Guwahati Research Program

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L’Assam è uno dei territori indiani più estesi dell’area delle “sette sorelle” e i suoi paesaggi, modellati da una natura incontaminata, sono un coacervo di etnie e tribù diverse. Nei secoli i territori, ricchi di riserve e resti archeologici, sono stati contesi dagli stati limitrofi nonché percorsi ed esplorati da mercanti e colonizzatori.

Oggi, grazie alla passione e allo spirito visionario di Paolo Rosso (direttore artistico di Microclima a Venezia), la capitale Guwahati e le aree che la circondano sono investigate da un gruppo di artisti italiani di base a Venezia, qui invitati personalmente da Rosso a condurre ricerche di lungo respiro. Dal 2011, quindi, la metropoli, situata sulla sponda del fiume Brahmaputra, ospita il Guwahati Research Program: un progetto formativo e di ricerca context e community specific, svincolato dalle Istituzioni, autofinanziato e attivato attraverso dinamiche dal basso.

La finalità del programma, come racconta il curatore, “non è tanto la produzione di un lavoro artistico quanto offrire agli artisti la possibilità di ripensare se stessi in relazione alla personale ricerca artistica”, all’interno di un contesto sconosciuto, in dialogo con la comunità, con la geografia del territorio e con le sue tradizioni storiche e culturali, il tutto senza l’imposizione di un vincolo temporale. Centrale è la modalità a cui il curatore si affida per la scelta degli artisti, qui invitati perché stimati innanzitutto come persone e perché appartengono alla tipologia dell’artista ricercatore e pensatore.

Nel corso degli anni, quindi, ognuno degli artisti giunto sul posto non ha fatto altro che attivare il proprio acuto senso critico e lo spirito d’osservazione e, in totale libertà, ha innescato pratiche e processi molto eterogenei tra loro. Se, ad esempio, Mario Ciaramitaro con A strange darkness ha dislocato vari messaggi negli spazi pubblici di una città in costante trasformazione, Riccardo Banfi racconta “di essersi semplicemente lasciato trasportare dagli eventi” poi impressi nel lavoro fotografico I found myself in Guwahati. Diversamente, durante la permanenza Martino Genchi si è affidato alla scrittura, mentre Matteo Stocco e Matteo Primiterra hanno utilizzato il video per il documentario Shatalol. Edoardo Aruta, invece, racconta di essere recentemente partito per l’Assam “con l’idea di fare pura ricerca” e testare le sue competenze in “un’India inesplorata fonte di stimoli e curiosità”.

Altri artisti, invece, sono stati a Guwahati più volte nel corso degli anni, come Giuseppe Abate che tra il 2016 e 2017 ha lavorato al progetto Bhujia, dove l’immagine dei pacchetti di snack è stata finalizzata alla decorazione di tessuti da lui progettati e realizzati con le stoffe più pregiate dell’Assam; o Alessandra Messali che, giunta per la prima volta nel 2013, è poi ritornata nel 2016 e nel 2017. La lunga permanenza dilatata negli anni ha fatto evolvere e ha lentamente trasformato la sua conoscenza della cultura assamese, poi elaborata nell’articolato progetto Emilio Salgari e la tigre basato sullo studio dei romanzi dell’autore italiano e sulle relazioni e incongruenze tra il testo e il contesto. Nelle sue ricerche Messali scoprì che Salgari, sconosciuto ai locali benché avesse ambientato i propri scritti a Guwahati, non si era mai recato direttamente sul luogo. L’intero progetto, quindi, fu concepito da Messali “come un esperimento, in cui i libri vengono utilizzati come strumenti per riflettere su cosa significhi rappresentare una cultura e cosa significhi esserne rappresentati”.

L’aspetto più interessante del Guwahati Research Program è creare un ponte tra occidente e oriente capace di attivare un legame duraturo nel tempo tale da favorire l’incontro tra diversi approcci e visioni dello stare e abitare il mondo. L’ambizione di arricchire l’immaginario legato al luogo, attraverso pratiche basate sui principi della condivisione, collaborazione e partecipazione è rappresentato dal Guwahati Bamboo Walkway realizzato a partire dal 2013 e ad ora lungo 400 metri. Si tratta di un pontile percorribile ideato da Paolo Rosso e William West realizzato in collaborazione con la comunità e con alcuni artigiani locali dell’Isola di Majuli, esperti nella lavorazione del bambù. La passerella, concepita come un “esperimento e un mezzo per conoscere il contesto”, è stata funzionale a creare uno spazio pubblico per la sosta, perché orientato verso una zona della città incontaminata e vergine dove la naturalità del paesaggio nutre lo sguardo di panorami unici e singolari, veicolando l’idea del programma come contenitore aperto a molteplici pratiche e prospettive di studio.

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Guwahati Bamboo Walkway, Paolo Rosso e William West. PH: Riccardo Banfi. 

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Leopardo da I Found Myself in Guwahati, Riccardo Banfi, 2015. 

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Shatalol, Matteo Primiterra e Matteo Stocco, 2015. 

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Michela Lupieri

laureata in Arti Visive allo IUAV di Venezia ha una specializzazione in arte contemporanea e pratica curatoriale. Dal 2011 è curatrice di Trial Version, progetto che ha contribuito a fondare insieme a un gruppo di professionisti del settore. Lavora come curatrice e critica.

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