Il viaggio come strumento cognitivo. Intervista a Riccardo Arena. Parte II

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L’intervista continua da Il viaggio come strumento cognitivo. Intervista a Riccardo Arena. Parte I

In generale il tuo lavoro, dato da una stratificazione di tempi – lunghi – e spazi che attraversi fisicamente, assume la forma di un archivio di frammenti, un diario intimo e personale che si svela per gradi allo spettatore. Archiviare ti permette di ordinare l’esistente e la tua esperienza in un dato luogo. Mi incuriosisce sapere qualcosa di più sul processo di accumulo del materiale e sulla conseguente esclusione di ciò che consideri superfluo per la mostra. L’utilizzo dell’archivio è subordinato principalmente alle fasi embrionali del lavoro. Non sono molto interessato alla pratica dello studio o della catalogazione fine a se stessa, il mio interesse verte piuttosto sull’osservazione delle corrispondenze generate dall’associazione dei materiali entrati in mutuo contatto. Satelliti che, gravitando su orbite differenti, generano configurazioni, allineamenti e visioni inattese che, una volta contemplate, danno origine a nuove chiavi di lettura, perdendo la loro autonomia e ponendomi in una posizione di spettatore. Non potrei definirlo quindi come un processo di scelta e di scarto, ma piuttosto come una tessitura suggestiva tra le parti. Il continuo movimento tra la raccolta dei materiali di studio, le esperienze di viaggio e la loro trasfigurazione interna si condensa in strutture narrative che fungono da linee guida per lo sviluppo di “quadri compositivi” costituiti da opere che nel loro insieme raccontano aspetti della sottotrama poetica che coagula la visone generale.

Il risultato di ogni progetto esposto è così il frutto di un processo articolato che unisce la casualità alla suggestione, l’intenzionalità all’imprevedibilità e mi hai raccontato che i tuoi progetti nascono da precise coincidenze spazio-temporali. Ad esempio, fu mentre ti trovavi a Buenos Aires che è nato il tuo interesse per le isole Solovki. Qual è stato l’evento o l’incontro che ti ha portato a spostarti da un emisfero all’altro? Come è nato il tuo interesse per queste isole?
Visitare le Solovki nel 2013 è stata la conseguenza del profondo rispetto ed interesse che nutro da molti anni per la vita e il pensiero di Pavel Florenskij, un filosofo, mistico, critico e scienziato russo che, come centinaia di intellettuali della sua epoca, è morto nel 1929 nel campo di correzione costituito sulle isole, primo esperimento di detenzione su larga scala. Le prime documentazioni sull’arcipelago del Mar Bianco mi hanno fatto scoprire un vero e proprio vaso di Pandora fino ad allora sconosciuto: questo enigmatico frammento di terra emersa, a pochi chilometri dal circolo Polare Artico, nel corso dei millenni è stato il catalizzatore di una serie di eventi che hanno cambiato la storia del Continente. “Oggi alle Solovki, domani in Russia” dice un proverbio russo.

Mi hai parlato della mostra VAVILON | Project C – Solovki Island in Viafarini come “uno spazio rarefatto, una scatola che si apre al visitatore in grado di creare un caleidoscopio di immagini e rimandi continui” (1). La mostra racchiude una serie di appunti visivi – disegni, fotografie, collage, video, oggetti – di varie dimensioni e collocati uniformemente nello spazio, dal pavimento fino alle pareti. Che cosa raccontano questi dispositivi e come si relazionano con il video presentato alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo?
VAVILON parte dallo studio della storia di questo struggente arcipelago all’estremo nord della Russia. Da millenni è considerato sacro, come testimoniano le innumerevoli tracce lasciate dalle prime culture del mar Bianco tra cui 35 labirinti, i più grandi del mondo, oggi custoditi da una comunità di monaci ortodossi in ascesi, e meta spirituale di pellegrinaggi. Dopo la rivoluzione bolscevica questo imponente complesso monastico, sviluppatosi sulle isole dal 15° secolo e legato alla storia di tre monaci russi, è stato convertito in sede amministrativa per la creazione del lager a regime speciale delle Solovki (SLON), prototipo di ingegneria del terrore che in seguito si sarebbe trasformato nel sistema GULAG.
Grazie alle documentazioni sui labirinti delle Solovki, sono entrato in contatto con le suggestive e affascinati teorie dell’ingegnere Marco Bulloni che ha dato un grande contributo alle visioni del progetto e all’organizzazione del soggiorno sulle isole nel 2013. Un soggiorno che, in seguito, mi avrebbe portato all’incontro con il “cosmismo”, una corrente di pensiero filosofico-scientifica nata dalle concezioni di Nikolaj Fjodorov il quale, a metà dell’800, proponeva come obiettivo la conquista dell’immortalità e della resurrezione attraverso il lavoro comune della razza umana. A questo movimento hanno aderito le più importanti personalità russe del Novecento e, in seguito, esso avrebbe contribuito allo sviluppo del programma aerospaziale sovietico, tessendo una sottotrama occulta nel primo bolscevismo.La poetica del progetto si basa quindi sulla trasfigurazione cartografica dell’isola come rappresentazione della condizione umana il cui sforzo è teso a trascendere il proprio stato mortale attraverso una fuga mistico-scientifica dal labirinto delle sofferenze mondane la cui entrata si colloca in una dimensione orizzontale e terrestre e l’uscita in una dimensione verticale e celeste. Una fuga che ha come obiettivo le regioni superiori dell’anima e del cosmo, attraverso la colonizzazione planetaria, e che ha, come immagine chiave del suo fallimento, il cratere di Tsiolkovsky sulla faccia oscura della luna. Il cratere è stato fotografato per la prima volta dal satellite Luna 3 nel 1959 ed è battezzato con il nome del padre della cosmonautica russa. La figura del cosmista Konstantin Tsiolkovsky fa inoltre da protagonista all’opera video, girata tra le Solovki e Stromboli, presentata a Torino alla Fondazione Sandretto per la mostra “The man who sat on himself” a Settembre 2015 in concomitanza con la personale a Milano in Viafarini dove ho presentato tutto il compendio visivo di VAVILON accompagnato da due giorni di conferenze a cui hanno partecipato Marco Bulloni, Giorgio Galli, Gian Piero Piretto, Matteo Bertelé, Matteo Guarnaccia e Massimiliano Judica Cordiglia.

In che parte di mondo sei ora? Hai in programma un nuovo viaggio e un nuovo progetto?
Al momento sto facendo la spola tra Milano e Praga. Per quanto riguarda i progetti futuri in questo periodo mi sto dedicando a un libro su VAVILON, meditando sul mio contributo per la mostra al MAXXI e programmando un viaggio in Iran legato ad alcune suggestioni… però più di questo non ti saprei dire.

Note
(1) Durante una conversazione tra l’artista e l’autrice.

5---VAVILON-1

Vavilon – Exhibition View – Viafarini, 2015

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Vavilon – Video stills, dur. 26 min., 2015

Vavilon - Exhibition View - Viafarini, 2015

Vavilon, 2015

Vavilon - Exhibition View - Viafarini, 2015

Vavilon, 2015 Vavilon - Exhibition View - Viafarini, 2015

Vavilon, 2015

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Michela Lupieri

laureata in Arti Visive allo IUAV di Venezia ha una specializzazione in arte contemporanea e pratica curatoriale. Dal 2011 è curatrice di Trial Version, progetto che ha contribuito a fondare insieme a un gruppo di professionisti del settore. Lavora come curatrice e critica.

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