Il Palazzo Enciclopedico

Camille Henrot, Still from: Grosse Fatigue, 2013 Video installation (color, 13 min) Courtesy the artist and kamel mennour, Paris

Delle giornate inaugurali di fine maggio restano flash di una Biennale affollata, un’atmosfera vibrante e positiva. La proposta del curatore Massimiliano Gioni è piaciuta, lo stimolo a riflettere e a farsi coinvolgere è stato forte.
Carrellata di numeri iniziale, 88 partecipazioni nazionali delle quali 10 esordienti, a cui si affianca la mostra centrale con 158 artisti in totale (il doppio della precedente) da 58 nazioni, 14 italiani, 120 per la prima volta alla Biennale di Venezia.
Oltre ai due Leoni d’oro alla carriera attribuiti a Maria Lassnig (Austria, 1919) e Marisa Merz (Torino, 1926) la giuria internazionale ha assegnato il Leone d’oro a Tino Sehgal (Gran Bretagna, 1976), il Leone d’argento alla giovane promessa Camille Henrot (Francia, 1978) e il Leone d’oro per la miglior Partecipazione nazionale all’Angola con la mostra del fotografo Edson Chagas.

Camille Henrot, photo Italo Rondinella

Camille Henrot, photo Italo Rondinella
 

Massimiliano Gioni (Busto Arsizio, 1973), il più giovane curatore nella storia della Biennale di Venezia, presenta Il Palazzo Enciclopedico, mostra sul desiderio di catalogare il mondo e il sogno impossibile di realizzare una conoscenza universale. La visionarietà e la serialità sono l’ossessivo filo conduttore di una Biennale che parla della nostra società di Wikipedia e Wikileaks ma lo fa capendo che forse questo desiderio di informazione o sovrainformazione caratterizza gran parte del Novecento, indagandone i sentimenti totalizzanti e i loro continui fallimenti.
Gioni ha creato la sua enciclopedia visiva, dando al dato formale ed estetico nuova centralità e restando fedele ad un rigore espositivo indiscutibile. Ci mostra l’arte in dialogo con altre forme di espressioni figurative, spazza via la differenza tra cosa è arte e cosa no, tratta le immagini come espressioni di una visione del mondo. L’arte è una visione del mondo e Il Palazzo Enciclopedico è una visione del mondo.

Massimiliano Gioni, photo Italo Rondinella

Massimiliano Gioni, photo Italo Rondinella
 

La mostra si ispira all’utopia dell’artista autodidatta italo-americano Marino Auriti che nel 1955 brevettò il progetto di un Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità. Mentre il plastico dell’utopistico palazzo di 136 piani per 700 metri di altezza apre il percorso espositivo all’Arsenale, il cuore della mostra è al Padiglione Centrale ai Giardini dove il Liber Novus di Carl Gustav Jung introduce una riflessione sulle immagini interiori e sui sogni che attraversa per intero questa edizione della Biennale. Inseguendo il punto in cui il desiderio di conoscere tutto diventa ossessione, la mostra al Padiglione Centrale è incentrata sull’atto di vedere a occhi chiusi, espressione del tentativo di capire il mondo e organizzarlo nella nostra testa.

Marino Auriti, Encyclopedic Palace of the World, ca. 1950s 55th International Art Exhibition, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia Photo Francesco Galli, Courtesy la Biennale di Venezia

Marino Auriti, Encyclopedic Palace of the World, ca. 1950s. 55th International Art Exhibition, Il Palazzo Enciclopedico, la Biennale di Venezia. Photo Francesco Galli, Courtesy la Biennale di Venezia 
 

L’Arsenale è stato affrontato con coraggio, allestendo lo spazio come un museo temporaneo. Affiancato dall’architetto Anabelle Selldorf, Gioni ha creato stanze, impresso ritmo all’insieme e dato al visitatore quell’intimità necessaria alla visione attenta di ogni oggetto. Negli spazi dell’Arsenale la mostra è organizzata secondo una progressione dalle forme naturali a quelle artificiali fino a una riflessione sulla società dell’informazione.
Nonostante il numero contenuto di video in questa Biennale l’impressione è che siano proprio questi a sedurre maggiormente il visitatore verso un’immersione completa dei sensi. In una delle prime stanze si incontra Grosse Fatigue (2013), video di 13 minuti che Camille Henrot ha realizzato appositamente per la mostra. L’artista francese ci porta dietro le quinte dello Smithsonian di Washington D.C. e vaglia i tentativi passati e presenti di riunire l’intera conoscenza umana. La coinvolgente narrazione ritmata dal rap di Joakim Bouaziz attraversa l’evoluzione dell’esistenza dall’inizio dell’universo, in una sorta di inventario delle strategie dell’uomo per inglobare la totalità del sapere. Leone d’argento meritato per un lavoro che cattura l’aspirazione umana all’onniscienza e all’onnipresenza.

Camille Henrot, Still from: Grosse Fatigue, 2013 Video installation (color, 13 min) Courtesy the artist and kamel mennour, Paris

Camille Henrot, Still from: Grosse Fatigue, 2013. Video installation (color, 13 min). Courtesy the artist and kamel mennour, Paris
 

Oggi fare una mostra sulla conoscenza significa parlare di cultura digitale informatica. Alla fine del percorso dell’Arsenale i corpi post-umani e smaterializzati di Ryan Trecartin (USA, 1981) esaminano la combinazione di informazione, spettacolo e sapere tipica dall’era digitale. Quattro video ispirati al peggio dei format televisivi mostrano personaggi improbabili sospesi tra razze e sessi diversi in un mix amplificato della cultura pop: oltre i limiti e familiare allo stesso tempo.
Anche Mark Leckey (UK, 1964) con diversi video presenta una versione ridotta della mostra The Universal Addressability of Dumb Things, da lui curata a Liverpool, nella quale analizza i mezzi di comunicazione digitali e prefigura un inquietante futuro (già presente?) in cui le nuove capacità tecnologiche animano oggetti d’uso comune.

Ryan Trecartin, Still from: Not yet titled, 2013 HD video Courtesy of the Artist, Andrea Rosen Gallery, New York and Regen Projects, Los Angeles

Ryan Trecartin, Still from: Not yet titled, 2013. HD video. Courtesy of the Artist, Andrea Rosen Gallery, New York and Regen Projects, Los Angeles
 

Ma solo dopo aver attraversato due canali a nuoto e scalato un muro ho incontrato l’opera che mi ha totalmente coinvolto: all’estremità più lontana del Giardino delle Vergini, dietro l’Arsenale, è proiettato How Not To Be Seen. A Fucking Didactic Educational .Mov File (2013) di Hito Steyerl (Germania, 1966). Il video di 14 minuti realizzato per la 55a Biennale di Venezia esplora in maniera ironica diverse strategie per essere invisibili nella sempre più sorvegliata era della proliferazione delle immagini. Il lavoro è ispirato e parzialmente girato nei pressi di una delle grandi targhe per la calibrazione dell’ottica dei satelliti artificiali costruite nel deserto californiano e utilizzate nell’epoca della fotografia aerea analogica per testare la risoluzione delle fotocamere aeree.

GIF extract from Hito Steyerl, How Not To Be Seen. A Fucking Didactic Educational .Mov File, 2013 HD video file, single screen, 14min.

GIF extract from Hito Steyerl, How Not To Be Seen. A Fucking Didactic Educational .Mov File, 2013. HD video file, single screen, 14min.
 

Tuttavia, oltre la piacevole ironia il video tratteggia un lato oscuro del desiderio di scomparire, evocando lo spettro delle sparizioni nei regimi politici. E così chi scomparve nell’epoca digitale finì per diventare un fantasma 3D danzante mentre le note di When Will I See You Again ci accompagnano nel tour del rendering architettonico dell’ennesima costruzione ciclopica nel deserto arabo. Nel contesto di una Biennale che esplora il tema della conoscenza umana e dei suoi limiti, si arriva a domandarsi quanto della nostra conoscenza derivi dalla rappresentazione del mondo attraverso flussi di immagini e dati visivi.
Con il suo gesto intellettuale e critico Massimiliano Gioni afferma il bisogno di misurarsi con l’attuale esplosione di immagini utilizzando le sue stesse armi ma presentandone di più interessanti, intense e diverse. Il curatore dice la sua sul desiderio di sapere e vedere tutto ma ci suggerisce anche la malinconia che deriva dalla consapevolezza di non avere mai abbastanza tempo o abbastanza intelligenza per capire. L’essere umano è abbastanza intelligente per far fronte a Google? Oggi abbiamo accesso a flussi d’informazioni troppo imponenti perché si possa controllarli o averne una visione d’insieme. Tutte queste informazioni danno origine a un sentimento ambivalente, superpotenza e impotenza insieme.
L’ispirazione di Auriti rappresenta l’artista che riesce a produrre o a trovare, nel caos di immagini odierno, altre immagini che rifiutano la semplificazione che contraddistingue la cultura visiva contemporanea. Il Palazzo Enciclopedico ci lascia il ricordo martellante che il presupposto imprescindibile del fare arte è la visionarietà, perché in fondo il sogno è anche la dimensione per immaginare un futuro diverso.

Hito Steyerl, Still from: How Not To Be Seen. A Fucking Didactic Educational .Mov File, 2013 HD video file, single screen, 14min.

Hito Steyerl, Still from: How Not To Be Seen. A Fucking Didactic Educational .Mov File, 2013. HD video file, single screen, 14min.
 

la Biennale di Venezia
55 Esposizione Internazionale d’Arte
Il Palazzo Enciclopedico
Venezia (Giardini e Arsenale), 1 giugno – 24 novembre 2013
www.labiennale.org

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Simone Monsi

Simone Monsi currently lives between Italy and London, working as visual artist and contributor for art magazines. He is interested in digital culture, anime and Damien Hirst, and dislikes airports. Prior to joining Juliet Art Magazine, he worked as Press Assistant at Frieze Art Fair in London, UK. Simone holds a BA in History of Art and New Media from Università di Parma, Italy.

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2 Comment

  1. Oscarino D D N says: Rispondi

    Che brutta biennale, che brutto progetto, continuare a scegliere curatori come questo individuo è davvero un peccato per la biennale di venezia. persone incapaci ed assetate di successo che scelgono artisti bui e banali per nutrire le lobbie internazionali dell’arte. speriamo di voltare presto pagina e dimenticare anche questa biennale.

  2. Un altro progetto di “palazzo enciclopedico”, antecedente a quello di Auriti, è il Mundaneum di Paul Otlet: http://www.mundaneum.org/

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