INTERTWINED: reinterpretare lo spazio

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Durante il London Festival Architecture (2016) è stato presentato il progetto INTERTWINED, un’installazione site-specific, all’interno del cantiere del Courtyard House, una casa residenziale in ristrutturazione nel quartiere londinese di Kensington. Attraverso l’integrazione delle discipline dell’architettura, della danza e della tecnologia, questo progetto nasce dalla collaborazione tra lo studio di architettura Flow Architecture (Annarita Papeschi e Vincent Novak) e il coreografo e danzatore Riccardo Buscarini, con l’intento di esplorare il rapporto tra spazio e corpo.

L’installazione si presenta come una fitta rete di corde elastiche che s’intrecciano nei vari livelli dell edificio: le proiezioni delle linee rappresentano i movimenti compiuti dal danzatore che, precedentemente registrati con un programma computerizzato di motion-tracking, reinterpretano le geometrie dello spazio attuale – quello del cantiere – e quello dello spazio futuro – l’appartamento una volta completato, secondo il progetto di Flow Architecture. L’evento temporaneo, aperto al pubblico, invita lo spettatore a ricreare l’esperienza fisica dei movimenti del performer, aprendo, così, delle riflessioni sul rapporto nelle dicotomie di tempo e spazio, sfera pubblica e sfera privata, individuo e comunità. Flow Architecture e Riccardo Buscarini spiegano lo sviluppo dell’idea alla base di INTERTWINED.

Il processo di urbanizzazione e la “produzione dello spazio” nell’epoca della globalizzazione, diventano temi sempre più rilevanti nella sfera culturale, economica e socio-politica. Come può l’architettura performativa, come nel caso di INTERTWINED, contribuire al cambiamento sociale?
In realtà non credo che INTERTWINED possa definirsi come un progetto di “architettura performativa”. In ambito architettonico infatti il termine viene tipicamente attribuito a una vasta produzione di architetture, o elementi architettonici, che, grazie all’introduzione di dispositivi digitali, acquisiscono la capacità di cambiare la propria configurazione in reazione ai mutamenti ambientali: mi vengono in mente per esempio alcune creazioni di facciate complesse che si articolano in modo diverso a seconda delle condizioni climatiche – quella progettata da Jean Nouvel per l’Institute du Monde Arabe a Parigi è un primo chiaro esempio di questa tipologia progettuale. Nello sviluppo di INTERTWINED, è stato interessante scoprire come l’architettura e la danza condividano un vocabolario piuttosto esteso, seppure con significati un po’ diversi. Una delle sfide del progetto è stata infatti fin dal principio la ricerca di termini ampiamente riconoscibili per la sua descrizione. Se da un lato l’installazione si colloca nel campo dell’architettura digitale, vista la metodologia con cui è stata realizzata – come l’uso del motion-tracking e la sua impostazione algoritmica – dall’altro il pezzo riporta anche all’arte performativa per il modo in cui gioca mescolando il ruolo del performer e del pubblico, lasciando ai visitatori la possibilità di mettersi al centro della scena. Fin dall’inizio abbiamo pensato al progetto di INTERTWINED come a quello di un dispositivo che potesse trasformare lo spettatore in un performer. Tutto, all’interno dell’installazione, è progettato attorno a questa idea: dalla visione più generale, fino alla scelta dei dettagli dell’illuminazione. Nel vedere i visitatori interagire dal vivo con INTERTWINED, è diventato, però, evidente come la forza dell’installazione derivasse soprattutto dalla capacità di riunire, su una stessa scena, gruppi di persone differenti: rappresentati della comunità locale, del mondo delle arti performative e di quello dell’architettura. In qualche modo, era come se INTERTWINED fosse in grado di parlare lingue diverse, seppure in un modo leggermente dislessico. Invitando i visitatori a muoversi all’interno dell’installazione (per molti un compito piuttosto arduo!), INTERTWINED creava un tempo e uno spazio privo d’inibizioni che rendeva possibile un’interazione autentica tra i visitatori. In questa prospettiva, credo che INTERTWINED possa essere guardato come un contributo nell’ambito della critica sociale. Il progetto è stato per noi un’ottima occasione per riflettere sulle modalità e potenzialità del nostro lavoro come architetti. Inoltre è stata un’occasione per la comunità locale di ristabilire un contatto con ciò che avviene oltre le facciate delle loro strade, d’incontrare i vicini e riscoprire l’identità di una comunità in cambiamento.

Come si spiega la tensione tra la sfera pubblica e la sfera privata all’interno di INTERTWINED? Qual è il ruolo del pubblico in questo contesto?
L’idea di INTERTWINED emerge dall’attenta osservazione di una serie di dicotomie relative all’ambiente in cui l’installazione si viene a inserire, tra cui una delle più rilevanti è probabilmente quella esistente nel rapporto tra la dimensione pubblica – l’evento nel cantiere aperto agli spettatori – e quella privata – il progetto architettonico di una residenza privata. Il progetto stesso della Courtyard House è stato concepito come un distintivo e articolato sistema di transizioni tra gli spazi privati e quelli semi-pubblici della casa. In modo piuttosto tradizionale, il progetto è organizzato attraverso diversi livelli di privacy che, partendo dagli spazi più pubblici ai piani terreni, arriva a quelli più privati al primo e al secondo piano. Tuttavia, questa distribuzione degli spazi, è messa in discussione da alcune importanti perforazioni verticali – come per esempio il vuoto che attraversa le camere da letto, l’ampliamento in vetro con il sistema degli spazi a doppia altezza nelle zone giorno, il vuoto centrale delle scale. È proprio questa serie di vuoti che, di fatto, riorganizza l’intera casa in una struttura aperta e porosa, costituita da spazi semi-privati e semi-pubblici collegati tra loro attraverso viste prospettiche inaspettate. All’interno del cantiere, alcune di queste correlazioni sono già chiaramente visibili, mentre altre soltanto suggerite. L’installazione agisce, dunque, come una sorta di rete di sicurezza, un’area protetta che permette al pubblico di visitare il cantiere e mettere in scena l’esperienza della futura tettonica dell’edificio. Ed è proprio attraverso la riorganizzazione del cantiere come la scena di una performance collettiva che lo spettatore si attiva divenendo il catalizzatore della transizione della casa in un temporaneo spazio pubblico.

Qual è stata la sfida più grande nella realizzazione dell’installazione, in particolare, in riferimento alla collaborazione con il coreografo Riccardo Buscarini?
La collaborazione con Riccardo è stata estremamente positiva durante tutto il processo di esplorazione comune e di co-creazione. Probabilmente l’unica sfida riscontrata è stata, proprio all’inizio del progetto, nella ricerca di un terreno d’indagine condiviso che accomunasse le due discipline. Allo stesso tempo, proprio per questo motivo, la collaborazione con Riccardo, è stata un’esperienza molto interessante, soprattutto nell’osservare come le abilità di ognuno abbiano naturalmente modellato i nostri ruoli specifici all’interno di INTERTWINED. Come architetti siamo abituati a lavorare in squadre di professionisti molto ampie e varie, ma per la prima volta abbiamo potuto sperimentare un processo di totale interdisciplinarità e co-autorialità. Concepire insieme questo progetto è stato molto stimolante nel fornirci punti di vista alternativi per lo sviluppo della nostra sensibilità e soprattutto per l’esito finale del pezzo.

L’installazione site-specific INTERTWINED si mantiene in un equilibrio di diverse dimensioni temporali: tiene insieme passato (l’atto della performance), presente (il pubblico che sperimenta la performance) e futuro (il rendering dell’appartamento una volta completato). Alla luce della tua esperienza di coreografo, danzatore e performer, in che modo queste tre dimensioni coesistono nel corpo umano?

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Questa domanda mi fa riflettere su diversi aspetti del mio lavoro, in particolare quelli che riguardano INTERTWINED. La prima dimensione, quella del passato, si riferisce all’importanza del processo creativo, in quanto esso pone le basi per qualsiasi esperienza artistica: come artisti, e in primo luogo come persone, tendiamo a usare i nostri pensieri e il nostro bagaglio di ricordi come un punto di partenza per costruire nuove narrazioni ed esperienze. Il secondo – il presente – è direttamente legato alla sensazione fisica dell’atto di condividere il lavoro finale con il pubblico, che diventa, inevitabilmente, un elemento cruciale all’interno delle arti performative. Attraverso la fugacità del movimento, l’effimero diventa evidente nel presente e diventa, così, metafora della nostra vita. Ciò che mi interessa di più nel mezzo della danza è quel preciso momento in cui l’atto unico della condivisione convive con la natura evanescente delle cose.

Quali sfide derivano dallo svolgere una performance all’interno di uno spazio come quello del cantiere del Courtyard House? Come si integra all’interno del tuo lavoro il rapporto tra una condizione statica, tradizionalmente associata all’idea di uno spazio in costruzione, con il dinamismo di un corpo in movimento?
A prima vista, il cantiere di Courtyard House sembra essere un ambiente ostile e inappropriato per la creazione di una coreografia e per la libertà di movimento del corpo. Come artista e come persona, la mia prima sfida sta nell’impegno di abitare anche i luoghi più polverosi e inospitali! Per quanto riguarda la seconda domanda, bisogna chiedersi: gli edifici, e più in generale gli oggetti, sono realmente statici? Come danzatore e come performer cerco costantemente il movimento che posso trovare nell’architettura contemporanea e, nello specifico, nel design di Flow Architecture. Il dialogo fra l’austerità delle rette e la sinuosità delle curve rende il design di Flow Architecture estremamente dinamico e costituisce, quindi, un’ incredibile fonte di ispirazione per la mia ricerca. Le forme, le linee e le geometrie architettoniche sono la ragione per cui, per me, è particolarmente d’ispirazione far parte di questo progetto. La staticità, infatti, nella danza gioca un ruolo fondamentale tanto quanto quello del movimento: si tratta di un ‘movimento’ a sé stante – forse il più importante e che dà pause, ritmo e respiro all’armonia della composizione. Citando Debussy, non ci sarebbe musica senza silenzi tra le note – così come non ci sarebbe comunicazione tra due persone che continuassero senza sosta a parlare tra di loro. Inoltre la staticità racchiude in sé l’idea del movimento inteso come tensione. Ed è proprio questa tensione che ha il potere di manipolare le aspettative, sia nelle arti visive sia in quelle performative. Le corde tese, le forme, le proiezioni di linee e angoli realizzati per INTERTWINED, seppur rimanendo immobili, invitano il pubblico a muoversi nello spazio.

Quali sono gli esiti che trai dalla collaborazione con Flow Architecture, soprattutto per quanto riguarda il tuo sviluppo artistico come coreografo e danzatore?
Sono sempre stato affascinato dalla possibilità di creare l’ esperienza dell’ ibrido tramite la fusione del movimento del corpo con altre discipline apparentemente distanti dalla danza, come, ad esempio, la progettazione architettonica. In questo senso, Flow Architecture e il contesto interattivo di INTERTWINED, mi ha dato la possibilità di avvicinarmi al mio interesse sulla prossemica, ovvero il rapporto tra spazio e comportamento. È per questa straordinaria opportunità che ringrazio davvero tanto Annarita e Vincent! Credo sia ancora troppo presto per dire quali saranno gli esiti finali di questa collaborazione per il mio sviluppo artistico. Potrei dire di trovarmi in una fase di “digestione” in cui sto ancora elaborando tutti gli stimoli e le informazioni che ho ricevuto da questa magnifica esperienza. Questo progetto mi ha dato la possibilità di riflettere sull’impatto e le influenze reciproche del movimento e dell’architettura, così come, sul loro potenziale comunicativo sul pubblico. Più in generale, INTERTWINED apre un dialogo sulla questione dell’esperienza artistica che è capace di connettersi con diverse discipline, forme d’arte e individui. La ricchezza di INTERTWINED è, da un lato, nella profondità del suo processo creativo e, dall’altro, nella semplicità del suo risultato e la sua apertura verso il pubblico. Non vedo l’ora di approfondire le mie riflessioni sul progetto per poterli includere nel mio lavoro di coreografo e nello sviluppo futuro di questa straordinaria collaborazione.

All photos by © NAARO

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