I luoghi di Wim Wenders

"Entire Family"

Dopo l’arte ambientale di Irwin e Turrel, la luce si conferma protagonista anche nella nuova mostra inaugurata dal FAI a Villa Panza, che apre le porte alla fotografia di Wim Wenders fino al prossimo 29 marzo. Alla nota carriera cinematografica, il regista tedesco ha da sempre affiancato quella di fotografo, raccontando i luoghi emblematici della propria poetica, anche attraverso un vasto archivio di scatti su pellicola.

La mostra, a cura di Anna Bernardini, direttore e curatore di Villa Panza, è una selezione di trentaquattro fotografie dedicate all’America e realizzate da Wenders in un arco temporale che va dagli anni Sessanta al 2003. Il titolo non poteva che essere America, non solo soggetto rappresentato, ma anche ideale punto d’incontro con il luogo dell’allestimento. L’idea del progetto espositivo ha infatti preso forma la scorsa estate, quando Wenders, visitando la villa varesina, ha potuto percepire nella collezione raccolta da Giuseppe Panza, il fascino condiviso per la potenza della luce e la sconfinata vastità del paesaggio d’oltreoceano. Le opere di Wenders instaurano un dialogo spontaneo con i luminosi interni e gli arredi neoclassici della villa in cui, cadenzate dalla suddivisione domestica delle stanze, le fotografie di grande formato trovano la loro naturale collocazione. Un risultato che avvalora la tesi del conte Panza, secondo cui la diversità dei linguaggi può essere travalicata quando le opere raggiungono il medesimo livello qualitativo.

La mostra, dedicata all’amico Dennis Hopper, è un viaggio visivo alla scoperta del West americano, evocato e immaginato dell’artista fin da bambino e diventato in seguito, come in Paris, Texas, luogo metaforico del mondo interiore dei protagonisti dei suoi film. Nelle fotografie la luce del tramonto inonda le strade e i paesaggi desertici della California, del Texas, del Montana, del New Mexico e ne enfatizza la vastità, dilatandoli oltre ogni confine. La tendenza all’orizzontalità si riconferma anche nelle grandi dimensioni scelte per le opere di fronte alle quali lo spettatore è quasi portato a immergersi; – To take you somewhere – così Wenders descrive la volontà da cui nasce il proprio lavoro. A essere indagati dall’obbiettivo fotografico non sono però i panorami, ma i luoghi: città fantasma, sperdute stazioni di servizio, parchi gioco e parcheggi deserti. Quello che lega i soggetti, siano essi architetture, strade o interni, è la rarefatta sensazione di abbandono, una commovente e nostalgica desolazione che aleggia in ogni scatto. Questa sensazione si connota di una solennità quasi liturgica nella parte conclusiva del percorso espositivo: nella sala delle scuderie, in un’aura quasi sacrale, sono allestite le cinque fotografie che Wenders scattò tra le macerie di Ground Zero.

Ciò che accomuna l’intero corpus fotografico è anche la marginale e precaria presenza degli individui. I luoghi sembrano essere stati abbandonati dai loro protagonisti, anche se non sfuggono allo sguardo acuto di Wenders i segni del loro passaggio (il mozzicone di sigaretta in Safeway). Il vuoto racconta in modo più onesto e sincero la storia degli individui di quanto possa fare la loro presenza. In questo l’estetica di Wenders deve molto alla fotografia di Luigi Ghirri e a quella sua sottile ricerca dell’artificiale come traccia della presenza umana nel paesaggio naturale. Un altro riferimento costante è poi quello alla pittura di Edward Hopper. Tutta hopperiana è infatti quella sospensione temporale che pervade le fotografie, capaci di insinuare in chi le osserva l’ambigua sensazione che qualcosa sia appena accaduto o che stia per accadere.

Le fotografie, realizzate attraverso una Leica con pellicola a scorrimento, non sono state sottoposte a nessun intervento di post-produzione, ma sono il risultato diretto e personale dell’azione dell’artista che, attraverso un approccio quasi artigianale, indaga la luce per renderla materia della propria arte. L’atto del fotografare è per Wenders prima di tutto un processo individuale e intimo. Solo nella più profonda solitudine l’artista può ascoltare ciò che il luogo ha da raccontare. Questa rappresenta la più netta demarcazione tra il lavoro del regista da quello di fotografo. Se nel cinema si va alla ricerca di un luogo in quanto contenitore di una storia, nella fotografia è il luogo stesso a rivelare la propria storia e quella dei propri protagonisti.

Francesca Spaini

WIM WENDERS. AMERICA
Dal 16 gennaio al 29 marzo 2015
Villa e Collezione Panza, Varese.

 Entire Family, Las Vegas, New Mexico, 1983

4. Western World Development, Near Four Corners, California, 1986

Western World Development, Near Four Corners, California, 1986

 Blue Range, Butte, Montana, 2000

7. 'Entrance', Houston, Texas, 1983

Entrance, Houston, Texas, 1983

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