Il y a un trou dans le réel. Intervista con Dora Garcia

cover.dora-garcia

Quella di Dora Garcìa è una ricerca nel suo più vasto ideale connotativo, innescata per la conoscenza dei processi determinanti che si intrecciano nella visione della realtà antropologica. Una ricerca attiva, uno studio volitivo, denso di una programmazione coordinata e al contempo aleatoria, che si addentra nello scandaglio delle relazioni continue tra individuo fisico e lo spazio a sé circoscritto, determinato da forme strutturali della società quali l’istituzione, la politica, l’educazione, il ruolo, il linguaggio, la condivisione. Scavando la realtà dell’essere umano nelle varie applicazioni, l’uomo ‘adattato’, forse non più cosciente e consapevole della realtà, è ricondotto alla re-esperienza di un sentimento di appartenenza e co-abitazione. Quella di Dora Garcia è un’intenzione a un bisogno di comprensione e risoluzione, per sempre dispiegata alla variabile della natura dell’individuo, che converge in un infinito percorso sperimentale e forse mai possibilmente appagabile.

L’artista spagnola, ramifica la propria operazione utilizzando numerosi mezzi e forme espressive, dal video, alla scrittura, all’installazione e in particolare modo alla performance, la quale erige a traduttore di tonalità concettuali, per l’apertura a un idealismo oggettivo, per il superamento di un solipsismo mentale e corporale finalizzato alla riappropriazione di una condizione comune. Influenzata dalla stesse metodologie, funzioni e forme ideali di artisti concettuali come Dan Graham, o del pensiero esistenzialistico d’indagine di Antonin Artaud, Garcia implica le stesse necessità analitiche alla dimensione propria del suo lavoro artistico. Legata a una funzionalità d’interazione, di reversibilità, di esistenza e di possibilità, la sua azione è viva, richiedente partecipazione attiva, una messa in gioco dell’ambiente o di un tessuto di relazioni organico, privo di sensi di giudizio o inibizioni dettate da pre-stabilizzazioni culturali, invitando tramite una sorta di rituale a una ‘ri-generazione’ come effetto di comprensione sensoriale. Nella performance L’inadeguato, presentata al Padiglione della Spagna alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, l’opera si è fatta spettacolo, sospesa sulla soglia tra finzione e rappresentazione, rispecchiando una sensazione di precarietà, instabilità e transizione, emblema del rifiuto di una staticità espositiva e della figura dell’artista come monolite. Importante per il lavoro di Garcia anche la documentazione letteraria, che propone motivi di ri-elaborazione profondamente legati al linguaggio, come nell’opera-video The Joycean Society (2012-2013), dove la produzione e la condivisione di conoscenza è ottenuta nella devozione alla gnoseologia di un gruppo che da oltre trent’anni legge lo stesso libro (Finnegans Wake di James Joyce).

L’impiego del linguaggio nei tuoi lavori rappresenta una sorta di medium riconciliatore, in funzione di portare lo spettatore e il fruitore a ri-vivere, tramite un reminiscenza, una condizione umana, un ritorno all’originale sentimento di comunione, a una riconciliazione e un’auto-coscienza. Come vive lo spettatore questa sua richiesta di partecipazione?
Certo, esiste senza alcun dubbio il desiderio di formare comunità, intenzionali comunità di transizione, grazie alle quali, durante la percezione del lavoro viene a crearsi un ‘senso di appartenenza’ fra gli spettatori. Credo sia comune a tutti i lavori artistici: coloro che leggono Joyce, coloro che apprezzano Félix González Torres, coloro che si dedicano alla visione di ‘Breaking bad’ – esiste sempre questo sentimento di ’sotto-cultura’ che apprezzo molto – e attraverso il mio lavoro, sono certamente e costantemente alla ricerca di coloro che condividono una certa sensibilità con me, sono alla ricerca di affinità; e il linguaggio è uno degli strumenti, come se fosse lo strumento ideale per l’identificazione di una sotto-cultura – noi condividiamo un linguaggio, pertanto apparteniamo assieme a una realtà. Non intendo parlare per chiunque, o di essere compresa o apprezzata da ognuno – penso sia impossibile e non lo trovo neanche interessante – così cerco di ‘identificare’ o meglio ‘creare’ il mio pubblico tramite il mio lavoro.

Questa tua ricerca antropologica suscita quasi una sorta di necessità di soffermarsi a riflettere, come suggerisce anche la lunghezza del tempo di realizzazione. La performance nel tuo lavoro non assume la valenza di happening finito, ma di co-presenza-esperienza-vissuta. Che ruolo ha la fisica concretezza di un individuo nei tuoi lavori? Dunque l’arte riesce ancora ad avere un’importante influenza sulla sfera sociale?
Questo è assolutamente giusto. L’idea non è quella di ‘venire e guardare a questo’, ma di ‘venire e aggregarsi’. Come Kaprow, credo nella ‘sparizione’ del pubblico; credo siamo tutti parte dell’esperienza, e coloro che vengono per partecipare sono protagonisti di coloro che, al contempo, gli stanno aspettando. Ho sempre pensato a un ‘essere con qualcuno’, condividere lo spazio con loro, non richiedendo molto in cambio, in una fonte di guarigione e fiducia, un compenso di fiducia. La comunità e la comunione sono parole della stessa origine, condividere è creare comunità, anche se condividi semplicemente il tempo. Scaccia inoltre tutti i ‘consumismi’ che sono inevitabilmente associati alla percezione di un’opera d’arte. Non puoi consumare ciò a cui appartieni, qualcosa che te stesso sta producendo e determinando. In questo modo, sì, il mio pensiero si è sviluppato negli ultimi dieci anni e ora sono profondamente convinta che l’arte può influenzare la sfera sociale – è un rifugio, un posto di libertà, dove i pensieri possono essere elaborati senza paura.

Nei temi che affronti emerge una sorta di bisogno di ritrovare una ‘conoscenza-sensibile’, tramite uno sguardo di analisi verso avvenimenti sociali e culturali passati; ciò è reso possibile da una visione ‘esterna’, oggettiva, di osservatore, di ricercatore. Nella tua prospettiva l’artista ha una funzione ‘documentaristica’, di ricercare un legame con ‘casi’ specifici della società come denominatori comuni?
Vedo i miei lavori come artista come una forma di studio, o ricerca. Primariamente, studio. Voglio capire. Tutto il resto è secondario: la presentazione, l’esposizione, la reazione del pubblico, la carriera (questo avviene davvero all’ultimo). Coltivo un’attività – quella d’artista contemporaneo – perché mi permette di studiare e capire, senza chiedere immediati risultati, senza essere controllata. In questo studio mi concentro sui casi che in primo luogo m’interessano, perché sono ‘buone’ storie, trame fantastiche, che farebbero eccezionali romanzi, eccezionali personaggi di finzione, ma sono reali: Basaglia, Artaud, Jack Smith, Heiddeger, Masotta, tutti ‘uomini che amo’ ( sì, per alcune ragioni, sono sempre uomini – ma li vedo come personaggi fragili, deboli e non li considero mai come figure patriarcali o maschio-alpha) – e allo stesso tempo sono perfetti personaggi per un romanzo, sono al centro di un appassionante ed eccitante momento della storia, che mi permette di capire, non solo un certo aspetto della natura dell’uomo, ma anche un certo sviluppo di eventi che ci colpisce oggi.

Il limite fra finzione e reale è definibile solo contestualizzando il caso. Dove s’incontrano la finzione e il reale? O l’azione inversa?
Credo esista solo finzione, è l’unica parte che posso controllare o sulla quale lavorare. La realtà è qualcosa che interrompe la finzione senza essere invitata, con sorpresa, e senza violenza.

Il concetto di ‘definizione’ è totalitario, ma nel lavoro dell’artista la coscienza della spazialità, del limite e del punto d’incontro, sono fondamentali e necessitano una maturo livello di definizione. Qual è il massimo punto d’incontro fra l’opera, l’artista e lo spettatore?
Penso facciano tutti parte di uno stesso ‘continuum’, non esiste opera d’arte senza artista e senza spettatore, non esiste spettatore senza opera d’arte e artista… esistono tre lati dello stesso evento, evento come un qualcosa che è ‘dischiuso’, qualcosa che è dischiuso come ‘verità’ e sono tutti parte di esso, non necessariamente allo stesso tempo, non necessariamente nello stesso spazio, ma sono parte dello tesso evento.

Implicando spesso nel tuo lavoro l’individuo, in che equilibrio sussistono casualità e programmazione?
Vedo i miei lavori come uno studio, come ho detto prima, e questo studio produce una situazione che può essere intesa come un esperimento. Voglio vedere quello che accade. Così creo le condizioni dell’esperimento, creo una situazione e prevedo quello che potrebbe accadere e secondo questa proiezione verso il futuro progetto la situazione – come lo script di un film. Ma una volta dato il via, una volta innescata la situazione questa è completamente fuori dal mio controllo, e mi diverto molto a sedermi e a guardare quello che succede – più si discosta dal piano originale, più mi diverto.

Vanessa Ignoti

12788573_10207180917075701_1542349181_o

Dora Garcia

1---preview-

Dora Garcia

splash-(1)

Dora Garcia

12417162044_01011c7efb_o

Dora Garcia

22381946935_320edf34b3_o

Dora Garcia

A-letter-from-Joyce-to-Ibsen

Dora Garcia

main-title

Dora Garcia

dora garcia

Dora Garcia

 

The following two tabs change content below.
Juliet Art Magazine is a contemporary art magazine

1 Comment

  1. […] Il y a un trou dans le réel. Intervista con Dora Garcia di Vanessa Ignoti, Juliet Magazine, 2016 […]

Rispondi