highways and byways. together again.

daimler_ac_usa_003_300rgb.Hans-Georg Gaul, Berlin

Dopo ‘Conceptual Tendencies 1960s to Today’, la serie espositiva che nel corso del 2013 ha indagato l’evoluzione dell’arte concettuale, la Daimler Contemporary di Berlino si conferma per la capacità di comunicare una già forte identità attraverso nuovi approcci espositivi. ‘highways and byways. together again’, a cura di Renate Wiehager, è prima di tutto un’interessante panoramica sulla produzione dell’arte astratta Americana.

daimler_ac_usa_003_300rgb.Hans-Georg Gaul, Berlin

‘highways and byways. together again’, exhibition view
 

La mostra spazia dai padri fondatori (i tedeschi Josef Albers e Adolf Fleischmann, emigrati rispettivamente negli Stati Uniti nel 1933 e nel 1952) sino alla New York Abstraction degli anni Novanta, attraverso la Washington Color School di Gene Davis e Kenneth Noland, poco nota in Europa ma il cui uso del colore ebbe influenza sulla Pop Art. In secondo luogo, Renate Wiehager, direttrice della Daimler Contemporary, ha invitato l’artista svizzero Nic Hess, noto per le sue appropriazioni dello spazio architettonico per mezzo d’installazioni di tapes adesivi, pittura spray e collage, a costruire una vera e propria ‘ambientazione’ per le opere in mostra, un meta-commentario che si svela gradualmente con ironia ma che, al tempo stesso, non esiti a esprimersi sui contenuti o a stabilire inedite connessioni.
Nic Hess non si limita, perciò, ad accompagnare i singoli lavori esposti ma, in linea con la citazione di Paul Klee che dà il titolo alla mostra (l’idea di uno spazio che possa essere esperito sia a livello fisico sia a livello mentale) espande i propri lavori lungo un percorso che rimbalza il visitatore da un punto a un altro, coinvolgendo in questo tragitto la stessa architettura, i muri, le porte, i soffitti. Un flusso dinamico e senza soluzione di continuità dove la losanga e le linee diagonali, motivo ricorrente nella pratica artistica di Hess, connettono le varie sezioni. Un intervento che valorizza gli elementi di arte astratta – ricerca della pura geometria, forme minimali, concentrazione sui materiali, sui cromatismi e sulle superfici – e li ricollega alla storia e all’immagine della Daimler.

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‘highways and byways. together again’, exhibition view
 

I quadrati gialli della griglia di ‘Source’ (1963), olio su tela di Frederick Hammersley, sono riproposti da Nic Hess come elementi decorativi della porta art decò del 1929; al tempo stesso, l’insieme diventa la naturale prosecuzione del murales del 1946 di Ilya Bolotowsky, finora esistito solo come schizzo e qui riprodotto da Hess per la prima volta. Sulla parete opposta, sempre Bolotowsky con ‘Black, Red and White Diamond’ (1971) sembra letteralmente correre verso ‘Revolving’ (1959) di Alexander Liberman, solo grazie all’ausilio di due strisce adesive nere che mettono le ali al geometrismo del russo-americano. Un’applicazione di matite colorate adesive costituisce il naturale proseguimento delle strisce colorate di ‘Untitled’ (1969), opera di Gene Davis, mentre – nella parete di fronte – al rigoroso ready made ottico del britannico Sylvan Lionni, ‘Structured, Query, Language’ (2010), Hess risponde con ‘Contacts’ (2012), ironico murales costruito con centinaia di biglietti da visita. In realtà, se ci si allontana, si può vedere che l’effetto mimetico del lavoro dell’artista svizzero in relazione al collega britannico raggiunge in questo caso un livello sorprendente e conferisce all’insieme maggiore apertura verso lo spazio circostante.

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‘highways and byways. together again’, exhibition view
 

Con ‘highways and byways’, Nic Hess sembra proporsi come legittimo prosecutore delle istanze che hanno accomunato la maggior parte degli esponenti dell’arte astratta in America e, con un processo che potremmo far rientrare nell’ambito della postproduzione, le fa proprie, passandole al vaglio di un immaginario pop che spazia liberamente dalla storia dell’arte alla segnaletica pubblicitaria, dal mondo della moda alla politica attuale. Tuttavia è curioso constatare come, alla fine, l’artista non rinunci a una certa ambivalenza: “Mi vedo – dice – più come uno sprayer: come qualcuno che opera in un contesto illegale. Certo, ciò che faccio all’interno delle istituzioni artistiche non è più illegale. Ma mi piace l’aspetto anarchico dell’usare del nastro adesivo per seminare qua e là qualche simbolo.”

Barbara Cortina

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