In conversazione con Cory Arcangel

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Emerso nella New Media Art degli anni 2000 con i suoi lavori su videogiochi obsoleti, primo tra tutti il celebre Clouds (2002), Cory Arcangel ha un background in musica e tecnologia che lo ha portato a sperimentazioni musicali con materiali recuperati dal web. Cultura hacker e amore per i software – quelli obsoleti però – guidano la sua ricerca. Ha giocato con un’estetica a bassa risoluzione e nel 2005 ha realizzato Super Mario Movie, capolavoro che dietro l’interesse estetico – Nintendo e psichedelico – lascia un sapore amaro nuovo. L’interesse per l’archivio l’ha visto lavorare all’Andy Warhol Amiga Preservation (2011-2014). Cultura hacker, riuso, remix. Recuperare, modificare, rendere poi disponibili i codici. Opensource. Cory Arcangel è però un artista che non ha mai rinnegato il legame con il mondo e il mercato dell’arte, ha anzi investito se stesso negli aspetti più commerciali di un’arte “pop” – pop come i residui di un immaginario che circonda l’uomo contemporaneo occidentale: videogame, social media, pubblicità, internet, star system – fino a concepire un suo branding, una linea di oggetti con il suo marchio, come sua opera. In conversazione con Cory Arcangel, si è riflettuto proprio su queste dinamiche e apparenti contraddizioni, partendo dagli esordi della sua carriera per giungere alle opere recentemente esposte alla Lisson Gallery di Londra.

Laura Boggia: Appartieni a una generazione che ha seguito i pionieri della net.art degli anni Novanta, in un periodo particolarmente attivo e vibrante. Quale è stato il tuo esordio come net artista e che relazione hai sviluppato con la prima scena della net.art?
Cory Arcangel: Quando ero al College – è stato dal 1996 al 2000 – osservavo certi progetti che facevano circolare alcuni degli artisti che lavoravano all’epoca. Era così poco chiaro di cosa si trattasse, sapevo solo che era interessante. Poi nel 2000 mi sono trasferito a New York e New York nel 2000 aveva davvero una scena interna eccezionale della net.art. Così ho iniziato a trovare la mia strada ad alcuni di quegli eventi, ad esempio Rhizome aveva un locale notturno – penso fosse una volta al mese, si chiamava “OpenMouse” – dove la gente poteva venire e portare qualsiasi cosa volesse esibire. Così ho iniziato ad andarci. Una volta sono andato e stavano appendendo un floppy disc alla porta, come volantino: il volantino del locale era su un floppy disc di 3,5 pollici. C’era un’etichetta stampata sopra al floppy, e mi ricordo che non c’era niente sopra. Non li conoscevo, ma ho proposto loro di curare una mostra d’arte sul floppy disc che loro davano in giro per pubblicizzare il locale. Quella è stata forse una delle prime cose con cui sono entrato in contatto.

Quindi l’hai curata.
L’ho curata, l’ho co-curata in realtà.

Hai preso parte alla discussione sulle mailing-list, come Rhizome, The Thing, Nettime?
Leggevo le mailing list, ma non sono sicuro di aver mai postato su alcuna di esse. Ci prestavo attenzione, ma non sono un gran mailing lister.

Anche adesso?
Anche adesso. Ho prestato attenzione a The Thing e ho prestato attenzione a Rhizome – quelle erano le due mailing list di New York alle quali ho prestato grande attenzione. E semplicemente stando a New York ho incontrato molta gente di quella scena, ho incontrato Yeal Kanarek – lei è una grande artista che ha fatto una serie di conferenze chiamata “Upgrade!”.

Molto del tuo lavoro ha a che fare con l’obsolescenza e con la fascinazione per i vecchi sistemi come materiale visivo – e anche come materiale culturale, penso. Ci sono due aspetti in questa ricerca: da un lato l’interesse estetico e dall’altro la conservazione della memoria e l’archivio. È affascinante se consideriamo che questo materiale visivo appartiene a una cultura effimera, che influisce profondamente sulla società ma che scompare molto rapidamente, come il layout dei software e dei programmi cambia, ad esempio.
Sono totalmente d’accordo. Instagram ha appena cambiato layout credo. Le cose cambiano continuamente. Sono temporanee ed effimere, totalmente.

Parlando di archivi, in un’altra occasione accennavi che uno dei progetti più interessanti ed entusiasmanti ai quali hai lavorato è stato quello di Andy Warhol. Perché eri particolarmente interessato a lui?
Sono interessato ad Andy Warhol perché è un artista al quale ho prestato grande attenzione, probabilmente come chiunque a New York della mia generazione, a essere onesti. Ho letto i suoi diari. Sono fantastici. Li ho letti per semplice interesse, ma mi hanno anche aiutato a imparare cosa fa un artista, come gli artisti organizzano la loro vita. Quando ero più giovane, a New York, è stato così difficile capire cosa significhi essere un artista. Non sono andato a una scuola d’arte. I suoi diari mi hanno davvero incoraggiato a capire letteralmente – e non sto parlando poeticamente o metaforicamente, sto parlando letteralmente – cosa fa un artista la sera tardi di un martedì, e così via. Quindi è stato davvero incredibile poter contribuire alla sua storia e lavorare con il suo archivio, che è capitato anche essere in un’area che conosco bene, che sono ovviamente i computer. Due o tre dei miei interessi erano combinati in un solo progetto.

Deve essere stato entusiasmante scoprire tutto quel materiale visivo prodotto da lui con il computer.
Sì, è stato anche molto divertente cercare di comprendere qual è stata la completa storia con l’Amiga e vedere come lui si è interfacciato con il computer. Era un tale maestro nel medium e un tale maestro anche nel non essere veramente cosciente di quello che stava facendo. Si è seduto all’Amiga solamente poche volte, ma solo vedere cosa ha fatto quelle poche volte, e vedere le incredibili decisioni che ha preso e quanto è andato lontano spendendo così poco tempo è stato scioccante.

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Currentmood, 2016, installation view, Lisson Gallery

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More to Explore, 2016, © Cory Arcangel; Courtesy of Lisson Gallery

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FN Slides / Lakes, 2016, Photo by Jack Hems © Cory Arcangel; Courtesy of Lisson Gallery

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Cory Arcangel. Photo by Tim Barber © Cory Arcangel

Aveva capito come un computer poteva essere usato! Quel progetto era eccezionale su così tanti livelli. Inoltre, è stato eccezionale lavorare con il Canergie Mellon Computer Club. Quelli sono stati i ragazzi che hanno fatto il reale lavoro con l’Amiga e non c’è niente di più cool per me di un gruppo d’intelligentissimi hacker che amano lavorare su computer obsoleti. Quella è stata quindi forse la quinta cosa interessante riguardo al progetto.

C’è una sorta di relazione tra il tuo lavoro e quello di Andy Warhol in termini di riuso e manipolazione d’immagini prese da un immaginario “pop”. Dall’altro lato, questo utilizzo di un prodotto contemporaneo pop è in qualche modo espressione di una cultura superficiale, consumista. Confrontando la tua ricerca con quella di Warhol, c’è una critica o un cinismo nel tuo approccio alla cultura contemporanea pop? O si tratta più di utilizzarla come mero materiale visivo? Questo aspetto è sicuramente presente nella tua opera, ma dall’altro lato alcuni dei tuoi pezzi – e sto pensando a Mario Bros Movie – hanno un certo approccio cinico.
In termini di approccio… direi che non è senz’altro cinico. Non penso che il cinismo sia molto produttivo, non penso che sarei in grado di andare molto lontano se il mio lavoro fosse cinico. Non sono interamente responsabile di ciò che l’opera compie. Posso sforzarmi il più possibile, ma alla fine non posso dire davvero ciò che l’opera compie. La speranza è che – a prescindere dal materiale usato nell’opera – essa crei un momento reale per l’osservatore, un momento che si spera possa aprire una certa possibilità. Quindi magari potrei usare un’immagine abbastanza bassa, di scarto, un’immagine che non è solitamente utilizzata nelle belle arti, ma alla fine c’è qualcosa in essa che dice a sufficienza a proposito di cosa significhi esistere. La mia speranza è di prendere cose che la gente non considera singolarmente ed evidenziare la loro importanza.

Stai pensando ai videogames e al materiale che hai preso da Twitter o da Youtube, I gattini per esempio?
Sì, sì. La mia speranza con il mio pezzo di Schoenberg era di suonare veramente e fedelmente la partitura di Schoenberg usando dei gattini, con la premessa chiave che la partitura non indica chi dovrebbe suonare le note. Quindi la mia idea era che c’era ancora una sorta di fedele esecuzione della sua partitura originale. Alcune delle note sono simili ma non esatte, quindi era anche scanzonata in fatto di un certo modo in cui quella musica è stata storicizzata. Sai, quando Schoenberg componeva quella musica, da quanto ho capito, è stato tutto piuttosto sciolto e piuttosto divertente.

Nel tuo recente lavoro, esposto alla Lisson Gallery, hai usato dei sistemi vecchi, vecchi java, per creare una serie, Lakes. Similimente, con Mario Bros, hai lavorato più e più volte sullo stesso materiale. Quest’idea dell’opera d’arte come qualcosa di fluido, non fissato, ma piuttosto come un processo, può in realtà essere considerata qualcosa di tipico della New Media Art e della net.art: open source, riuso di materiale che tu rielabori e che forse qualcun altro prenderà e userà nuovamente per altri progetti. Cosa ti porta a lavorare su delle serie? Cosa tratta la sperimentazione di Lakes?
Beh, credo che a volte richieda così tanto tempo far funzionare la prima e semplicemente non vuoi fermarti a quel punto. Mi ci sono voluti anni per imparare a programmare quelle cose e ovviamente ci sono cose che non vanno per il verso giusto alla prima o alla seconda o alla terza… Inoltre, a volte puoi fare alcune cose e le devi mostrare, devi vedere come la gente reagisce: devi vedere cosa funziona, devi vedere cosa non funziona. L’ho visto con Lakes. Lakes sono riusciti solo se entrano in collezioni o istituzioni, perché sono un esperimento sull’archiviazione della contemporanea cultura dell’immagine. Fare queste opere è anche un modo di archiviare questo tipo di cultura dell’immagine, quindi esse non sono veramente riuscite fino a quando la gente non è effettivamente interessata ad essa e ad archiviarla o preservarla. Emulano uno spazio che normalmente sarebbe per la pittura. Non sono veramente opere di media art alla fine, sono dipinti.

Potresti dirmi qualcosa a proposito della tua relazione con il mondo dell’arte? Nel mondo della net.art la condivisione delle informazioni, l’open source e il riuso del materiale online sono pietre miliari. In termini di approccio, questo significa una sfida al concetto di autorialità, che considero un aspetto tipico della net.art. Mentre nel mondo dell’arte l’autorialità è ancora molto importante. Qual’è la tua posizione a questo riguardo? Non hai mai rifiutato la connessione con il mondo dell’arte. Consideri l’idea della destituzione dell’autorialità non più valida – una sorta di utopia dei pionieri della net.art? Non credi che questi due mondi siano in contraddizione?
È un’ottima domanda. Al tempo della net.art degli anni Novanta c’erano molte poche istituzioni e la net.art aveva un certo antagonismo verso l’ambiente istituzionale, non c’era bisogno d’istituzioni in real life. Credo che io fossi parte della generazione dopo di quella e non mi sono sentito così antagonista, non ho condiviso quel sentimento, probabilmente perché allora era così diverso. Mi sono sempre interfacciato con le istituzioni, anche quando ero più giovane. Direi che per i primi dieci anni la mia vita online e la mia vita offline erano quasi sconosciute l’una all’altra, in una strana maniera. Sai, il mondo dell’arte non si interfacciava con il mio lavoro online e il mondo online non si interfacciava con il mondo dell’arte. Erano semplicemente due gruppi di persone e di interessi completamente separati.

Chi è il mondo online di cui parli? Sono utenti casuali o net artisti o hacker e appassionati di computer e media digitali?
Penso ci fosse una divisione tra una sorta di mondo della media art e il mondo dell’arte contemporanea: il mondo che era basato su istituzioni e gallerie e il mondo che era basato su un tipo di lavoro interessante avente a che fare con il digitale. Negli ultimi dieci anni questi confini sono totalmente collassati. La situazione attuale è completamente irriconoscibile da ciò che era e come ciò è collassato, anche il mio modo di bilanciarlo è mutato. Nel 2008 / 2007 la gente che vedeva le mie opere d’arte online era un pubblico totalmente diverso da quello che avrebbe visto le mie mostre d’arte in galleria. Adesso c’è una totale sovrapposizione. Una volta tenevo lezioni in scuole di media art e lì avrebbero conosciuto solo certi progetti, mentre quando facevo lezione in scuole d’arte avrebbero conosciuto solo certi altri progetti. C’era una reale divisione.

Esiste ancora una comunità online di media artisti, oggi?
Sì, penso di sì. Non sono sicuro di cosa significhi ”online“ oggi. Posso dirti cosa succedeva dal 2000 al 2010. L’ultima comunità alla quale ho veramente partecipato è stata quella dei “Surf Clubs” alla fine degli anni 2000, come il blog “Nasty Nets”. Questo non significa che quel genere di cose non esista adesso, è solo che potrei non esserne parte. Alla Lisson Gallery, come parte della mostra, facciamo la nostra campagna pubblicitaria con “Outbrain”. “Outbrain” è quella sorta di annunci e di articoli che verrebbero chiamati “quick bits”. Quando leggi certe riviste online, alla fine della pagina dicono “more on the web” e ci sono gossip sulle celebrità e pubblicità. Quindi la mia mostra esiste sia nella galleria che in questi “quick bits” e pubblicità sul web. Questo tipo di spazi e di annunci è ciò a cui sono interessato adesso del mondo online. E non è ciò a cui ero interessato dieci anni fa.

Quali sono dunque i tuoi interessi oggi?
Penso che questi spazi siano la cosa più interessante sul web oggi, e anche la cultura che ci circonda, che è molto guidata dalle celebrità ed è una cultura del “click”, molto veloce – molto distrattiva. Questa è la cosa più cool che sta accadendo sul web proprio adesso. Inoltre, un paio di anni fa ero molto interessato alla Search Engine Optimization, a modificare testi per siti web in modo da farli apparire più alti nei risultati di ricerca sui browser.

C’è qualche progetto che non hai mai realizzato e che vorresti fare?
…Non ho mai fatto un dipinto!

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