Gohar Dashti. Fragile, handle with care

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La galleria Officine dell’Immagine presenta Fragile, handle with care, terza personale dedicata a Gohar Dashti (Ahvaz, Iran – 1980) dall’8 febbraio al 24 marzo 2018 a cura di Silvia Cirelli.

Il fascino che esercitano su di noi gli estremi contrasti della società iraniana fa si che guardiamo sempre con grande interesse agli artisti provenienti da quella nazione. Da una parte si parla di grande fervore culturale a Teheran e dall’altra il peso di una situazione politica in cui la teocrazia al potere non corrisponde alle esigenze di rinnovamento della popolazione. Dalla rivoluzione Khomeinista del 1979 che scalza i tentativi di occidentalizzazione dello Scia’ passando attraverso gli otto anni di guerra con l’Iraq tra il 1980 e il 1988 col tentativo di Saddam Hussein di controllare il petrolio iraniano, e poi i vari tira e molla tra la primavera di Teheran del 1997 con Khatami e poi Ahmadinejad nel 2009 e ora con Rouhani che tenta di frenare la crisi economica e, con l’accordo del 2015 sul programma nucleare, tenta di normalizzare la situazione con l’occidente, per non parlare poi di burocrazia, malaffare, corruzione, banche ecc,  salvo poi intervenire nella vicenda un imprevisto Trump, tutto ci porta a vedere quel mondo come sospeso in un limbo che così bene hanno immortalato gli artisti che conosciamo.

La fotografia di Gohar Dashti è sempre una messa in scena che serve a creare questo senso di sospensione. Il ricordo va a quelle figure in spazi desertici che erano alla base del progetto Iran Untitled del 2013 o di Stateless del 2014-15. Gruppi di ragazzini compressi in una vasca da bagno, gruppi di persone con valigie in attesa di un viaggio sconosciuto, un gruppo di ragazzi distesi su un materasso sempre nel nulla, o grandi solitudini, di una madre con bambina o due innamorati con i loro mobili sulla strada, o due uomini che trascinano faticosamente una pianta.  Qui, nella serie Home (2017) siamo dentro a case abbandonate nelle quali l’artista è intervenuta disseminandole di terra e vegetazione. Le case sono abitate non più dall’uomo ma dalla natura. Quindi da una parte abbiamo il senso dell’abbandono, dall’altra, vedendo la foto dei suoi assistenti che preparano la foto riempiendo lo spazio di piantine, erba, fiori, abbiamo il senso della rinascita, del ridare vita a un luogo terribilmente solitario. E non è la sensazione che  abbiamo guardando le immagini di Angkor Wat in Cambogia dove la natura fagocita i templi buddisti liberati poi dagli archeologi che hanno riportato alla luce quelle costruzioni. Perché qui c’è l’uomo che dà alla natura lo spazio da abitare, la invita a prendere il suo posto, la ospita e le dà il benvenuto.

Se nelle opere precedenti il discorso era molto incentrato sull’Iran con i suoi terribili problemi di guerre e conflitti interni qui si fa più universale. Potremmo essere in qualunque posto del mondo perché tutti siamo in sospeso in un mondo che non ha punti di riferimento.

Dopo aver esposto in vari Musei internazionali come il Mori Art Museum di Tokyo, la Kadist Art Foundation di Parigi, il Museum of Fine Arts di Boston, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Museum of Contemporary Photography di Chicago e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Gohar Dashti sposta, qui, la sua attenzione dalle tematiche socioculturali e identitarie inerenti alla realtà iraniana a una visione di un mondo disastrato. In questo caso il senso di sradicamento diventa letterale, le piante sradicate dal loro habitat vengono ad abitare spazi che sono, a loro, estranei. E nell’opera home#8 sembra quasi che l’artista voglia sottolineare il contrasto tra la natura che si intravede fuori dalla finestra posta in posizione centrale e quella che si trova sul pavimento all’interno della casa.

Nel progetto “Still Life”, del 2017, l’artista ripensa l’operazione di cui sopra con un procedimento inverso. Le piante, i fiori, i rami vengono sgretolati, quasi sbriciolati e fotografati per ottenere una composizione astratta di grande equilibrio e armonia. Quindi ancora la natura che serve a ridare un senso all’esistenza.

Infine “Aliens” è una serie di polaroid in cui il flash serve a creare una presenza Aliena tra lo spettatore e la natura che si dilegua al di la del vetro attraverso cui viene vista. Anche qui la magia della tecnica fotografica crea nuove dimensioni del vedere, nuove presenze, nuove prospettive di vita. È come se l’artista volesse ricorrere alla magia per risolvere problemi irrisolvibili.

Info:

Gohar Dashti. Fragile, handle with care
a cura di Silvia Cirelli
8 febbraio – 24 marzo 2018
Officine dell’Immagine
via Via Carlo Vittadini 11
20136 Milano

1Gohar Dashti, Serie Stateless,  2014-2015, archival digital pigment print, 80 cm X 120 cm edizione di 10 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano

2Gohar Dashti, Serie Home,  2017, Archival digital pigment print, 80 x 120 cm, edizione di 10, 50 x 75 cm, edizione di 15 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano

4Gohar Dashti, Serie Still Life, 2017, Archival digital pigment print, Fotogrammi b&n, 120 x 120 cm, Fotogrammi cianotipia, 120 x 97 cm Edizione di 10 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano

5Gohar Dashti, Serie Home,  2017, Archival digital pigment print, 80 x 120 cm, edizione di 10, 50 x 75 cm, edizione di 15 Courtesy l’artista e Officine dell’Immagine, Milano

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Emanuele Magri

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