Il silenzio pietrificato di Balthus. Parte I

_1-La patience (solitaire)

Da venerdì 23 ottobre Balthazar Klossowski de Rola, in arte Balthus (1908 – 2001), diventa protagonista del panorama artistico della capitale con una grande retrospettiva tra le Scuderie del Quirinale e l’Accademia di Francia di Villa Medici a Roma. Curata da Cécile Debray, conservatrice al Centre Pompidou, la mostra riunisce più di duecento opere che mettono in risalto la sensibilità dello sguardo dell’artista verso i soggetti femminili, l’erotismo, il senso di potente e inquietante leggerezza che le pervadono; come si nota ne La giocatrice di diabolo (1930), dove l’armonia e la ricerca di un senso d’equilibrio sono espressione di un’inquietudine interiore.

Gli accostamenti soavi dei colori lasciano trapelare una pacatezza e calma apparente che nascondono un senso d’irrequieto malessere in opere come La strada (1933) in cui la violenza si maschera dietro una scena di quotidianità cittadina. L’intensità di alcune scene rappresentate e delle pose imposte ai soggetti ritratti accresce l’alone di magia, di surreale nel reale (nonostante il suo distacco dai surrealisti) che ammalia nel tentativo di comprensione dell’opera. La delicatezza delle forme è esaltata da uno stile che descrive la pienezza dello spirito umano attraverso la rotondità delle figure e morbidezza delle linee, come nelle sinuosità e sensualità de La leçon de guitar. La luce è un elemento essenziale per comprendere a pieno l’impulso artistico di Balthus. Una luce spesso calda, che dilata la sensazione estetica, illumina l’uomo o la donna rappresentati nella loro purezza di forme, quale espressione dell’interiorità umana, di quel sentimento di calore e protezione che Balthus ricercava nel ritrarre luoghi chiusi, accoglienti angoli di segreti focolari domestici. L’ambiguità di alcune pose ed espressioni è palese nonostante la spontaneità dei gesti e delle situazioni. Costante è anche il gioco di geometrie delle sue opere che si fanno sempre più materiche, con colori opachi, grazie all’unione della caseina con la tempera su tela.

Dietro una pittura evocativa d’immagini e sensazioni controverse, la vita è rappresentata come una fiaba, a volte volutamente ambigua, o meglio, ambivalente. Il mondo dell’infanzia fa da protagonista di questa misteriosa ricerca di nuovi equilibri. L’infanzia quale dimensione originaria dell’uomo, personificazione della purezza e verità dell’esistenza. Quest’essenziale intuizione è ripresa prima di lui da Lewis Carroll, fonte d’ispirazione per Balthus con le ben note foto dell’Alice che portò all’invenzione del paese delle meraviglie. L’innocenza di una bambina diviene esaltazione della primitiva ingenuità di questi esseri umani in eterna formazione, esaltazione che Balthus trova essenziale perché pura ispirazione per la vita. È proprio attraverso queste immagini che, secondo l’intuizione del fratello Pierre Klossowski, l’artista crea un mondo onirico, inquietante e straniante allo stesso tempo, in cui la seduzione sessuale e il grottesco mostruoso danno voce a un malessere che si fa visivamente concreto, permettendo all’artista di crearsi un’illusione di apparente controllo su di esso, uno scudo di fronte alle minacce esterne. Un esempio in proposito è Il gatto del Mediterranèe (1949) in cui la voracità e la ferocia diventano magiche immagini surreali. È forte l’intimità delle sue opere e la continua aspirazione verso l’essenza dell’amore e dell’erotismo che assume a tratti sfumature sacrali. La camera (1952-54) ne è una palese rappresentazione. La figura di donna in atto di abbandono, una pulsione visiva che promana dalla sensualità della posa, del gesto e della luce. Il gatto su un lato, appare come una piccola sfinge, un elemento mitico nel panorama intimo che si profila di fronte alla luce del giorno, di fronte a una finestra spesso chiusa nelle opere di Balthus, quasi a proteggere ciò che le mura domestiche celano dalle intemperie esterne. La luce si fa elemento materiale, dà voce al reale, alla scena quasi fosse uno strumento, un artificio artistico di verità capace di dare voce a un reale desiderio di sensualità e di libertà. È quello che Pierre Klossowski chiamò “il silenzio pietrificato” dei suoi dipinti.

L’infanzia, la protezione del focolare, delle mura domestiche esprimono una certa nostalgia verso quel senso di libera protezione, visibile in opere come I bei giorni (1944), creato in coincidenza con il periodo del secondo conflitto mondiale. Da qui probabilmente sorge un’estetica del crudele che, come un coltello che taglia la morbidezza del pane, dà voce a un forte senso di straniamento di fronte alla condizione umana che lo porterà ad allontanarsi, insieme all’amico Giacometti in Svizzera. Quasi quale atto di riconoscenza verso la neutralità di quella terra deciderà di passare qui gli ultimi anni della sua vita, dedicandosi ininterrottamente alla sua produzione artistica. Un bisogno di pace e un ritorno alla natura, all’essenza dell’uomo quale essere vivente che assorbe energie vitali da essa, si esprimono in questo “esilio” volontario nel suo chalet in Svizzera. È lì che Balthus inizia a percepire l’idea della morte che lo avvicina sempre più concretamente e materialmente, attraverso il suo stesso corpo e le sue opere, alla spiritualità. Il corpo svanisce, lasciando un’anima nuda, pura, indifesa che si rende eterna in questi quadri, in questi aneliti di trascendenza, che erano per lui veri atti di preghiera.

BALTHUS
Scuderie del Quirinale, La retrospettiva
Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, L’atelier
24 ottobre 2015 – 31 gennaio 2016
A scura di Cécile Debray

_4-La chambre

Balthus, La Chambre, 1952-54 – collezione privata – © Balthus © Mondadori Portfolio-Bridgeman Images

_2-La chambre turque

Balthus, La Chambre turque, 1963-66 – Paris, Centre Pompidou – © Balthus © Mondadori Portfolio-Leemage-Photo Josse

_3---Le-roi-des-chats

Balthus, Le roi des chats, 1935 – collezione privata – © Balthus © Mondadori Portfolio-Bridgeman Images 

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Alice Labor

Romana di nascita, Alice Labor è arte, viaggi, letteratura, diritti e politica. Parallelamente agli studi in Giurisprudenza nelle università di Oxford, Aix en Provence e Sapienza di Roma, ha collaborato con la Gagosian Gallery di Londra e con la rivista online Artribune. Si appresta a redigere una tesi sul rapporto tra i privati e i beni culturali ricercando nuovi strumenti per risollevare il patrimonio culturale italiano.

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