Il futuro è passato. Intervista a Pio Monti

pio monti

Si è da poco concluso “Il futuro è passato”, progetto espositivo volto a festeggiare l’intensa e longeva attività di Pio Monti. La mostra, sita alla galleria PIOMONTI arte contemporanea in Piazza Mattei a Roma, è uno spunto per ripercorrere oltre quaranta anni di lavoro, di progetti e incontri che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea.

In questa mostra “Il futuro è passato” si celebrano i tuoi 40 anni da gallerista. Qual è il tuo rapporto con il tempo?
Non m’interessa né il futuro né il passato, vivo il presente attivamente e duramente. Altrimenti bisognerebbe avere tre teste, rivolte al futuro, al presente e al passato. Oltretutto, il futuro non è più quello di una volta. Prima il futuro era tutto fantastico e futuribile. Oggi il futuro è il presente e le uniche cose che contano sono la televisione, il cellulare e il “footing”, l’attenzione ossessiva alla forma fisica, all’apparire. Infine, il rapporto con il tempo dipende… dal caldo e dal freddo!

Rimanendo su questo tema, per te arte è immortalità, decadenza o eterno ritorno?
Ti voglio rispondere così: “L’arte è l’incanto di un attimo quando le cose mortali e immortali stanno per raccontarci i loro segreti”. Per me, il più delle volte l’arte è uno sbaglio. A volte l’artista fa una cosa così, tanto per fare, sbaglia; ecco, è in questi momenti che c’è “qualche cosa” che incide sul momento creativo, e fa diventare lo “sbaglio” un fatto artistico.

Hai recentemente inaugurato IDILL’IO, un nuovo spazio espositivo a Recanati. Sei quindi tornato nelle Marche da dove eri partito. Ci spieghi il perché di questa scelta?
Sono nato nelle Marche e maleducato a Roma, vivendo per quaranta anni un certo nomadismo fra l’Infinito e l’Orizzonte. Nello spazio in cui si trova la galleria PIOMONTI Arte Contemporanea, in piazza Mattei a Roma, abitava la madre di Giacomo Leopardi, mentre la nuova galleria a Recanati è situata proprio di fronte la statua del Poeta. La scelta di inaugurare questo nuovo spazio è stata assolutamente casuale, un vero e proprio “idillio”. Mi trovavo a Recanati con un’amica ed è subito scattato il desiderio di trovare una connessione tra i due luoghi, che legava le due gallerie come una madre con il figlio. Lo stesso IDILL’IO non è una galleria vera e propria, ma piuttosto una vetrina, un amore a prima vista.

Hai raccontato di essere venuto a Roma negli anni settanta “dalla provincia”. Com’è cambiato in questi quaranta anni il rapporto tra arte e spazio urbano?
Fortunatamente tutto cambia, altrimenti… che noia! In Italia la scena artistica, con i movimenti legati all’arte povera e concettuale, ha vissuto un grande momento creativo. Me li ricordo come anni in cui ci si trovava nei locali, e si discuteva animatamente tra un vino e l’altro. Era un momento di vero comportamento, istintivo e conflittuale. Dagli inizia degli anni ottanta è successa Transavanguardia, un vero e proprio spartiacque, che ha vivacizzato la pittura ma ha anche mutato, per esempio, il rapporto tra artista e gallerista. Prima, questo rapporto era importante e reciproco, anche perché il gallerista ha il potere di “trasferire” alcune cose all’artista, come è successo a me con De Dominicis; poi questa relazione è venuta meno, non serviva più. Gli artisti concettuali – comportamentali si sono dovuti un po’adeguare al cambiamento portato da Transavanguardia e all’arte figurativa. Alla base di questa rivoluzione c’è Achille Bonito Oliva, che ha vivacizzato una pittura prima stagnante. A Roma si era anche creato un certo giro, con Marta Marzotto e Renato Guttuso.

Pensi sia vero che l’arte (l’innovazione) ha ancora bisogno della città o il contrario? Si può iniziare a pensare a una “rinascita delle province”?
A mio parere i posti li fanno le persone, quindi dipende dalle situazioni. Oggi l’artista, come il collezionista e il gallerista, deve stare nei posti in cui accadono le cose. Poi dipende anche dagli spazi urbani. Chi vive in città d’arte come Roma, Firenze, Venezia durante la giornata fa già la sua provvista di felicità, non sente la necessità di tornare a casa e di contemplare il bello attraverso un quadro o un’opera d’arte, come invece succede in altri posti. Ma soprattutto bisogna uscire dai “luoghi comuni”, che sono le grandi verità del giorno d’oggi: come dicevo prima, televisione, cellulare e “footing”. Così lo spazio personale soppianta anche lo spazio urbano. Oggi, per uscire dai luoghi comuni, si cerca la meraviglia; il pubblico ha bisogno di miracoli. Tra gli artisti, chi saprà meravigliare e sconvolgere avrà successo, come Cattelan e Beecroft.

Dal tuo passato come venditore di prodotti cosmetici alla collaborazione con De Dominicis sul tentativo di “fermare il tempo”. Cosa significa per te, e quanto è importante, l’illusione di fermare il tempo? Pensi sia possibile senza una componente ironica?
Da giovane feci dei corsi di cosmetologia e iniziai a lavorare per una ditta di cosmetici che produceva una crema, “Eterna 27”, che prometteva di fermare i segni del tempo. Tutti la compravano perché pensavano di rimanere giovani. Poco dopo incontrai De Dominicis che lavorava sull’immortalità! Quando vinsi il campionato studentesco di salto in alto, Gino venne a casa mia e mi fece una dedica: “A Pio, l’immortale”. Gli chiesi spiegazioni e lui mi rispose: “Mentre scavalcavi l’asticella uscivi dalla situazione coercitiva della gravità, per cui in quel momento eri immortale”. Come si fa a non entrare in quel mondo lì? Con De Dominicis era così: ogni lunedì lo accompagnavo a esercitarsi nel lanciare il cappello sul treppiede del ristorante il Bolognese, a Piazza del Popolo. Così, quando tornavamo al ristorante con dei collezionisti, il trucco riusciva e tutti erano meravigliati. Io e Gino ci divertivamo sul serio. Ma come si fa a divertirsi sul serio? La bellezza sta anche in questi paradossi.

Hai recentemente dichiarato che gli artisti comportamentali degli anni settanta “dedicavano la vita alla passione e al godimento”. Secondo a cosa si dedicano, invece, gli artisti contemporanei?
Prima non c’erano limiti, si viveva in maniera sguaiata. Oggi invece è tutto più piatto, più orizzontale. O così oppure bisogna meravigliare. E’ difficile trovare la persona giusta, il personaggio fuori dalle righe che riesce a trasformare il ferro in oro. L’arte è alchimia, e l’alchimia è un’arte sempre più difficile da trovare. La meraviglia si può trovare solo in persone geniali e molto stravaganti, fuori dai luoghi comuni.

Gaia Casagrande

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Gino De Dominicis, Lampadario antientropico, 1980. Courtesy PIOMONTI arte contemporanea, Roma

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Maurizio Mochetti, F 104 STARFIGHTER, 1985, legno cm 452 x 100, Courtesy PIOMONTI arte contemporanea, Roma

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Pio Monti e Terry Riley, 1974

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Christo e Pio Monti, 19781

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Pio Monti e Alighiero Boetti

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