paparatti trova finalmente la sua dimensione, i suoi compagni di pensiero, i suoi colleghi artisti, i suoi amici, i suoi amori. È nella famiglia romana che nasce il suo rapporto con Pino Pascali, conosciuto durante gli anni di Accademia, ma apprezzato e amato amichevolmente solo dopo, solo quando l’artista iniziava a prendere coscienza di sé e finalmente ad assomigliarsi. È lui la sua spalla, il suo compagno di strada, di passione, la persona con cui Anna Paparatti ama giocare. Lei più intellettuale e aristocratica, lui più artisticamente presente, determinato con il suo lavoro. Il loro è un rapporto fatto di collaborazioni, di sostegno, di scambi, di entusiasmi condivisi. Storia, personale e individuale, oltre che dell’arte, perché a lei per ricordarlo basta pescare un po’ nella memoria e i momenti vissuti insieme ritornano a galla, senza sforzi, nitidi e vivi, reali e inalterati. È il living theatre la loro casa, il luogo dove sono stati più uniti. Durante uno spettacolo, una performance inaspettata, lui guerriero nella notte, lei la sua dama, parti essenziali di un rito scaramantico, pazzi sciagurati in grado di generare un grande applauso. Il nome di Pino ritorna in molti brani, è una figura ricorrente, una presenza costante. Pur essendo scomparso troppo presto, a causa di un incidente, pur avendo lasciato un vuoto nella vita dell’artista, Anna Paparatti lo racconta con spontaneità, tenerezza, ironia, con la fluidità di una memoria colma di suoi frammenti.

Questo è un libro che narra anche di luoghi, ambienti romani di libertà e pensiero, invenzione e creatività, crescita e condivisione. Primo tra tutti è lo spazio della Galleria L’Attico: ovunque sia ubicata, che sia in Piazza di Spagna o il garage di via Beccaria, che sia itinerante, con la modalità “in viaggio”, è per Anna Paparatti come una seconda casa: artisti, amici, progetti e, con il tempo, Fabio Sargentini, la gravidanza, la piccola Fabiana. La Galleria assume le forme di un luogo concettuale, in cui i volti e i nomi più noti degli anni ’60 e ’70 amano ritornare per ritrovarsi e restare. Anna Paparatti in quegli anni non è solo artista, è protagonista sulla cima del mondo, consigliera, progettista, ma anche madre, compagna. È una donna hippy, la prima a Roma a indossare i jeans. È originale, etnica, bella, affascinante, corteggiata, con i suoi mantelli, le tuniche e gli scialli, le collane tibetane e i copricapo persiani. È artefice di una rivoluzione culturale, sociale e politica, e con gli altri componenti della Galleria, prima linea della battaglia pacifica e poetica contro la riduzione del prodotto artistico in merce. Il suo è un racconto che arriva dal centro del cambiamento, dal cuore pulsante di una trasformazione. Che i luoghi narrati siano a Roma, come la piccola e accogliente casa di Via del Babuino, la trattoria a Via dell’Oca, la storica fioraia di Via Ripetta, o le terre della sua amata India, meta di viaggi solitari e di percorsi in compagnia, Anna Paparatti li racconta come parte di un percorso, personale e collettivo, trascinando il lettore tra le mura di quegli edifici in cui si costruirono le seconde avanguardie, nel mezzo di quella che lei ha amato definire «arte-vita». Ed è questo il grande pregio di questo volume, intuito, voluto e curato da Guglielmo Gigliotti: le sue pagine sono scritte e le parole fissate sulla carta, ma il loro modo di parlare si modella sul lettore, sapendo accontentare le curiosità dei più esperti, ma riuscendo a stimolare e a deliziare il palato degli amatori. Non ho difficoltà a immaginare questo libro nelle aule di un’università, come lo strumento tramite il quale rendere reali vicende, volti e nomi raccontati negli altri testi, ma non ho difficoltà a intravedere questo libro anche tra gli scaffali di una libreria di casa, con accanto, da un lato, un saggio storico e, dall’altro, un romanzo di sentimenti.

Arte-Vita a Roma negli anni '60 e '70. La pitturessa Anna Paparatti, nella sua casa di Via del Babuino, nel 1966, posa sul letto davanti al suo quadro Il grande gioco. Foto di Alberto Grifi.

Arte-Vita a Roma negli anni ’60 e ’70. La pitturessa. Anna Paparatti, nella sua casa di Via del Babuino, nel 1966, posa sul letto, davanti al suo quadro Il grande gioco. Foto di Alberto Grifi.

Anna Paparatti e Pino Pascali giocano nel cortile dello studio di quest’ultimo, a Via Boccea, con le armi finte, luglio 1965. Foto di Gianfranco Mantegna.

Anna Paparatti e Pino Pascali giocano nel cortile dello studio di quest’ultimo, a Via Boccea, con le armi finte, luglio 1965. Foto di Gianfranco Mantegna.

Da sinistra il barone Giorgio Franchetti, Tano Festa, Fabio Sargentini e Anna Paparatti, alla Galleria L’Attico, nella sede di Via del Paradiso, durante l’inaugurazione della mostra di Jack Smith A cocktail party, del gennaio 1975. Foto di Claudio Abate

Da sinistra il barone Giorgio Franchetti, Tano Festa, Fabio Sargentini e Anna Paparatti, alla Galleria L’Attico, nella sede di Via del Paradiso, durante l’inaugurazione della mostra di Jack Smith A cocktail party, del gennaio 1975. Foto di Claudio Abate

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Annalisa Ferraro

Storica dell'arte, specializzata nella valorizzazione e conservazione dell'arte contemporanea.

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