Nuove visioni del cinema d’autore. Intervista ad Alessandro Borrelli

C’è più arte visiva del cinema, e in particolare del cinema d’autore? La settima arte, che gioca con le immagini e con il tempo, spesso cattura l’attenzione del pubblico in un modo più vasto e capillare delle cosiddette arti plastiche. Eppure i due settori non sono così distanti, specie quando il cinema si fa capace di narrare con e attraverso le immagini, più ancora che con il racconto. Per capire qualcosa di più, e per indagare il rapporto tra cinema e arte, ci siamo divertiti ad andare un po’ dietro le quinte di La Sarraz Pictures, una giovane e già nota casa produttrice cinematografica torinese che ha già al suo attivo lavori di altissimo livello come Le sette opere di Misericordia dei fratelli De Serio e La sapienza di Eugène Green. Alessandro Borrelli, produttore cinematografico di La Sarraz, ci ha raccontato qualcosa  sul suo rapporto con l’arte e con gli autori, nel tentativo di produrre vere e proprie opere d’arte, alla ricerca insieme di senso e bellezza.

Mi racconti la storia di La Sarraz Pictures? Come nasce? Come si sviluppa la vostra personalissima ricerca in ambito cinematografico?
La Sarraz Pictures nasce nel 2004. Dal 1996 al 2004 ho lavorato in ambito cinematografico dapprima come regista e sceneggiatore, poi, per altre società, anche in veste di assistente prima e quindi producer. Quando ho iniziato a realizzare i miei primi cortometraggi autoprodotti, come spesso accade, mi sono inventato un “nome” da dare alla “società” che li produceva e decisi di chiamarla La Sarraz Cinematografica. Il nome s’ispirava al castello de La Sarraz (non distante da Losanna), in Svizzera, dove nel 1929 Eizensteijn organizzò il primo congresso di “cinema indipendente”. Leggere oggi gli atti di quel congresso fa un certo effetto: le problematiche sono identiche al 2015, sono solo cambiati alcuni aspetti tecnici. Nel 2004 con l’ingresso di soci e, soprattutto per la vocazione a voler co-produrre con l’Estero, ho deciso di mantenere il nome, sostituendo Cinematografica con Pictures. La società nacque sulla scorta delle mie esperienze pregresse con altre società di produzione italiane, sia in veste di sceneggiatore/ regista che in veste di producer/assistente. Non mi piaceva il modo in cui avevo affrontato il lavoro con altri soggetti, il rapporto tra Autore e Produttore, così ho pensato sin da subito, invece di lamentarmi di quello che non condividevo e non amavo, di provare a creare qualcosa che sviluppasse e lavorasse ai progetti in maniera differente. Non so se ci sono riuscito. La principale intenzione resta quella di mettere al centro di tutto non solo la storia (non importa se documentaristica o a soggetto), ma anche l’Autore, con il quale si tende a sviluppare un percorso che non vuole fermarsi al singolo titolo, ma andare oltre, se possibile. Non sempre è stato possibile. A La Sarraz ci interessa la visione dell’Autore, il suo approccio non solo narrativo, ma anche e soprattutto  stilistico/registico, poiché crediamo che l’originalità stia solo in minima parte nella “storia”, ma trovi il momento più importante nelle sue scelte di messinscena, che vanno parimenti sviluppate come si fa con le sceneggiature.

Nel vostro caso l’attenzione per il cinema sconfina spesso e volentieri in quello per l’arte contemporanea. Un esempio fra tutti è la vostra fruttuosa collaborazione con i fratelli De Serio. Come si relazionano a tuo parere le due arti? Quali sono i punti di contatto e quali quelli che le separano?
Non so se è un caso, forse no. Nel senso che volendo tornare alle motivazioni e alle intenzioni che mi sono posto una volta deciso di lavorare con altri Autori, quelle descritte in risposta alla prima domanda, dove la scelta del “creatore dell’immagine” prevale sulla scelta del “creatore di storie”, allora sì, probabilmente c’è più fertilità nell’Autore che ha sviluppato, prima di avvicinarsi alla Macchina da Presa, un proprio percorso che parta appunto da un’importante formazione e fruizione artistica. Con i fratelli De Serio abbiamo iniziato un proficuo rapporto di collaborazione che dura da molti anni ormai, rispettando reciprocamente il confine dei due ambiti, “arte contemporanea” e “cinema”.

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La Sapienza di Eugène Green (foto appunto dell’edificio di Sant’Ivo a la Sapienza a Roma, di spalle due degli attori protagonisti Fabrizio Rongione e Ludovico Succio)

Foto Alessandro Borrelli

Foto Alessandro Borrelli

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 Sette opere di misericordia di Gianluca e Massimiliano De Serio (in primo piano l’attore Roberto Herlitzka e in secondo piano l’attrice Olimpia Melinte) 

Con loro noi abbiamo solo e sempre sviluppato cinema. Mentre, naturalmente, la contaminazione a livello stilistico c’è, riguarda sicuramente più il loro percorso che il nostro, ma in effetti va detto che a volte è nata dai progetti sviluppati inizialmente per il cinema come i documentari “L’esame di Xhodi” e “Bakroman”. In quei casi i registi hanno lavorato con materiale nato e sviluppato per quei lavori cinematografici e poi tradotti per l’Arte contemporanea, in video installazioni. L’immaginario e il visivo possono avere importanti relazioni sia nel cinema che nell’arte contemporanea, a mio modestissimo parere, devono però seguire percorsi ben separati, dal punto di vista dello sviluppo editoriale prima e poi anche commerciale, perché ciò che “chiede” il cinema è davvero molto distante da ciò che esige un’Opera d’arte contemporanea come una video installazione, in questo caso specifico. Nel caso in cui i creatori di cinema e arte siano gli stessi, è naturale ed evidente che i mestieri si influenzino, soprattutto in certe logiche sulla “inquadratura”, sui tempi di sviluppo di un’azione. Il fatto che molti artisti “nati” come creatori di Opere d’arte si “prestino” o passino definitivamente al cinema, o viceversa, è davvero un gran bene: è un’occasione di arricchimento reciproco nell’estetica e nella teoretica dell’immagine, possono e effettivamente nascono idee e proposte nuove che ci regalano punti di vista inediti. La storia del cinema è costellata da esempi di “reciprocità”, pensiamo a grandi Maestri come Bunuel, ad esempio, o a tutta l’ “avanguardia” cinematografica dei primi anni ’30 del secolo scorso, anni appunto contemporanei al congresso de La Sarraz (per l’Italia non a caso partecipò Marinetti), quando il cinema cercava ancora un’identità, un’identità artistica che ancora non ha trovato e credo mai troverà, vivendo sempre la schizofrenica doppia identità di “arte dell’immagine” in alcuni casi e “intrattenimento”, dove l’immagine ridotta all’essenziale narrativo è al mero servizio della storia. Al giorno d’oggi queste identità sono separate e definite più dai luoghi di fruizione che dall’essenza vera e propria delle Opere: la galleria d’Arte e il cinema. Così, purtroppo e a volte per fortuna, capita anche spesso di vedere Arte al cinema e pretese artistiche in galleria, così come pretese di cinema in sala e arte dell’immagine in galleria. La contaminazione è una via stimolante e necessaria da seguire, per fare in modo che questi due universi possano intrecciarsi e offrirci spunti nuovi. Esempi recenti e meno ne abbiamo parecchi, penso ad esempio a Peter Greenaway, che ancora continua a sperimentare nel cinema le forme d’arte visive, o uno Steve Mc Queen, degli esordi, dove pur trattando una storia rigorosamente “sceneggiata” ci ha offerto degli spunti visivi interessanti, evidentemente provenienti dalla sua pregressa esperienza nella video arte. Penso all’ambizione dello scomparso Derek Jarman nel portare l’Arte nel cinema, senza volerla “trasformare”: il suo “Caravaggio” resta un capolavoro assoluto, grazie anche alla splendida fotografia di Gabriel Beristain. Proprio collegandomi a quest’ultima frase, trovo che un punto di separazione netto tra “videoarte” e “cinema”, sia insito nel processo di produzione e creazione. Il “cinema” coinvolge necessariamente la collaborazione di molti artisti che lavorano con l’unico fine di realizzare un film. Il fatto che poi resti nel ricordo collettivo, soprattutto del grande pubblico dei non addetti ai lavori, il film di Kubrik, per fare un nome, ma non i costumi di Milena Canonero, o le scenografie, la fotografia, il montaggio e così via, non rendo giustizia al lavoro di squadra dove senza il prezioso contributo del singolo elemento il film non diventa il capolavoro che tutti ricordano. La video arte è invece legata a un processo produttivo molto soggettivo dell’/ degli artisti che firmano l’Opera.

Quali preferisci tra gli artisti visivi? Dimmi il nome di un artista o un’opera contemporanei e poi qualcosa di più storico o antico che ti colpisce.
Sono molti gli artisti che apprezzo, citarne uno a discapito di un altro non sarebbe forse giusto. Ci sono però momenti in cui ti accompagnano nella mente immagini di uno piuttosto di un altro. In questo periodo, per citare un artista vivente, sento molto vicino David Hockney, mi piace il suo modo di unire tecnologia contemporanea con il suo processo di creazione. Se penso a periodi passati, sono un grande amante dell’Arte fiamminga.

Personalmente ti capita di girare per mostre o musei? Quali sono le mostre più belle che hai visto di recente?
Purtroppo no, non mi capita spesso. Mi capita invece molto spesso di dire quella mostra vorrei tanto vederla, sicuramente ci andrò appena posso, poi travolto dal lavoro, il tempo passa e la mostra termina. C’è un’altra cosa che a volte non mi spinge ad andare a certe mostre: la folla. Non sopporto l’idea di dover fare una lunga fila e dover assistere alla mostra senza la concentrazione e la calma che merita. Per poterlo fare dovrei andare in orari ce purtroppo è molto difficile che abbia liberi. In questo momento avrei voglia di vedere la mostra di Henry Rousseau a Milano, perché la sua arte naive mi riporta alla mia infanzia. Mi incuriosisce anche la mostra a Genova sui tedeschi di inizio ‘900.

Possiedi opere d’arte? Se non sono troppo indiscreta, posso chiederti se c’è qualche opera che hai acquistato o che ti hanno donato a cui sei particolarmente affezionato?
Le uniche opere d’arte che possiedo sono i film che produco! Non possiedo opere d’arte pittoriche di grande valore, così come oggetti d’Arte, però, forse il discorso non vale per tutti i film prodotti, ma l’estetica dell’immagine di alcuni nostri film l’amo moltissimo. E se ho scelto di produrli è proprio perché ho conosciuto il percorso artistico degli Autori che mi ha incuriosito e stimolato. Un film come, “La Sapienza” di Eugène Green, ad esempio, presenta uno stile visivo e un approccio cinematografico molto diverso da “Sette opere di misericordia” dei fratelli De Serio, ma trovo che siano entrambe a modo loro Opere d’arte visive, non solo semplici “film”. Il primo poi ha come oggetto proprio l’Arte architettonica in questo caso, che si mescola grazie a uno splendido lavoro anche della fotografia all’Arte cinematografica.

Come pensi si configuri il rapporto tra arte e industria, oggi? In che modo e in che misura le due realtà possono oggi collaborare? Mi riferisco all’industria cinematografica, ma non solo a quella.
Per rispondere a questa complessa e interessante domanda non basterebbe forse lo spazio di un saggio o di un trattato! Cercando di essere il più possibile sintetici, credo che bisogna avere sempre ben presente l’obiettivo che ci pone in qualsiasi ambito produttivo, ricordando che qualsiasi industria, anche la più grande e potente al mondo, nasce sempre da qualcosa che all’inizio forse era poco più che un’idea, forse un sogno. Quindi bisogna tutelare l’artigianato, bisogna tutelare la sperimentazione, perché senza questi non potrà mai esserci in seguito un’industria. Credo fermamente che la cultura possa e debba essere anche industria, ma senza mai dimenticare che alla base c’è prima un processo creativo e di sviluppo talvolta molto lungo e se questo non lo si rispetta, o se non lo si cura e incentiva, non potrà mai esserci un’industria, soprattutto nel campo della cultura e della creatività. Per fare un esempio molto semplice, i film e le Opere d’arte di Autori o artisti affermati, possono generare industria, ma come possono affermarsi e quindi raggiungere cifre di industria se non gli viene data la possibilità di crescere, sperimentare? Inoltre il ricambio o l’innesto di nuova linfa creativa deve essere continuativo e non producendo un oggetto seriale, a maggior ragione dobbiamo, bisogna investire molto nella ricerca e nella scommessa su nuovi talenti. Troppe volte si scavalla, si pensa solo all’industria, credendo erroneamente che basti copiare o seguire un dato modello, e si sbaglia gravemente.

 

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