Il riscatto delle opere neglette: su Cesare Pietroiusti

Lavori da vergognarsi

La retrospettiva Lavori da vergognarsi ovvero il riscatto delle opere neglette è una visionaria esplorazione tra lavori sbagliati, censurati e raccolti da Pietroiusti, o come lui scrive “inadeguati, brutti, fuori contesto, oppure copie pedisseque di lavori di altri artisti” proposti ora in una raccolta presso la galleria ZooZone di Roma.Scrive Pietroiusti “si tratta forse del tentativo di dimostrare che l’opera in assoluto ‘bella’ o ‘giusta’ non esiste, visto che io sospetto che l’artista qui in questione […] abbia basato la sua ricerca artistica in un irrisolto conflitto contro l’opera d’arte, contro la sua ingombrante e parassitaria oggettualità, contro la sua esibita pretesa di sintetizzare l’assoluto”. L’emancipazione e la sospensione dal giudizio, l’opera che si libera da se stessa, dal suo contenuto, dal suo artefice: c’è tutto questo, ma ancor più la costruzione di una tensione disfattista, di una negazione reattiva che riscrive all’infinito il valore stesso di un’opera. Si vive nelle regioni del paradosso: Tutto quello che trovo, ad esempio, raccoglie una serie di fotografie e registrazioni audio di due performance realizzate nel 1999 presso la galleria Base di Firenze in cui l’artista, fermo e bendato, racconta i suoi pensieri contingenti, o ancora, in movimento, descrive tutto ciò che lo sguardo può raggiungere attorno: la volontà del nulla si converte in forza affermatrice distruggendo ogni idea precedente e formando una nuova alleanza, una nuova lingua: l’immanenza. Ma, racconta Pietroiusti, “una volta realizzati ingrandimenti e audio, il lavoro mi sembrò non soltanto autoreferenziale e narcisistico, ma tendente a valorizzare un’estetica che era lontana dal senso della performance. Lo misi quindi da parte e mai più mostrato ad alcuno.” Stessa sorte sfiora Progetto per ipotesi di identità – Materia Identica, bozzetto che ricostruisce l’installazione presentata in occasione della prima personale dell’autore (1978) con la prospettiva d’esser riproposto, anni dopo, per la mostra Eventualismo: la teoria delle differenze. Prima dell’esposizione qualcuno fece notare a Pietroiusti l’inesattezza della prospettiva disegnata, cosicché l’opera fu messa da parte e non più inserita nella mostra, come previsto.

In questo recupero di oggetti inadatti, l’opera supera la sua urgenza di eccellenza per rappresentare il sentimento fallimentare della rappresentazione stessa. Senza Titolo è un lavoro realizzato in risposta allo sgombero dell’Angelo Mai del 2006 in cui l’artista immagina la possibilità di disporre fornelli e bollitori nei sotterranei del centro sociale, portare in ebollizione l’acqua all’interno e farli poi fischiare; quando l’intenzione fu descritta, una curatrice gli fece notare la similitudine con l’opera di Pistoletto Orchestra di stracci, cosicché, scrive Pietroiusti, “tale evidenza creò grande imbarazzo in me e, all’ultimo momento, decisi di realizzare un’opera del tutto diversa”.

Sarebbe da chiedersi, come – direbbe Deleuze – in un’esistenza che ci condanna ad avere solo idee inadeguate, sia perciò possibile formulare idee adeguate. E in realtà, l’idea giusta, quella adeguata, parrebbe essere la prima a cui giunge la mente. Questo vuol dire che la formulazione di una nozione è già nozione in sé e che l’arte non è che un termometro dialettico di comprensioni e fraintendimenti, repulsioni e (ri)ammissioni. E l’artista ne è il filtro veicolante. Cento diversi tipi di marrone è un dittico realizzato nel 2006, acrilico su cartone, consistente in cento pennellate marroni su pannello. Si trattava di riproporre un antecedente lavoro sull’identità post-coloniale in cui Pietroiusti aveva dipinto una sfumatura di color marrone su ogni pagina finale di tutte le copie della rivista Filosofia e Questioni Pubbliche. L’artista pensò quindi a una formula “da parete”: cento pennellate marroni su altrettanti cartoncini da attaccare al muro. “Quando li vidi”, scrive Pietroiusti, “ebbi la sensazione che l’opera non solo non rispecchiava in alcun modo la mia ricerca artistica, ma che somigliava ad alcuni noti dipinti di Damien Hirst. Da allora questi due pannelli sono rimasti nascosti nel mio studio: ho avuto qualche difficoltà a ritrovarli, e a tratti ho persino pensato che forse li avevo buttati via”.

L’impensato è un eterno ritorno nella poetica di Pietroiusti. Per citare un episodio, quando raccontava dell’idea fisica e desiderante di deglutire il denaro, del sentirlo addosso sino alla sua espulsione, egli rivelava di scorgere nella banconota il suo fascino veicolare di scambio, la sua forma di comunicazione più prossima. E quindi il denaro masticato, immerso nell’acido, spezzato, distribuito, mostrato, assorbito, defecato o restituito; la banconota come transito: osservata, mercificata, distribuita. Si assiste a un travaso di contenuti e si individua una nuova galassia linguistica entro un antico medium tribale che avvolge nel suo universo tattile, nelle sue mille repliche e nei suoi passaggi di mano, tutto l’apparato umano e sociale. L’intento è quello di approdare a una misura ideale di democrazia pura, diffusa, che si sviluppa ed evita l’insopportabile antagonismo ruffiano; d’innescare una continua detersione dal costruito, dal progettato, dal dogmatico, viaggiando nelle reazioni, nel cuore del processo. Se nel tempo l’arte si è occupata di rendere visibile la vita e le sue forze, in Pietroiusti si manifesta nel rendere leggibili i suoi processi relazionali, gli effetti che produce, i suoi paradossi interpretativi che innesca: è nel non esprimibile, nell’indicibile, nell’opposto o nel suo doppio. L’arte come un divenire visibile, senso prima dei sensi, oggetto impossedibile – Pietroiusti non aggiunge ma traduce il mondo; e l’artista si fa veggente, rivelatore di sintomi, evento di scambi e vertigini.

Uno studio personale come zona franca di scambi, gli inviti ai non addetti, l’architettura come medium comunicante: tutto questo delinea l’incidentalità di un radicalismo pratico, dissacratorio, quotidiano, e si pone in opposizione a tutta quell’arte strutturata, fenomenica, trasfigurata dalla retorica dell’oggettualità. Rifiuta il mercanteggio e dilata un movimento che avanza nelle coscienze; è arte che converte l’arte stessa. Forse una riappropriazione etnografica che svela e misura tutta l’inconsistenza logica del feticcio artistico. Destituisce lo statuto, ne ricodifica il glossario. E nel cosmo ricreato si ha l’impressione di avanzare verso una paralisi dei sensi, verso una riclassificazione dello scibile per testimoniarne l’assurdo. “Lo sapevo, ma non potevo dirlo, e se posso incominciare a dirlo è perché ho lasciato la realtà.”

Lavori da vergognarsi

Cesare Pietroiusti, Lavori da vergognarsi ovvero il riscatto delle opere neglette.  Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

lavori da vergognarsi

Cesare Pietroiusti, Lavori da vergognarsi ovvero il riscatto delle opere neglette.  Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

Senza Titolo, 2006. Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

Cesare Pietroiusti, Senza Titolo, 2006. Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

- Lavori da vergognarsi ovvero il riscatto delle opere neglette. Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

Cesare Pietroiusti, Lavori da vergognarsi ovvero il riscatto delle opere neglette.  Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

Cento diversi tipi di marrone, 2006. Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

Cesare Pietroiusti, Cento diversi tipi di marrone, 2006. Photo Courtesy of ZooZone, Roma, 2015

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Valentina Dell'Aquila

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