In conversazione con ATZ Agreements To Zinedine

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Attraversiamo in due un cancelletto rotto che affaccia su viale Forlanini. Poco prima ci siamo viste in un bar lì vicino, di quelli bui anche di giorno, per parlare un attimo di come impostare la cosa. Non sappiamo perché ci siamo imbarcate in questa conversazione in due, ma ormai è tardi, si fa, e cerchiamo di trovare un punto comune davanti a un caffè abbastanza cattivo. In fondo vogliamo solo sapere cosa vuol dire Agreements To Zinedine (ATZ), cosa rappresenta.

“Zidane un portrait de XXI siècle” é il film del 2006 diretto da D. Gordon e P. Parreno: il ritratto del XXI secolo viene rappresentato come disputa tra gli artisti-regista e il soggetto interattivo. Nel caso della nostra Domenica pomeriggio nella Cattedrale di Viale Forlanini, gli “accordi con Zinedine Zidane” sono soltanto metaforici, così come la scelta del nome. Un titolo per estrapolarne la sostanza più essenziale: “Agreement” come metodo; gli accordi da rispettare, e il nome battesimale del francese “Zizou”, ripreso dal film documentario, come ingrediente collante, punto in comune tra di loro.

Loro sono sei. Sei persone, sei professionisti (comunque auspicano a diventarlo) conosciuti al corso di scultura del Prof. Corsini, corso di specialistica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Senza limitarsi al laboratorio comune e fondare un qualche collettivo, o un banale gruppo autonomo, hanno deciso di fondere le loro espressioni e creare un’agenzia che dialoga con l’arte contemporanea e il suo mercato, mantenendo i contatti con le gallerie, gli artisti e l’opera. Rispettando la giusta dinamica tra il lavoro comune e la funzionalità per la ricerca individuale. Sono partiti con delle cene di presentazione. Un invito chic and simple, estremamente sostanziale per una serata con tanta sostanza. Ospiti dai background differenti, ma tutti appartenenti al mondo dell’arte meneghina, solitamente under 40, ma non sempre (senza offesa per gli ospiti over). Una cena alla Woody Allen, dal menù minimal e originale, con un solo epicentro: il progetto ATZ e le sue modalità.

Da qui s’iniziano a ricavare consigli utili, conoscenze e tutto quello che un salon francese dovrebbe offrire. In sapore contemporaneo e vivace tra ricette gourmé rivisitate e qualche bicchierino in più. “Il modo di lavorare insieme che abbiamo prediletto è sostanzialmente la mediazione tra i nostri differenti modi: partendo dalle presentazioni, come le cene, che noi reputiamo un display molto importante, si vedono totalmente le nostre distinte individualità”. Interessandosi sin da subito a un progetto comune, scartano l’attività pratica e si concentrano sulle iniziative progettuali. Partendo da un allestimento “redazionale”, dall’ufficio co-working si agisce nella stessa maniera. Ognuno ha il proprio ruolo all’interno di una squadra, ciò dipende dalla propria vocazione. Partendo con Matteo Nasini (1976), artista romano, che l’anno scorso ha trascorso circa sette mesi in compagnia di ATZ, producendo tutti i sui ultimi lavori, da quelli esposti ad Artissima, alla mostra “Color my Life with the Chaos of Trouble”, organizzata da Clima gallery alla Fonderia Artistica Battaglia, nel Ottobre-Novembre 2015. Insieme a Nasini, il gruppo ha iniziato a percepire l’impostazione del lavoro, partendo dal caos fino a fare chiarezza e funzionare con armonia.

Sostanzialmente si tratta di un artista che si confronta e affida la sua opera nelle mani di sei artisti, che in questo caso operano da singola entità. Superando l’aspetto passivo del prestito-affitto di un posto di lavoro. Ma occupandosi ognuno delle proprie mansioni; alleggerendo la Galleria e il processo di creazione dell’intero progetto. L’idea che presentano consiste in una vera e propria agenzia di produzione per l’arte contemporanea che sostiene una serie di servizi che agevolano lo sviluppo del progetto espositivo. Mettendo in discussione prima di tutto loro stessi e in secondo luogo i processi produttivi di una mostra e la spesa che essi comportano.

AtZ Modus Vivendi – Prospettive: Alla fine diventa una sorta di residenza, però di uno su sei. Un artista arriva e si fida di voi sei per seguire il suo lavoro, e allo stesso modo voi vi fidate di lui, gli aprite la porta e finite con il venirne influenzati mentre lo influenzate.
Esatto. Poi mentre nascevamo noi sono partiti altri tre spazi di co-working solo a Milano est, la cosa è nell’aria, però quello che ci interessa, il nostro punto di svolta, è la possibilità d’intervenire e discutere dei processi di produzione, e quindi vogliamo avere solo determinati artisti da noi, fare una selezione.

Quindi ovviamente ogni scelta è tarata su quello che vi interessa in un determinato momento altrimenti la cosa perde di senso.
Sì. Poi ci piacerebbe accompagnare il tutto con una documentazione o con eventi che seguano il lavoro dell’artista, insomma una pubblicazione anche, qualcosa di cartaceo o sul web. Ci piace l’idea di creare una specie di archivio, qualcosa che raccolga quello che le persone hanno creato in questo spazio. Qualcosa che rimanga indietro, gli scarti della produzione. 

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ATZ Agreements To Zinedine

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ATZ Agreements To Zinedine

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ATZ Agreements To Zinedine

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ATZ Agreements To Zinedine

Quindi volete portare avanti anche una sorta di collezionismo…
Non esattamente perché quello che ci piace tenere è una sorta di scarto, qualcosa che non abbia in sé la portanza del lavoro, ma la portanza della metodologia e della pratica. Quasi un souvenir di chi è stato qui.

Un collage di cose che hanno senso solo se rimangono qui, diventando sostanzialmente una mega opera vostra, un lavoro che appartiene allo spazio
La documentazione dei diversi approcci che ogni artista ha avuto lavorando qui dentro.

Sarebbe bello vedere quali sono le cose che si assomigliano, cos’è che si ripete lavorando qui. Voi lavorate insieme, tra di voi?
Sta capitando, Sofia sta preparando la sua mostra personale, e con lei ci stiamo comportando come se fosse un committente, e quindi stiamo portando avanti tutta la progettazione del lavoro, affrontando però le dinamiche critico costruttive in modo molto amichevole, non è tanto parte dell’attività di ATZ, ma delle questioni di condivisione di uno studio. Abbiamo anche pratiche completamente diverse.

Ma il lavoro di Sofia non verrà esposto qui, giusto?
No no. Questo spazio è bellissimo ma non ci interessa usarlo in questo modo. Facciamo sempre in modo che l’agenzia non diventi spazio espositivo, soprattutto per noi stessi.

E  invece sulla parte curatoriale non vi inserite?
Le scelte sono delle scelte curatoriali alla fine. Non abbiamo deciso noi di fare i curatori o di diventare artisti-curatori. Però selezionando in base alla produzione alla fine in qualche modo prendiamo anche quel ruolo. Vogliamo però essere uno spazio cuscinetto, una project room. La curatela si limita alla parte della scelta.

Sicuramente è una curatela diversa. Credo che un curatore a volte debba uscire dalle sue questioni personali per inserire quello che serve a chiudere il discorso. Voi vi limitate sempre a usare quello che serve a voi e al modo in cui state producendo. C’è una percentuale di curatela, ma ha più a che fare con il vostro lavoro che con quello l’altro. Poi non avete il concetto di esposizione, lavorate su un’opera.  Ci chiedevamo, all’interno di questa agenzia ognuno ha un ruolo o siete liberi?
Ognuno si muove ovviamente in base alle sue attitudini, senza ruoli fissi, c’è una sorta di tacito assenso. Poi quello che stiamo cercando di fare è di associarsi a persone che possano coprire le cose che non possiamo fare, così da poter avere qualcuno che copra tutti i servizi che potremmo aver bisogno di offrire.

Quindi servizi, sul posto, documentazione, supporto e una project room non legata alla galleria. Questo tra l’altro vi dà la possibilità di lavorare anche su qualcosa che non è strettamente legato alla mostra, qualcosa che di non necessariamente commerciale.
La maggior parte degli artisti alla fine cercano anche di trovare spazi alternativi, ma è difficile e costoso e si ritrovano a lavorare all’interno della galleria e questo esclude un po’ il surplus dello scarto, che è poi quello che interessa a noi. Producono lavorando già su quello che andrà in mostra. Qui, è ovvio, la cosa diversa, sono molto più liberi, possono lavorare su un display che non verrà necessariamente esposto mentre lavorano a tutto il resto. Per esempio: possiamo anche trovarci a lavorare sull’allestimento, ma non ci poniamo più come allestitori, siamo parte del processo di produzione, quindi anche quella parte del lavoro diventa diversa, siamo dei consulenti, dei collaboratori. Agenzia di produzione dall’inizio alla fine. Se poi l’artista è disponibile ci interesserebbe anche creare dei momenti di ascolto esterni, fatti durante il periodo di produzione qui. Quello che più vogliamo è essere parte di un progetto comune, qualcosa che iniziando qui, si apra alla collaborazione con il sistema che vive all’esterno.

Elena D’Angelo e Magdalini Tiamkaris in conversazione con ATZ Agreements To Zinedine. Dario Bitto, Sofia Bteibet, Andrea Cancellieri, Antonio Gramegna, Luca Petti, Giampaolo Resagli.

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