High Tide. Nico Colón

In occasione della sua mostra personale alla Brand New Gallery di Milano, abbiamo incontrato Nico Colón – artista che vive e lavora in Messico – il quale ha presentato la sua produzione recente consistente in nove dipinti e un’installazione sonora. Intrecciando un gusto romantico a un codice espressivo strettamente contemporaneo, egli crea un linguaggio visivo inedito figlio dell’era post. Lo abbiamo incontrato per porgli qualche domanda.Il leitmotiv centrale della mostra alla Brand New Gallery di Milano sembra essere correlato al mare, a partire dal titolo della mostra, High Tide. Uno dei dipinti prende in prestito il titolo dalla celebre opera di Caspar David Friedrich (High Tide (The monk by the sea), 2014). Lui e altri artisti dell’epoca romantica (ad esempio Turner) e il loro ideale di sublime hanno svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della mostra o il gioco di parole è solo visivo? 
Sì, c’è un altro dipinto in mostra che prende in prestito il gusto e il titolo dal dipinto di Turner Disaster at Sea. L’idea alla base di queste opere era esattamente di utilizzare questo momento storico come punto di partenza. Beh, forse non come punto di partenza, ma come una conversazione parallela che consente un dialogo, in particolare pensando alla natura e all’oceano, allora come oggi, come rappresentazioni del caos sublime. Ma, siccome il mondo è completamente cambiato dalla civiltà moderna, questa idea dell’ambiente naturale come “Altro” non esiste più nello stesso modo. Ero interessato al significato di questi soggetti Romantici oggi, l’oceano in particolare. Per me l’oceano rappresenta ancora qualcosa di orribile. Ma con il cambiamento climatico e l’aumento del livello del mare, ci si avvicina di più a una riflessione culturale piuttosto che all’abisso.

Mi piace il fatto che il comunicato stampa non dia molte informazioni sulla mostra, perché spesso ciò che è scritto in qualche modo demistifica e intellettualizza troppo il contenuto della mostra. Invece nel tuo caso, il comunicato stampa è costituito interamente da una poesia. Puoi dirmi qualcosa di più su questo scritto?
Stavo pensando a questi stessi problemi riguardo l’uso che un comunicato stampa porta nell’esperienza di una mostra. Non voglio che qualcuno pensi che ci sia un’informazione che riveli il segreto dell’opera, o spiegare di cosa si tratta. Soprattutto seguendo il filo sublime di questa mostra, dare informazioni tangibili mi sembrava distruggere questa esperienza. La poesia è un estratto da Maldoror and Poems del Comte Delautréamont. Il testo, in combinazione con il font, vuole più che altro esprimere una sensazione o dare un contesto. Penso si riferisca a quella sublime riflessione culturale della quale stavo parlando. Il testo parla del freddo, del buio, di uomini orribili, che portano una punizione divina. Guardare il nostro mondo crollare è po’ la stessa cosa per me.

Chance e casualità sembrano essere elementi chiave della mostra. In uno stile quasi di guerriglia, hai deciso di ampliare lo spazio espositivo alle sue aree circostanti, mettendo una serie di manifesti in giro per la città di Milano. Non compaiono nella lista ufficiale delle opere sul sito web della galleria né è stato comunicato dove fossero. In che misura la tua pratica artistica si definisce per la necessità di sfuggire ai limiti dello spazio bianco della galleria?
Penso che per me non si tratti davvero di fuga, ma piuttosto di erosione e di dialogo. Queste opere alle quali fai riferimento facevano parte di un’azione parallela all’interno della mia mostra a Milano, funzionando più come echi di una conversazione esterna che furtivamente entrava. (Un lavoro al quale ho pensato, e gli artisti che sono stati fonte di ispirazione per il mio lavoro. La maggior parte degli artisti sono buoni amici, quindi è stato anche un modo di esprimere una comunità). Ho detto agli artisti che non avrei pubblicizzato la mostra tramite la galleria perché non ci pensavo come se avvenisse e fosse curata dalla galleria. Era qualcosa che stava accadendo in una conversazione, uno spazio fluido. Si tratta del gesto, e di stare tutti insieme. (http://togrowletgo-thoughttheoldmouseasitlaydying-inabedofgarbage.org/)

Nella seconda stanza c’è un iPod sul pavimento, apparentemente buttato lì per caso, che invita i visitatori a raccoglierlo e ascoltare diversi suoni ambientali, mescolando così il suono proveniente dagli auricolari con quello della mostra. Tendi spesso a includere questi aspetti interattivi “fai da te” quando mostri il tuo lavoro? Quanto è importante la parte partecipativa di una mostra per te?
Penso all’arte come a un’esperienza che si ha con un oggetto d’arte, o un’opera; quindi considero tutta l’arte come partecipativa. Ma capisco dove vuoi arrivare. Il piccolo lettore mp3 faceva parte della mostra “Stowaways” della quale ti parlavo. Ho chiesto espressamente al mio amico di fare un’opera sonora per la mostra. So quanto il suono influisca sull’esperienza ed egoisticamente ero interessato a come il suo contributo avrebbe aperto nuove strade nel mio lavoro. L’artista è semplicemente incredibile, quindi sono sempre interessato a imparare da ciò che crea, e come avrebbe ballato con la proposta espositiva. Il suono è un modo così semplice per la creazione di un ambiente, non so se questo è necessariamente un “fai da te”. Credo che questa mostra parallela sia un po’ “fai da te”. Ma, non so se conosci il termine FUBU (Fouled Up Beyond Use)? Per me è più una mostra FUBU che DIY (Do It Yourself). 

Fallen kings can be the kindling, but the smoke is thick and black. (2014) Sculptural Sound installation. Variable dimensions. Courtesy Brand New Gallery and the artist

Nico Colón_High Tide 1_ 2014

High Tide 1 (2014). Oil and ultra violet inkject print on linen. Cm 188 x 129.5. Courtesy Brand New Gallery and the artist

Fallen kings can be the kindling, but the smoke is thick and black. (2014) Sculptural Sound installation. Variable dimensions. Courtesy Brand New Gallery and the artist

Fallen kings can be the kindling, but the smoke is thick and black. (2014) Sculptural Sound installation. Variable dimensions. Courtesy Brand New Gallery and the artist

Parlando della parte sonora della mostra, penso che l’installazione scultorea sonora Fallen kings can be the kindling, but The Smoke Is Thick And Black… (2014) stabilsca un rapporto piuttosto stimolante con i dipinti. Tuttavia, vedendo la crescente accettazione della sound art come forma d’arte vera e propria, la tua installazione sonora funziona anche come un pezzo immateriale di per sé, senza gli oggetti circostanti? Dove hai campionato i suoni?
Sì, penso alla mostra come a un gesto singolare e il suono come a una parte fondamentale di questo. Ma non penso a quest’opera come site specific. Mi piacerebbe vedere/sentire questo lavoro esposto con altre opere, un giorno. L’audio è di due fuochi, scoppiettanti, stratificati uno sopra l’altro, poi circa ogni minuto c’è un basso forte o un tamburo che esplode nello spazio. Con questo basso il suono diventa inevitabilmente fisico. Questa parte è stata difficile da fare perché le mie cuffie non potevano raggiungere quel minimo di frequenza, e non ero davvero in grado di sentirlo. Non riuscivo a sentire il pezzo correttamente fino a quando hanno installato il subwoofer nella galleria posteriore. Le immagini tremanti sopra gli altoparlanti quando venivano colpiti i bassi sono state una felice sorpresa.

Ho visto un’intervista dove parli dell’interesse delle opere che appaiono incompiute, perché lasciano aperte possibilità di sviluppo, mentre quelle ‘esagerate’ prendono tutta la loro vita una volta il lavoro finito. All’apertura della mostra, hai improvvisamente deciso di spruzzare con dell’acqua l’opera costituita da una scatola di cartone piena di carbone, interferendo con l’opera, anche dopo l’inizio ufficiale della manifestazione. Quando sai se le opere sono pronte per essere esposte (anche se nella loro ‘incompletezza’)? Che importanza ha?
Hahahaha, colpito! Quel lavoro doveva essere stato spruzzato con l’acqua prima dell’apertura. Ma me ne sono dimenticato. Era già bagnato, ma mi piace molto come le gocce d’acqua si comportano appena spruzzate. Quel pezzo fa sempre parte della mostra “Stowaways”. Viene spruzzato ogni mattina prima dell’apertura della galleria. Ma sapere quando un lavoro è fatto, o pronto, è una delle cose più difficili del fare arte. Credo che si sappia. Questo è dove l’esperienza e una solida pratica aiutano.

Sei nato a San Francisco, ma lavori a Città del Messico. Qual è la tua casa?
Wow, è difficile per me saperlo, anche perché ho viaggiato molto di recente. Ma posso dire onestamente che il Messico è la mia casa creativa. In California sento una connessione potente con la terra e le persone, perché è lì che sono nato e cresciuto, a San Francisco. Ma dato che creare è quello che mi fa più felice in questo momento, ho sempre voglia di tornare a casa a Città del Messico. La comunità di artisti che ho qui è una grande fonte d’ispirazione. E la città stessa non smette mai di stimolare. E ti senti come se si potesse realmente fare qualcosa. Dovresti venire. Sono sicuro che ti piacerebbe.

Che cosa stai facendo in questo momento? Ci sono progetti che hai sempre voluto realizzare, ma per qualche motivo non è mai successo?
Sto lavorando su più cose in questo momento; soprattutto mi sto concentrando sulla mia prossima mostra personale alla New Galerie a Parigi nel mese di marzo. Spero di riuscire a fare qualcosa di nuovo, meno visivo. Ma ho ancora un sacco di lavoro da fare su questo. Nelle prossime settimane, lavorerò su questi grandi francobolli xilografie. Ho voluto farli per circa un anno, e finalmente inizierò. Sono entusiasta!

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Sebastjan Brank

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