Il “Livect” di Salvo Nostrato

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Ho conosciuto Salvo Nostrato al Flussi Festival di Avellino. Ho visto per la prima volta un esperimento di performance interattiva dove il risultato era la somma di ciò che si percepiva realmente come movimento (i performer in scena) e il movimento virtuale incorporeo che avveniva sullo schermo producendo un effetto di simultaneità.  Il Flussi è una manifestazione direi fondamentale nello scenario campano per aggiornarsi sulle ultime alleanze tra arte e tecnologia, soprattutto in ambito dei live-media. Quest’anno c’era il Mapping, installazioni interattive con Arduino e in ultimo, credo la vera novità per questo 2013, il Livect di Londra con l’esperimento di Kinect Art di Salvo Nostrato.

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SNmotion particles è la modalità con cui operi per la creazione delle tue performing art. Sei partito dal concetto di Simulazione di moto di particelle che si utilizza in ambito scientifico di computer grafica, hai preso a prestito dal mondo dei videogames la Kinect della Xbox360, hai mappato lo spazio attorno al performer trasformandolo in un luogo praticabile e sonoro e in più sei anche un compositore di musica elettronica. L’arte in questo caso torna a un livello artigianale ma in senso contemporaneo, un artigianato tecnologico?
Il concetto principale di questo progetto si basa sulla ricomposizione della realtà nell’ambiente digitale. In un mondo in cui l’esteriorità prende il sopravvento sull’essenza stessa dell’essere umano, l’individuo ricerca la conoscenza di se stesso in un ambiente che esula dai preconcetti  e dalle discriminazioni (il mondo virtuale). Al fine di rendere possibile una completa integrazione del proprio essere all’interno di un ambiente completamente ricreato d’accapo, gioca un ruolo fondamentale il concetto d’interattività. Ogni singolo movimento, azione e intenzione è riprodotto in maniera parallela nel virtuale rompendo in questo modo il muro che separa i due mondi. Parliamo di Artigianato Tecnologico perché, utilizzando strumenti digitali di largo consumo, ho tentato di costruire la tela bianca sulla quale poter esprimere se stessi senza rinunciare alle dimensioni sensoriali che circondano l’esperienza della Vita, anzi aggiungendone di nuove. Oltre il livello visivo, Il suono si rivela essere un elemento  fondamentale nell’esperienza del LIVECT. Tramite l’utilizzo delle onde sonore (con attenzione particolare alla scelta delle frequenze rispetto all’ambito visuale)  l’ esperienza diventa Viva, unica e personale. Tutti i sensi di percezione, quindi, sono coinvolti al fine di fornire una “Full Immersion” in un ambiente in cui vige un’unica regola: la creatività.

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Si capisce bene che lo sperimentalismo nel tuo lavoro non si riduce solo alla ricerca di mezzi che permettono di ampliare l’espressione artistica, ma presuppone una vera e propria metodologia di ricerca che non predilige più l’opera come prodotto finito, ma intende l’intero lavoro artistico come work in progress, una ricerca perpetua. Parafrasando, utilizzi l’arte come un induttore di virtualità. La situazione entro cui si realizza l’opera è effimera unica e irripetibile. Lo svolgimento è come un rito improvvisato, tutti hanno il proprio ruolo: il performer si muove considerando il proprio doppio virtuale; l’artista s’inserisce nella ritualità modificando i parametri cognitivi attraverso l’Ipad wireless control; l’astante vive concretamente l’effetto straniante dello spettacolo sinestetico spostando l’attenzione dal reale a virtuale in maniera pressoché continua con sobbalzi della retina che provocano una perdita dei limiti di ciò che normalmente definiamo “spazio concreto”. Ciò che ne esce rinnovato è il “corpo”. In definitiva, è ciò che è accaduto al Flussi con le ragazze dell’Accademia Nazionale di Danza?
Sì, in effetti hai centrato in pieno lo spirito delle mie installazioni. Il corpo diventa un mezzo grazie al quale l’arte può prendere forma ed è proprio questo il motivo per il quale considero le mie installazioni un “work in progress”. Due sono le motivazioni che mi spingono ad accettare in pieno la tua definizione: 1. lavorare con la tecnologia comporta una ricerca perpetua sul comprendere e sull’adattare i nuovi dispositivi all’istallazione e spesso ciò richiede uno studio approfondito sui codici di programmazione che vigono all’interno del dispositivo (ad esempio in questo momento sto già lavorando ai codici di programmazione della Kinnect One per il mio prossimo lavoro); 2. potremmo riferirci al “work in progress” se consideriamo l’opera in sé per sé. La caratteristica principale, infatti, di queste installazioni è il fatto che non esiste un lavoro finito , ogni singola interazione tra il performer e l’opera d’arte è sempre in evoluzione e risulta essere ogni volta una nuova esperienza.
Con le ragazze dell’Accademia Nazionale di danza, abbiamo sperimentato quanto questo tipo di arte possa essere davvero una continua evoluzione, infatti pur provando per due giorni consecutivi il risultato delle performance era sempre diverso. La cosa che mi ha colpito di più però in questi sei giorni nel festival di flussi è che anche persone comuni, bambini o adulti, hanno sperimentato e preso in considerazione queste nuove tecnologie come una vera e propria forma d’arte nuova.

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Personalmente mi piace leggere nelle tue opere un intento politico: fare un’ arte per tutti, un’arte proletaria.  Opponi la presenza dell’opera alla sua comprensione: se la comprensione è legata al grado di cultura di chi la guarda, la sua presenza, al contrario, può essere recepita e rielaborata da chiunque.
Lavorare sulle forme, educare a guardare, equivaleva a combattere la simulazione e sfidare il capitalismo sul suo stesso terreno; significa  costringere l’osservatore a diventare attuale, a rapportarsi a un mondo di forme e segni che diventavano sempre più veloci. È il tentativo di creare un astante adulto, capace di dialogare con l’opera che perciò diviene dialogica e interattiva. Con questa intenzionalità il tuo lavoro si posiziona sulla scia dell’Arte Programmata e in genere al ruolo dell’artista definito dal Futurismo nel senso di non giudicare la realtà dall’esterno, ma di ricostruirla ipotizzando la necessità, a questo punto quasi biologica (là dove è vero che la fenomenologia è solo dell’uomo), della partecipazione attiva alla vita sociale. Tu che ne pensi?
Sinceramente non avevo mai considerato le mie opere dal punto di vista politico ma lascio tutto alla libera interpretazione. Per me l’arte significa anche ispirare le persone a collaborare a prescindere dal gradino sociale sul quale si trova ogni singolo componente della società. Nel momento in cui il performer diventa partecipe dell’opera d’arte in maniera attiva, l’astante si ritrova a considerare la realtà non più sotto un punto di vista collettivo ma individuale ricoprendo entrambi ruoli.
Per concludere, questo tipo di arte può essere considerata non solo sotto il punto di vista della creatività ma anche sotto un punto di vista terapeutico ed educativo (ho già infatti sperimentato a Londra questo tipo di stimolo con bambini autistici riscontrando un miglioramento nelle capacità fisiche, comunicative, intellettuali ed emozionali). Non escludo una collaborazione con le nuove sperimentazioni in ambito terapeutico.

LIVECT LAB @ Flussi 2013 (Interactive Dance) from Salvo Nostrato on Vimeo.

Marcello Francolini

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