I mille volti della luce al Centre Pompidou

boltanski_les archives de C.B. 1965-1988_1989

Io non utilizzo la luce per far vedere la scultura. Lei è la scultura.” – Bill Culbert

Uno degli aspetti peculiari del Centre Pompidou di Parigi, al di là dell’architettura unica di Renzo Piano, è senza dubbio la continua mutevolezza dell’allestimento; ogni anno cambiano le opere esposte, la scenografia, le storie raccontate e questo è ancora più vero per la sezione contemporanea del museo, che presenta soprattutto giovani e nuovi artisti ma anche qualche veterano (come Boltanski, Beuys e Buren ad esempio). Fino a gennaio 2016, viene proposta una carrellata di opere realizzate dagli anni ottanta a oggi, dove emerge un utilizzo particolare e frequente della luce da parte di numerosi artisti.

Appena entrati si viene colpiti subito dalla vetrata di Victor Man (Zéphir – Hommage à Lautréamont, 2014), un Liberty destrutturato e fantascientifico giocato su una tavolozza di blu e verdi, che fuoriesce dalla superficie rettangolare per continuare sulla parete. Asettica e glaciale è al contrario la luce emanata dall’installazione di Jean-Pierre Raynaud (Container zero, 1988-2014), una struttura reale e abitabile interamente formata da piastrelle di ceramica bianca, che rimandano a un ambiente ospedaliero o chimico, reso ancora più allarmante dal nastro giallo che ne vieta l’ingresso (“superamento regolamentato”). Per una decina d’anni l’artista parigino ha vissuto davvero in una casa di mattonelle bianche, che si era fatto costruire su misura e che poi ha deciso di distruggere perché niente è destinato a durare in eterno nella nostra società e l’opera d’arte non sfugge a questo principio. Una luce più introspettiva illumina invece l’opera di Christian Boltanski (Les archives de C.B. 1965-1988, 1989), costituita da oltre 600 scatole di metallo che formano un muro, denso di un significato totalmente ignoto, poiché le scatole sono riempite di oggetti e fotografie che nessuno potrà mai conoscere né vedere, se non l’artista. Boltanski gioca con la sua memoria, un po’ reale un po’ inventata, e i suoi ricordi diventano quelli di tutto il pubblico, che si trova a essere il partecipante di una grande memoria collettiva, condivisa eppure segreta.

Decisamente più leggere e vicine al design sono le lampade colorate di Tobias Rehberger (Outsiderin e Arroyo Grande, 2002), 66 sfere di vetro giallo e 20 luci in velcro in cui la luce cambia d’intensità a seconda del momento della giornata e della luminosità attorno, in modo che l’opera sia mutevole e in continua trasformazione, sempre diversa da se stessa e in grado di modificare anche lo spazio in cui si trova. Attento all’ecosostenibilità dell’arte, l’inglese David Trubridge si è trasferito in Nuova Zelanda e ha iniziato a lavorare con materiali eco-compatibili (il legno in primis) o riciclabili (come la plastica) e a modellare lampade di forme differenti, realizzate in kit, come i mobili svedesi più famosi al mondo (Lampada Sola e Lampada Icarus Wing, 2012). Il risultato sono creazioni leggere, aleatorie, delicate, che uniscono motivi maori e occidentali, nel pieno rispetto dell’ambiente.

È un trenino di globi allegri e vivaci la chilometrica installazione del giovane cubano Wilfredo Prieto (Avalanche, 2003), lunga ben 43 metri, giocosa e fanciullesca come un’attrazione da parco giochi, di mille colori, materiali e forme diversi, con palloni, giocattoli, sfere di vetro, lampade di plastica o di carta, posti in fila uno dietro l’altro in ordine di grandezza. All’interno di una piccola saletta, la sfera di Olafur Eliasson (Cold Wind Sphere, 2012) emana una luce caleidoscopica fredda e cangiante, che si riflette sulle pareti e crea un’atmosfera futuristica e artica, sospesa nel tempo e nello spazio. Nell’arte contemporanea la luce cessa di essere un mero strumento al servizio dell’opera, ma diventa essa stessa opera d’arte, in grado addirittura di cambiare la nostra percezione dell’ambiente e di modificarsi costantemente, intrisa di significati complessi o al contrario vivace e divertente.

Parigi, Centre Pompidou – Une histoire: art, architecture, design des années 1980 à nos jours, fino all’11 gennaio 2016.

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Christian Boltanski, Les archives de C.B. 1965-1988, 1989

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Jean-Pierre Raynaud, Container zero, 1988-2014

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Tobias Rehberger, Outsiderin e Arroyo rande, 2002

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David Trubridge, Lamp sola e Lamp icarus wing, 2012

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Milena Mengozzi

Laureata in Storia dell'arte al DAMS di Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell'arte e nella moda occidentali, vive a Ravenna. Ama l'arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due sue grandi passioni, che cerca di combinare tutte insieme appena può.

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