In memoria di

cover-fallen

Nel 1971 una delle missioni più rischiose della NASA si compie con successo. Gli astronauti David Scott e Jim Irwin, una volta atterrati sul suolo lunare a bordo dell’Apollo 15, raggiungono alla guida di un LRV [Lunar Rover Vehicle] la regione appenninica del pallido satellite naturale terrestre.

Durante l’ultima EVA [Extra-Vehicular Activity], e precisamente nella valle di Hadley, d’accordo con Irwin [senza aver precedentemente informato i funzionari NASA a capo della missione], Scott esegue una breve e riverente cerimonia in memoria di 14 astronauti deceduti durante le precedenti missioni statunitensi e sovietiche. Terminato il breve ufficio, oltre ad abbandonare, come da protocollo, il rover lunare nella sua sede definitiva, in un piccolo cratere situato nella parte sud occidentale del Mare Imbrium, Scott depone una piccola targa metallica riportante i nomi degli astronauti commemorati e una minuta scultura in alluminio: The Fallen Astronaut.

Cinquantacinque anni dopo Valentina Lacinio cura la mostra The Fallen Astronaut, tenutasi tra il 10 marzo e il 10 maggio del 2016, presso gli spazi della Galleria A Plus A innestati su suolo lagunare veneziano. Una mostra dichiaratasi “in memoria di” e interessata alla questione/ossessione millenaria — da molta umanità condivisa — della conservazione della memoria e della conoscenza. Un tema affrontato partendo dagli esempi storicamente e chilometricamente più estremi di tracce documentali/monumentali lasciate dall’uomo oltre l’orbita terrestre. Oltre al nome della mostra [pedissequamente ispirato a quello della statuetta d’alluminio di Van Hoeydonck], nello spazio espositivo era presente copia della documentazione narrante di quando l’artista Stephen Kaltenbach, nel 1969, scrisse due lettere indirizzate e spedite al Quartier Generale della NASA di Washington D.C. [e che mai ricevettero risposta]. Lettere in cui Kaltenbach esprimeva la volontà di realizzare un calco dello stivale sinistro di Neil Armstrong e proponeva, inoltre, l’utilizzo dei veicoli spaziali orbitanti, come mezzi di archiviazione di informazioni. Del medesimo Kaltenbach era esposta Contagion: open on Mars [1970], capsula concepita proprio da questa sua ossessione per la conservazione del sapere umano.

A dare man forte ai lavori di Kaltenbach c’erano i contributi di altri artisti. Tra questi Aldo Aliprandi, esibitosi nel suo lavoro μονάνς [2016], sorta di performance sonora [e allo stesso tempo installazione] messa in atto durante il vernissage della mostra; un vibrare elettronico di corde applicate su di un ramo d’albero abbandonato dai frangi flutti di onde marine, proiettate alle sue spalle su lastra d’alluminio. Antonio Fiorentino, con la sua scultura elettrolitica Dominium Melancholiae [2014], nel suo lento, inesorabile mutare di reazione chimica. Thomas Braida, che col diorama Porzûs [2012] rappresentava una fucilazione aliena e, sempre di Braida, la sua “illustrazione fantascientifica” Science fiction is dancing in your hands [2014]. Giorgio Andreotta Calò, in mostra con la sua asciutta documentazione fotografica dell’intervento luminoso, Dal tramonto all’alba [2006], che ebbe luogo presso la Torre del Parlamento Bosniaco a Sarajevo. Rä di Martino, presente con la proiezione di Petite histoire des plateaux abandonnès [2012], lavoro temporalmente alienato, costituito da riprese video di set cinematografici abbandonati e fatiscenti, sparsi nel deserto del sud Marocco. Francesco Arena, che ha affisso alle pareti bianche dello spazio espositivo la sua indecifrabile Piastra 14 metri e 57 [2014]. Margherita Raso, che ha disteso il suo esteso lavoro senza titolo, fatto di seta e acrilico [2014]. Alice Ronchi le cui pietre dotate di gambe Kilimanjaro [2014] si ergevano sul pianerottolo superiore della galleria. E infine Fabio Roncato, che ha sospeso la scultura “ultracorporea”, L’arrivo del sonno [2016], crisalide che, con romantica lungimiranza, custodirà in se delle lastre di zinco su cui sono stati incisi i contenuti della stessa mostra… in memoria di.

Testo e fotografie
Ph. Rosspec
Samir Sayed Abdellattef

ROOM5_03-min

Alice Ronchi, Lucy (Kilimanjaro), 2014 / John (Kilimanjaro), 2014, Courtesy l’Artista e Galleria Francesca Minini, Milano

ROOM1_10-min

Fabio Roncato, L’arrivo del sonno, 2016, Courtesy l’Artista

ROOM1_13-min

Antonio Fiorentino, Dominium Melancholiae, 2015 (dettaglio), Courtesy l’Artista

tread-design-for-the-sole-of-neil-armostrong's-left-boot-1969_letters-from-stephen-kaltenbach-to-nasa-1969

Tread design for the sole of Neil Armostrong’s left boot 1969, letters from Stephen Kaltenbach to Nasa, 1969

The following two tabs change content below.
Juliet Art Magazine is a contemporary art magazine

Rispondi