In conversazione con Camilla Boemio

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Inaugurata il 28 Maggio, la 15a Mostra Internazionale di Architettura di Venezia presenta un tema fortemente sentito dal suo direttore, l’architetto cileno Alejandro Aravena. Reporting From the Front, questo il titolo scelto, porta in sé la volontà di dare una visione dell’architettura, ma anche della vita, da una nuova prospettiva. Un nuovo punto di vista richiesto ai numerosi partecipanti da tutto il mondo e in particolar modo alle diverse nazioni che, questo anno, sono presenti per la prima volta. Un contributo importante e una ventata di novità portata, tra gli altri, anche dalla presenza della Nigeria che, con uno sfondo post-industriale e un allestimento eterogeneo, ha il compito di rappresentare il pensiero di un intero paese. Tutto questo grazie anche all’apporto dato dalla curatrice del padiglione, l’italiana Camilla Boemio, alla quale abbiamo rivolto alcune domande per poter meglio comprendere il lavoro svolto per questa esposizione e la genesi del progetto nigeriano.

Sono numerosi i progetti che nel corso della sua carriera professionale ha avuto modo di curare, sia a livello nazionale sia internazionale… quali sono, secondo lei, le differenze sostanziali tra realizzare un progetto in Italia e uno all’estero?
Nei paesi Anglosassoni, e nel nord Europa, sei direttamente connesso con gli altri continenti, la visibilità è realmente strutturata e orientata nel creare immediate nuove sinergie. C’è una minore interazione con la politica, e una profonda relazione con un numero maggiore di collezionisti, mecenati, piattaforme no-profit, fiere, musei, fondazioni e attori trasversali che reputano l’arte contemporanea un indispensabile fonte di stimolo. Non c’è avversità; si vive la consapevolezza che per essere uomini del nostro tempo bisogna alimentare la cultura e l’innovazione senza porre limiti. Ritengo, comunque, che l’elemento di divergenza sostanziale sia la mancanza del gioco di squadra, non che non esiste in assoluto in Italia; ma è più labile, precario, viene più dal basso e diventa aleatorio quando si alza la posta. La “envie” in Italia sembra sia viscerale, appartiene al retaggio storico-sociale-attitudinale culturale ed è così pertinente all’immagine del paese decantata dall’Opera. É una stratificazione della tensione interna di ciò che Gilles Deleuze ne Il bergosonismo definisce le forze esplosive che la vita porta dentro di sé… si tratta sempre di un caso di virtualità che si sta attualizzando, una semplicità in via di differenziazione, una totalità che va dividendosi: l’essenza della vita è procedere per dissociazione e divisione, per dicotomie. Troviamo questa dicotomia nelle categorie applicandole per spiegare questo paese nel quale si fondono i contrasti: semplice e complesso, stabile ed effimero, unione e taglio, costruzione e decostruzione, individuo isolato e consapevolezza condivisa del gruppo, esteriorità e interiorità, coscienza e incoscienza, prima intuizione creativa e risultato finale.

Quali sono state le difficoltà a inizio carriera? Secondo la sua esperienza cosa consiglierebbe alle nuove generazioni di curatori?
Venivo dalla scrittura, dalla ricerca universitaria ed era dirompente il desiderio di potere mettere in pratica una serie di teorie, idee, e progettualità in contesti che potessero essere ricettivi alla sperimentazione. Ciò che mi ha sempre interessato è stato creare corrispondenze tra arte, cinema, architettura e problematiche-tematiche sociali su scala globale. In questo contesto è stato molto formativo rapportarmi con: intellettuali, filosofi, registi, architetti e scienziati. Non cercavo di omologare il mio percorso a quello di curatori più avviati nella professione. Non me la sentirei di consigliare loro obbligatoriamente di partire, per andare all’estero. Ormai sembra che per lavorare ed essere appagati, in quasi tutti i settori, si debba lasciare l’Italia. Trovo sia fondamentale creare delle piattaforme snelle, in Italia, che permettano l’interazione di vari curatori, artisti, intellettuali che possano garantire dei contenuti progettuali non manipolati, ed inediti; cercando di contenere i costi della produzione artistica collaborando con sponsor tecnici. Le direzioni di molti musei non saranno incuriositi, o non capiranno immediatamente la ricchezza di proposte che non passano dai soliti canali burocratizzati – questo, però, non deve essere un motivo di sconfitta, perché oggi la rete e una maggiore facilità alle sinergie, possono creare ottimi progetti anche nei contesti della provincia Italiana o nelle periferie delle città innescando eccellenze curatoriali. Fondamentale staccarsi dal coro, e avere esercizio critico.

Dopo il Padiglione delle Maldive alla 55a Esposizione Internazionale d’Arte nel 2013, in questi giorni torna a Venezia come curatrice del primo Padiglione della Nigeria alla 15a Mostra Internazionale di Architettura…come è stato affrontare questo nuovo progetto?
É stato profondamente stimolante; ho iniziato a occuparmene due anni fa con la prima scrittura del progetto curatoriale. Il mio coinvolgimento è nato dall’interesse artistico e la voglia di parlare di architettura sociale: analizzandone le differenze dei canoni culturali ed estetici, il motivo per cui queste differenze ci sono, e come noi le avviciniamo. É abbastanza facile da allontanare un certo approccio ingenuo, immaturo nei confronti delle questioni geopolitiche, senza realmente capire cosa stia succedendo in una determinata nazione e perché certe fratture si siano sviluppate in determinate aree geografiche. Il tema della Biennale, Reporting from the Front è un approccio politico/attivista per inciso, molto presente nella scena dell’architettura nigeriana e nella mia ricerca – indubbiamente ero il curatore perfetto per questa collaborazione con l’architetto e artista Ola-Dele Kuku. É iniziato un esame dei rapporti tra architettura e le sue varie modalità di visualizzazione: la mostra attinge all’avanguardia politica e ai lasciti criticamente consapevoli della produzione estetica, fornendo un nuovo quadro espositivo nello sviluppare un concetto articolato d’architettura, richiedendo un ripensamento strutturale al tema della diminuita capacità. Facendo attenzione che non fosse solo un’analisi specifica per la Nigeria, ma dialogasse con le congiunture globali.

Venezia si caratterizza per la presenza di numerosi palazzi storici utilizzati come padiglioni nazionali, permanenti o temporanei, durante le diverse Biennali. Cosa vi ha portato a scegliere per il primo padiglione della Nigeria un ex magazzino di stoccaggio liquori e birra alla Giudecca come lo spazio Punch?
Ogni venue è funzionale al progetto curatoriale. Deve fondersi, o creare una volontaria non casuale frattura di intenti tra: l’allestimento, i lavori presentati e lo spazio. É una scelta che attinge all’anatomia del progetto curatoriale, e arriva alla grammatica strutturale dell’architettura della città. Rifuggo dalle scelte scontate, tra l’altro molto spesso diventano forzature cercando di lavorare con l’idea di un dialogo permanente. Scegliere un Palazzo del Cinquecento poteva essere l’ideale per i sostenitori (soprattutto le aziende e le gallerie), ma sarebbe stato molto artificiale e privo di tensioni visive per il progetto.

Arte e architettura sono due dei punti cardine della Biennale Internazionale di Venezia e in questi ultimi anni hanno teso a fondersi molto, nella progettazione dei padiglioni delle diverse nazioni… da curatore, cosa, secondo lei, non dovrebbe mai mancare in un allestimento?
Il lavoro di struttura dell’allestimento dovrebbe essere fluido, persuasivo, originale e in perfetto dialogo con lo spazio. Mi trovo perfettamente d’accordo con Beatriz Colomina, le mostre non sono semplicemente spazi per la visualizzazione dell’architettura, sono spazi per l’incubazione di nuove forme e di nuovi modi di pensare l’architettura. Diminished Capacity appartiene a questa categoria; nella quale si suggeriscono letture originali di un’architettura che si mette in mostra attivando una serie di suggestioni e di discussioni teoriche.

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Nigerian Pavilion – 15th International Architecture Exhibition La Biennale di Venezia 2016 – photo Filippo Peretti

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Nigerian Pavilion – 15th International Architecture Exhibition La Biennale di Venezia 2016 – photo Filippo Peretti

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Nigerian Pavilion – 15th International Architecture Exhibition La Biennale di Venezia 2016 – photo Filippo Peretti

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Nigerian Pavilion – 15th International Architecture Exhibition La Biennale di Venezia 2016 – photo Filippo Peretti

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Nigerian Pavilion – 15th International Architecture Exhibition La Biennale di Venezia 2016 – photo Filippo Peretti

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Nigerian Pavilion – 15th International Architecture Exhibition La Biennale di Venezia 2016 – photo Filippo Peretti

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Nigerian Pavilion – 15th International Architecture Exhibition La Biennale di Venezia 2016 – photo Filippo Peretti

A sostegno di questa fusione tra arte e architettura c’è, forse, la scelta dell’architetto/artista Ola-Dele Kuku…cosa l’ha portata a sceglierlo come rappresentante della Nigeria?
É una delle figure più complesse e uniche nel panorama Nigeriano; già ricco di molti talenti: é un’artista, architetto, teorico e docente. Collaborando con lui i confini dell’architettura diventano un fondersi di discipline e di stimoli che arrivano all’interazione con la filosofia e la sociologia. C’è ancora una forte corrente Europea ancorata all’idea che gli Africani provenienti dell’Ovest del continente, in particolare quelli delle baraccopoli africane, non possono o non vogliono fare grande arte o se la realizzano, è un’eccezione. Come pensare si possa parlare solo di colonialismo, di schiavitù ed esotismo. Siamo così bloccati a riconoscere la complessità, le differenze, la finezza e la storia di un continente dal quale emergono realtà e visioni di arte, e di architettura provenienti da diverse regioni in Africa.

Cosa rappresenta e qual è il messaggio del lavoro realizzato per la Mostra Internazionale di Architettura?
La perdita degli stereotipi, nei confronti dell’Africa, e una sorta di purezza che va a interagire con elementi vari come il cosmo, Dio, i linguaggi e i comandamenti generali dell’articolo uno della dichiarazione dei diritti dell’uomo, creano un leitmotiv nel quale si costruisce l’organismo della mostra scegliendo artworks realizzati con differenti medium e linguaggi. Il lavoro di Ola-Dele Kuku contribuisce al pensiero creativo e critico di come potremmo vivere con un punto di vista del continente africano completamente diverso. Il mio approccio curatoriale cerca di esaminare come lui non solo ha messo a fuoco la storia della Nigeria, ma anche come allo stesso tempo ha studiato le condizioni di mobilità in relazione alla necessità di riscrivere la capacità diminuita di un territorio, su scala macro. Il conflitto è uno dei temi ricorrenti nella sua ricerca. Come architetto-artista, identifica il conflitto come uno dei meccanismi di guida nel nostro mondo, e come strumento per impostare il cambiamento in moto. Il conflitto ha giocato un ruolo cruciale fin dagli albori della creazione. La capacità diminuita è una parte del meccanismo di una situazione di conflitto. La gerarchia esistente è al suo apice ed è quindi in procinto di cadere. E anche se i social media danno l’impressione che il nostro mondo sia solo “fiction”, siamo ancora più segregati in una chiusura mentale che ci porta a essere succubi dell’incertezza e dell’incapacità di analisi critica. Come il nostro mondo si evolverà non è ancora chiaro, ma non c’è dubbio che il conflitto stimolerà il cambiamento e ispirerà l’innovazione. Nel Padiglione la pratica artistica di Ola-Dele Kuku sviluppa una narrazione serrata: con il disegno, le installazioni, e gli oggetti (es: Opera Domestica I – Teatro dell’Archivio), in un approccio non convenzionale, rivisitando i pilastri dei metodi di rappresentazione architettonica–la pianta, il prospetto e, la sezione – iniettando slittamenti inquietanti nel loro rigoroso formalismo con l’interazione di codici e frasi visibili nell’installazioni: Neon text (“Africa is not a country!”) e con il Braille light Box. La mostra crea una stratificazione di tensioni tra i metodi, i concetti e i materiali utilizzati. Si tratta di un uso inaspettato e site-specific dello spazio nel quale il concetto curatoriale parte da una frase di indubbio impatto: “L’Africa non è un paese!”, prospettando nuove metodologie.

Quest’anno la 15a Mostra Internazionale di Architettura è diretta da Alejandro Aravena che ha scelto come titolo “Reporting from the front” e alla quale si associa un’immagine curiosa, la foto scattata da Bruce Chatwin all’archeologa tedesca Maria Reiche in piedi su di una scala in mezzo al deserto… qual è il significato del tema che Aravena ha voluto dare all’intera Mostra e come si inserisce, in esso, il progetto del Padiglione della Nigeria?
Come sostiene Aravena: “L’architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo. La forma di questi luoghi, però, non è definita soltanto dalla tendenza estetica del momento o dal talento di un particolare architetto. Essi sono la conseguenza di regole, interessi, economie e politiche, o forse anche della mancanza di coordinamento, dell’indifferenza e della semplice casualità. Le forme che assumono possono migliorare o rovinare la vita delle persone. La difficoltà delle condizioni (l’insufficienza di mezzi, i vincoli restrittivi, le necessità di ogni tipo) sono una costante minaccia a un risultato di qualità. Le forze in gioco non intervengono necessariamente a favore: dell’avidità e della frenesia del capitale, o l’ottusità e il conservatorismo del sistema burocratico, tendono a produrre luoghi banali, mediocri, noiosi. Ancora molte battaglie devono essere dunque vinte per migliorare la qualità dell’ambiente costruito e, di conseguenza, quella della vita delle persone.” Da qui nasce una profonda correlazione con il Padiglione della Nigeria nel quale un’assidua ricerca nello sfatare l’ottusità, i luoghi comuni, ma anche accettare il cambiamento, sono necessari elementi per potere capire il presente, e costruire (anche in modo teorico ed artistico) il nostro futuro. La consapevolezza della critica dei media, l’avvicinarsi a una conoscenza dei punti cruciali mondiali nei quali è in atto e si dirama il cambiamento, é un’indispensabile arma di conoscenza per essere uomini del nostro tempo e per capire quanto l’architettura sociale possa andare a rinnovare le maglie della “res pubblica”.

La presenza della Nigeria a questo evento ha, sicuramente, oltre che un valore culturale, un valore storico…cosa significa per questo paese avere una rappresentanza a un’esposizione di livello internazionale come quella di Venezia?
Abbiamo realmente fatto la storia con Diminished Capacity. La Nigeria è stata per lungo tempo, dall’inizio della sia indipendenza dall’Impero Britannico nel 1960 e dallo scoppio della guerra civile nel 1967, in una fase continuativa di sviluppo socio-culturale. É la nazione più popolosa del continente ed é il cosiddetto “cuore pulsante dell’Africa”. In questa fase le priorità del governo non hanno previsto immediatamente la partecipazione alla Biennale di Venezia, anche se molti giovani artisti nigeriani hanno inaugurato il modernismo postcoloniale ispirati dalla retorica e dalle ideologie della decolonizzazione e dal nazionalismo nella metà del XX secolo e, successivamente, dai sostenitori della negritudine e del panafricanismo, traducendo le esperienze di decolonizzazione in un caratteristica “modernità postcoloniale” che ha continuato a costituire il lavoro dei grandi artisti nigeriani. Ci tengo a riportare questa citazione, tratta da una pubblicazione necessaria per comprendere le varie fasi della storia moderna Nigeriana. ‘Postcolonial Modernism: Art and Decolonization in Twentieth-Century Nigeria’ illustra il cammino raggiunto. Un punto dal quale partire per costruire/decodificare il ‘nuovo’ fermento culturale. La stratificazione del sapere porta a citare delle pubblicazioni come base per filtrare i ‘concetti in movimento’ del nostro presente. Questi ultimi diventano un’analisi di come sempre più l’assimilazione sia un’ancestrale cono hip hop dal quale si solidificano nuove epifanie. Secondo il commissario nigeriano del Padiglione, George Nkanta Ufot (Il Direttore degli Affari Culturali Internazionali) del ministero dell’Informazione e della Cultura, lo sviluppo degli scambi culturali internazionali è una delle principali priorità del nuovo governo. Sono certa che l’ambizione del Ministero dell’Informazione e della Cultura è quello di stabilire una solida base per la continua partecipazione della Nigeria alla Biennale

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Alessia Cervelli

Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, intraprende fin da subito un percorso multidisciplinare che la porta a svolgere attività curatoriali indipendenti e di critica, affiancate a ricerca e catalogazione in ambito istituzionale. Da sempre legata al mondo della scrittura, porta avanti la propria passione sia in campo “giornalistico” sia letterario, rivolgendo, inoltre, una particolare attenzione alla pittura e alla fotografia. Attualmente vive e lavora a Roma.

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