Hiding in Italy – Liu Bolin

Liu Bolin Ponte Sant’Angelo,Roma 2012

Liu Bolin si nasconde per diventare visibile. L’artista cinese, nato nella provincia nordica di Shandong nel 1973, con uno spettacolare effetto camaleontico s’immedesima completamente con la realtà che lo circonda. Si fa dipingere in modo mimetico nel luogo prescelto in cui poi si fa fotografare, a testimonianza di quella perdita d’identità che coincide con la fusione con il luogo in cui si “ferma”.
Sarà per il suo grande genio, sarà perché proviene da una cultura in cui il sapersi “fermare” è più importante che muoversi o correre, come da noi, ma il suo gesto artistico colpisce per la sua semplicità e forza.

La mostra raccoglie, negli splendidi spazi del museo Hendrick Christina Andersen di Roma (parte dello GNAM), per la prima volta in Italia e nel mondo, l’intero corpo dei venti scatti del ciclo Hiding in Italy, parte della famosa serie Hiding in the city.
Liu Bolin ha realizzato le sue opere fotografiche in giro per l’Italia nei luoghi più  significativi del nostro paese di fronte ad alcuni tra i più bei capolavori del passato da Roma, a Pompei, da Milano a  Venezia e a Verona. Sostenendo che l’Italia è la sorgente della cultura occidentale così come la Cina lo è per quella orientale, l’artista sembra dare una spiegazione della sua scelta geografica per questo ultimo progetto. Come sapientemente sostiene il curatore della mostra, Raffaele Gavarro, un’opera che spiega al meglio la sua tematica è la N°1 Tien An Men Square, in cui il corpo di Liu Bolin si sovrappone ad un punto preciso della piazza, mentre il suo volto, non truccato, coincide con quella di Mao Tse Tung nel grande ritratto esposto nella famosa piazza. E’ un lavoro che ovviamente parla dell’identità e del popolo cinese. (….) Nel sovrapporre il suo volto a quello del Presidente Mao, Lio Bolin compie solo in apparenza un atto di identificazione, che è quello richiesto dalle autorità, e per la verità ancora desiderato da molti cinesi, realizzando di contro un atto di differenziazione, o meglio di aggiornamento non solo della tipologia del cinese, ma anche delle sue aspirazioni”.

Come è nata l’idea del tuo lavoro?
Liu Bolin, quando, nel 2005, le autorità hanno deciso di smantellare il Suojja Village Internazional Arts Camp a Pechino dove io avevo lo studio. Mi ha spinto la rabbia che provavo. Mi sono mimetizzato tra le macerie diventandone parte e nel silenzio credo di essere riuscito a dire molto di più che con azioni più rumorose. Da quell’evento tragico sono iniziate le serie dei miei lavori in cui mi “nascondo nelle città”.

Cosa vuoi esprimere con questo tuo nasconderti?
L.B., io cerco di sviscerare parte delle contraddizioni dell’uomo contemporaneo, di analizzare il rapporto tra la civiltà creata dall’uomo e l’uomo stesso.

Come vedi l’Arte nel tuo paese?
L.B., ora è sicuramente in espansione. In passato sarebbe stato impossibile perché gli artisti non avevano tempo per creare, ma dovevano rispondere alle necessità primarie, mangiare, lavorare, dormire. Oggi ci stiamo avvicinando alle modalità occidentali anche se dopo la crisi del 2008 anche il mondo artistico cinese sta ripensando ad un nuovo modo d’essere.


Liu Bolin, Duomo di Milano. Digital c print, 120 x 120 cm, Ed. 4. 2010

Liu Bolin, Teatro alla Scala n°1. Digital c print, 120 x 120 cm, Ed. 4. 2010

Liu Bolin, Ponte Sant’Angelo, Roma. Digital print 90×120 cm, 2012.

Liu Bolin Art Books, Verona. Digital print, 90×120 cm, Ed. 6. 2012

Liu Bolin, Ponte di Rialto. Digital c print, 120 x 120 cm, Ed. 4. 2010

 

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Giusy Lauriola è un’artista visiva che vive e lavora a Roma. Nel corso del suo percorso artistico ha indagato questioni pubbliche, come la guerra in Iraq, sottolineando temi come l'indifferenza al dolore degli altri, i bisogni indotti e il potere della pubblicità. Come strumento di lavoro utilizza la fotografia rielaborata, contaminata dalla pittura e stampata su plexiglas. Per mantenere viva la sua passione ha iniziato l'attività di giornalista come collaboratrice per Julietartmagazine e per Romasettimanale.

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