I,CYBORG: in conversazione col curatore Will Corwin

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La galleria d’arte contemporanea Gazelli Art House ha inaugurato, durante la settimana di Frieze Art Fair a Londra, la mostra collettiva intitolata I, Cyborg, curata da Will Corwin. Gli artisti in mostra – Aziz + Cucher, Dustin Yellin, Elisabeth Kley, James Ostrer, Kianja Strobert, Recycle Group, Roxy Paine, Roxy Topia & Paddy Gould, Saad Qureshi e Will Corwin – presentano opere che riflettono sulla trasformazione della condizione umana in relazione a un nuovo habitat radicalmente modificato dall’avvento tecnologico. Nonostante l’utilizzo di media tradizionali – quali la pittura, la ceramica, la scultura e la tessitura – gli artisti in questione rivelano una prospettiva futuristica che riflette sul progressivo declino della tradizionale visione antropocentrica. Come a suggerire l’idea che di umano resteranno solo reliquie, la mostra profetizza la graduale scomparsa della presenza umana, a favore di una nuova e ibrida specie che integra biologia e tecnologia, materia organica e inorganica. Will Corwin, curatore e artista della mostra, spiega lo sviluppo dell’idea alla base de I Cyborg.

Nonostante l’uso tradizionale dei media artistici, la mostra rivela una prospettiva radicalmente futuristica. Qual è la scelta curatoriale dietro I Cyborg?
I,Cyborg presenta artisti alle prese con idee e teorie estremamente attuali nella società contemporanea, con una particolare attenzione alla questione del corpo. Credo sia stato estremamente più interessante veder realizzare queste idee attraverso l’utilizzo di mezzi artistici tradizionali – quali la scultura, la pittura, il disegno, la ceramica, la fotografia o la lavorazione di tessuti – soprattutto visto l’effetto di naturalezza che da essi ne deriva. Generalmente, quando emergono nuove forme d’arte basate sull’ utilizzo di tecnologie all’avanguardia, esse tendono a venire integrate con le pratiche artistiche più antiche ottenendo, così, l’ibridazione del mezzo artistico. In I, Cyborg molte delle opere in mostra, sono apparentemente tradizionali nell’uso dei mezzi ma, a uno sguardo più attento, rivelano invece l’integrazione con i mezzi tecnologici più avanzati, come avviene, per esempio, nell’arazzo di Aziz e Cucher o negli inserti in tessuto nelle ceramiche di Roxy Topia & Paddy Gould.

Come rispondono gli artisti alle idee del corpo umano e di coscienza individuale nell’era del declino della visione antropocentrica?
Il declino della visione antropocentrica è un cambiamento positivo. Gli artisti che analizzano il corpo e la specie umana come parte integrante del contesto ambientale, ci aiutano a moderare gli effetti che abbiamo sul nostro pianeta. Questi artisti esplorano l’idea di corpo in modi innovativi ma allo stesso tempo riscoprono questo concetto integrandolo con le forme più antiche – come accade, per esempio, nelle bellissime decorazioni sulle urne cinerarie di Elisabeth Kley. Piuttosto che presentare la sola idea di corpo, molte delle opere in mostra mirano all’esplorazione dell’idea di ‘traccia umana’: si ritrovano, qui, simboli e oggetti carichi di significato, come, per esempio, le fronde di palma provenienti dalla Mecca e riproposte in calcestruzzo da Saad Qureshi, le incisioni su legno di simboli di App create da Recycle Group o ancora, nel mio stesso lavoro, il riferimento ad antiche asce paleolitiche.

Come viene percepito l’ ‘oggetto artistico’ nell’era di una crescente ibridazione della condizione umana?
L’idea che sta dietro alla produzione di un oggetto d’arte è rimasta inalterata da millenni e si basa sulla definizione che mi diede un curatore del British Museum durante una conversazione sulla millenaria statuetta dell’Uomo-Leone: l’idea, cioè, di utilizzare il tempo per la creazione di un oggetto o di una situazione che non sia funzionale alla sola sopravvivenza della tribù o del gruppo. Noi tutti dedichiamo tempo, sforzo e denaro per creare e distribuire opere d’arte perché questo contribuisce a rafforzare e a mantenere il nucleo spirituale della nostra società – senza avere tuttavia alcuna ripercussione fisica in termini di ‘sopravvivenza della specie’.

Pensi che i mezzi artistici tradizionali come la pittura, la scultura o la ceramica riusciranno a sopravvivere alla crescente contaminazione tra biologia e tecnologia?
Nella pratica artistica, i mezzi tradizionali non possono prescindere dall’uso delle mani e degli occhi. Finché la specie umana continuerà a valorizzare questa capacità e modalità di agire, le forme più tradizionali di fare arte continueranno ad esistere. Siamo, infatti, una specie che trae piacere dall’atto del fare. Che nei prossimi secoli, come alcuni sostengono, esisteremo in forma di un’enorme coscienza collettiva priva di corpo – come delle anime all’interno di una sorta di piattaforma elettronica – resta tutto da dimostrare. Sarei, comunque, curioso di vedere quali forme d’arte, puramente sensuali e intellettuali, saremo in grado di produrre in quel frangente!

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Aziz + Cucher, Some People (2014), cotton jacquard tapestry, 210 x 310 cm 

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Elisabeth Kley (2015), Flask with Star, glazed earthenware, 38 x 29 x 13 cm 

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Roxy Topia and Paddy Gould, Mocktail (2015), mixed media, 23 x 27 x 31 cm 

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Saad Qureshi (2014), Dead Leaves Lie Still, cast concrete, 91 x 18 x 3 cm 

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