Il delfino mutante. Evgeny Antufiev

Antufiev

Il delfino mutante e il lupo affamato, il coltello dall’acciaio di meteorite e i capelli lilla della nonna, la maschera di ecopelle e shampoo come finto liquido seminale. C’è di tutto nel labirinto creato da Evgeny Antufiev (Russia, 1986) per la Collezione Maramotti al termine del suo periodo di residenza a Reggio Emilia.Prima di entrare indossiamo i copriscarpe. Intorno è quasi tutto bianco, come la neve. L’ambiente sembra incontaminato e trasmette una sensazione di protezione; protezione che l’artista vuole dare agli oggetti di cui ha disseminato il percorso espositivo. Le installazioni restano distanti dallo spettatore, sono lì esposte ma non si fanno avvicinare, come se emanassero un vento freddo che proviene dalla Siberia, terra natale di Evgeny. Le ha create lui, ha intagliato, ha cucito, scritto e assemblato: è il suo mondo questo. Per alleviare il senso di straniamento, Antufiev ha preparato una mappa. Una mappa sotto forma di libro d’artista che funge da catalogo. Lungi dall’essere una guida allo spazio espositivo il libro ci guida piuttosto lungo la via seguita dall’artista durante la preparazione della mostra. Ogni testo è una tappa e la relazione tra ciascuna di esse è presto evidente: i dodici lemmi che compongono il titolo della mostra sono collegati e funzionali al suo percorso, organi di uno stesso corpo, da sezionare e rivoltare per mostrarlo al mondo.

Per descrivere l’esperienza si scomodano termini come alchimia o processo alchemico; ancora una volta ci arriva in aiuto la voce di Evgeny che dice di essere stato “un bambino affascinato dalle cose uniche che possono disgelare il mondo. La collezione è un modo di smontare l’universo nei suoi singoli componenti. Questo è un modo di trasformare la realtà”, e “tutto quello che sto facendo in primo luogo riguarda la mia esperienza personale, la mia mitologia personale”. Il delfino, il serpente, il coccodrillo albino, i diamanti, i cristalli, il meteorite, il colore rosa, gli sbrilluccichini… non so esattamente come potesse apparire una Wunderkammer del XVII secolo ma credo che ogni tempo abbia il suo linguaggio e la sensazione è stata chiara: pareva di essere immersi nella Dashboard di Tumblr a tre dimensioni. Al sovraccarico di immagini ci siamo abituati, ci sguazziamo e ne sentiamo il bisogno. Trovo ironico come tra i tanti argomenti trattati nel catalogo, uno in particolare venga stroncato al principio da Evgeny durante il suo dialogo con l’amico artista Arseniy Zhilyaev: i social network contemporanei e i nuovi media. Dice di non riuscire più a sentirne parlare. L’ennesimo overload. Dalla travolgente quantità icono-qualcosa si genera il bisogno dell’artista di restituire ordine e significato al mondo fisico e simbolico e crea ambientazioni avvolgenti a cui egli delega principalmente un valore affettivo, senza il bisogno di giustificarne il senso o la presenza in uno spazio musivo/rituale.

Al termine della serata inaugurale viene da chiedersi: che cosa ho visto? L’impressione è che l’opera di Antufiev non sia descrivibile con il solito approccio critico. No. E’ vita allo stato puro. O forse mi sbaglio. Evgeny ricorda: “Non è semplice capire tutto a un primo sguardo, ma io credo che poi, alla fine, risulti più interessante. Che cosa c’è di più noioso dell’ovvio?” e aggiunge “proprio questa forma intricata, indistinta, baluginante è per me la riproduzione ideale, massimamente realistica, dell’universo.” Gli oggetti in mostra non sono fuori luogo, loro sono già nell’universo, che importa in quale parte di esso si trovino. La massima arte a cui possiamo ambire sarà forse quella che ci mostra l’infinità dell’universo? e davanti alla quale ci sentiamo morire, privati di qualsiasi senso vitale? Il nulla… ci sforziamo di spiegare l’insensato, facciamo di ogni cosa un nostro idolo alla ricerca di una salvezza che non c’è e che non deve esserci. A salvarci si materializza la lotteria di fine mostra dove i pochissimi fortunati vinceranno un oggetto dalle irriducibili caratteristiche kitsch del quale ancora una volta potranno innamorarsi. Non resta che continuare ad indagare la sorte, il caos, la vita e il suo mistero in attesa di sapere un giorno cosa ne sarà dei delfini istruiti per bombardare sottomarini nemici ceduti dall’Ucraina all’Iran nel 2000.

Reggio Emilia // fino al 31 luglio 2013
Evgeny Antufiev – Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66
0522 382484
info@collezionemaramotti.org
www.collezionemaramotti.org

Antufiev

Evgeny Antufiev, Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials, Exhibition view at Collezione Maramotti – Ph. C. Dario Lasagni

Antufiev

Evgeny Antufiev, Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials, Exhibition view at Collezione Maramotti – Ph. C. Dario Lasagni

Antufiev

Evgeny Antufiev, Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials, Exhibition view at Collezione Maramotti – Ph. C. Dario Lasagni

Antufiev

Evgeny Antufiev at the opening night at Collezione Maramotti, Reggio Emilia

 

The following two tabs change content below.

Simone Monsi

Simone Monsi currently lives between Italy and London, working as visual artist and contributor for art magazines. He is interested in digital culture, anime and Damien Hirst, and dislikes airports. Prior to joining Juliet Art Magazine, he worked as Press Assistant at Frieze Art Fair in London, UK. Simone holds a BA in History of Art and New Media from Università di Parma, Italy.

Ultimi post di Simone Monsi (vedi tutti)

Rispondi