Il viaggio personale di Carol Brown Goldberg

Ya-Ya Decides to Go With America Acrylic on canvas 58 x 62 inches 1984

Carol Brown Goldberg è nata a Baltimora. Si è trasferita nella zona metropolitana di Washington, DC dopo la laurea presso l’Università del Maryland in Studi Americani. Ha poi proseguito i suoi studi presso la Corcoran School of Art con Gene Davis, dove le è stato conferito il premio Eugene M. Weisz.Tra il 1989 e il 1990, Goldberg ha prodotto e curato una serie di 14 lezioni, “Voci del nostro tempo”, che esplorava il rapporto tra arte e scienza. Ha insegnato presso l’American University e University of Maryland, è stata Artist in Residence presso il Chautauqua Institute, e ha vinto il Maryland State Arts Award.

Quando e come hai sviluppato il tuo stile astratto mixed media?
Era l’anno 2001, ci stavamo trasferendo dalla nostra casa a un condominio. Mi stavo allontanando da tutti i primi sogni quali sposarsi, avere una casa, e mandare i figli nel mondo. Ero pronta a iniziare un nuovo capitolo. Le mie ispirazioni erano ancora radicate nei miei insegnanti: Gene Davis, Tom Green, Leon Berkowitz. Focalizzandomi sul colore, i cerchi sono diventati il veicolo per la creazione di luce nel colore. Quando ho prodotto il mio primo dipinto con i cerchi, intorno al 2004, sono indietreggiata e ho visto un alone luminoso uscire dal centro. E’ stato emozionante! Il processo è iniziato con semplici cerchi su tela; poi, mi sono resa conto che questa tela è uno specchio dell’umanità, quindi ha a che fare con le stratificazioni, e ho cominciato a usare la tecnica del dripping. Prima di fare i cerchi, ho voluto creare dei motivi casuali sulla tela. Sono stata ispirata da visite alle gallerie Freer e Sackler e dall’osservazione dell’Arte Islamica e del vicino Oriente, altamente decorative, molto affettate, colte in una prospettiva diversa e dotate di una certa eleganza.

Parlando di elementi decorativi, perché hai scelto di aggiungere dei materiali quali il vetro polverizzato o brillantini per la tua pittura?
All’inizio degli anni Novanta preparavo la polpa di carta. Quando è bagnata, dà molta soddisfazione, ma quando si asciuga, diventa molto opaca e senza brillantezza. Una persona nello studio mi mostrò alcuni materiali avanzati da un laboratorio. Ho iniziato a lavorare con alcuni di questi elementi ed era molto soddisfacente. Mi sono detta, “tu sei una donna, non puoi utilizzare brillantini, è imbarazzante.” Tuttavia, Nancy Graves li usa, Warhol adoperava polvere di diamante, e Severini utilizzava il vetro, quindi che c’è di male se lo uso anch’io? Ho capito che era controculturale, e non ci ho pensato più fino al 9/11 [11 Settembre 2001], quando ho visto il vetro del World Trade Center in mille pezzi, la luce del sole che lo colpiva, il vento che afferrava alcuni guizzi di vetro colorato, lanciandoli vorticosamente in aria e scaraventandoli giù nelle strade di New York. Un paio di mesi più tardi siamo andati nell’oceano e ho visto la luce tremolante sul bordo delle onde. Ricordo di aver afferrato degli amici, dicendo: “Diresti che questo è bello? Pensi che sia una bella immagine, luce sulle onde?” Mi sembra pure che la prima immagine che un neonato vede è la luce nella cornea dell’occhio della madre, o del padre, o della badante; un piccolo barlume di luce è una connessione pre-verbale.

Negli anni Settanta, artisti quali Judy Chicago e Miriam Schapiro hanno reintrodotto la componente biografica, il che era piuttosto rivoluzionario. Vedendo Il Colore del Tempo (2012), mi rendo conto che la componente biografica ha assunto un ruolo importante anche nella tua opera. Stavi abbracciando il femminismo a quel tempo? O forse no, ma ti rendi conto ora che ti trovavi su un percorso parallelo?
Conoscevo Judy Chicago e Miriam Schapiro, la quale era stata nel mio studio nei primi anni Ottanta. C’era molto da imparare da loro, ma erano molto più coinvolte nella cultura femminista di quanto lo fossi io. Mi sono sposata nei primi anni Sessanta e ho avuto subito i miei tre figli. Ho guardato la cultura attraverso un televisore; non ho marciato, ma il mio cuore era con i manifestanti. C’era questa cultura che stava accadendo parallelamente alla mia vita interiore, dove mi sedevo nei letti dei miei figli e leggevo loro storie mentre le persone marciavano per i diritti civili. Tutti noi abbiamo ambiguità e opposti che ci spingono in direzioni diverse, e la contraddizione è parte del nostro essere. Queste erano vite parallele, un mondo esterno e una vita interiore: apprendere la morte di Kennedy, e allo stesso tempo dare ottimismo e la vita ai miei figli.

I titoli delle tue opere fanno riferimento a vicende personali?
Sia in pittura che in scultura, aggiungo delle associazioni personali tramite i titoli. Ho fatto maquette scultoree con una pistola per colla a caldo, e le forme iniziarono a sembrarmi antropomorfe, come fossero delle persone reali. Mi sono resa conto che queste maquette rappresentano tutti coloro che ho conosciuto: si tratta di persone che ho amato, da cui ho imparato, con cui ho riso, con cui ho vissuto… il nome mantiene vivo il loro ricordo dentro di me. Ho iniziato a dare loro un titolo pubblico, come RA (estetica relazionale) o NT (nanotecnologie), e anche un nome privato basato sulle persone che conosco.

Parliamo della mostra One-on-One che hai avuto recentemente presso la Collezione Phillips.
Ero molto onorata quando Klaus Ottman, curatore capo presso la Collezione Phillips, mi si avvicinò per suo progetto One-on-One. Il progetto pone un artista vivente in dialogo visivo con un’opera della Collezione Phillips. Ottman è venuto nel mio studio e ha scelto il dipinto Maggie Nella Mia Mente, nonché due opere su carta. Ha abbinato il mio lavoro con il dipinto di Matisse, Interno con Tenda Egizia. Ho sempre compreso la relazione tra la mia opera e quella di Matisse. Pensavo che Matisse fosse il mio segreto, ma Klaus l’ha scoperto. Ero entusiasta che egli avesse fatto questa connessione. Per me, Interno con Tenda Egizia di Matisse comprende il mondo del sublime, l’estatico; un mondo quasi sovrannaturale di colore, composizione, e motivo decorativo. Non è solo un mondo di piacere, bensì uno che consente la coesistenza di tensione e armonia. Questa ambiguità di forze, forse quale riflesso del nostro mondo interiore, è una fonte di ispirazione per innumerevoli giardini.

Beverly’s Garden Acrylic on canvas 48 x 24 inches 2014

Carol Brown Goldberg, Beverly’s Garden, Acrylic on canvas, 2014 

Garden Behind the White Picket Fence Acrylic on canvas 48 x 48 inches 2015

Garden Behind the White Picket Fence, Acrylic on canvas, 2015 

Maggie on My Mind Acrylic on canvas 79 x 58 inches 2014
Carol Brown Goldberg, Maggie on My Mind, Acrylic on canvas, 2014
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Leda Cempellin

Docente Associato Confermato presso la South Dakota State University.

1 Comment

  1. What an interesting interview! I particularly enjoy your remarks about light….more and more I feel that light is central to my work also, but never understood that until recently. Your observation about the primordial response to a flash or flicker of light is really helpful.
    Bravo!

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