Intervista ad Alvaro Deprit

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Ho avuto il piacere d’incontrare Alvaro Deprit a Roma in un inizio d’aprile soleggiato, poco dopo il suo rientro da Montpellier, dov’è attualmente in mostra con Al-Andalus. Mostra curata da Annalisa D’angelo, frutto di una partnership tra due festival: Les Boutographies e FotoLeggendo di Roma. Al-Andalus è il risultato di circa tre anni di ricerca nel sud della Spagna. Un progetto dal doppio interesse narrativo: se da un lato riproduce gli aspetti tangibili di un luogo (l’andalusia) in tensione tra la tradizione e i segni della globalizzazione; dall’altro da forma a un insieme di ricordi e suggestioni che nascono dalla sua storia personale o da qualcosa di non concluso; che trasporre negli elementi del ricordo.

La filologia, studia le radici delle parole per individuare “perché” vengono utilizzate in un tal contesto storico. Il procedimento di ricerca del filologico è meticoloso e chiarisce molti quesiti su testi antichi, favorendone la comprensione odierna; come la filologia entra nella tua fotografia?
Tutti gli studi in qualche modo entrano nella fotografia e la influenzano. La Filologia utilizza il linguaggio scritto per cercare di ricostruire il senso originale dei suoi testi appoggiandosi sulla cultura di provenienza; la fotografia per me funziona proprio in questo stesso modo, mi serve come studio per capire e interpretare certe storie, siano sociali o personali e sezionarle meticolosamente, come hai menzionato prima. Parto dal fatto che sono una persona molto curiosa e per curioso intendo che ho l’esigenza di conoscere e fare esperienze di vario tipo che possono riguardare non solamente la fotografia. Questo mi porta a essere interessato a varie forme di linguaggio.

Forse un metodo di ricerca filologico ti favorisce nella fase di editing?
Si, penso si possa dire che il modus operandi sia simile, l’editing come la sintassi è un puzzle, a cui bisogna dare forma, sui cui ci si riflette e si ordinano i pezzi con coerenza e precisione. C’è una parte molto emotiva nell’editing, nel quale si sviluppa un flusso di idee e impressioni che non hanno per forza un motivo evidente e razionale, nel quale si devono rendere leggibili le sensazioni che si vogliono trasmettere, e anche là lo studio filologico è di grande aiuto proprio nell’interpretare queste sensazioni, visto che ragioniamo con linguaggio scritto. Inoltre c’è questa parte quasi matematica nell’incastrare la successione di immagini che risponde tantissimo alla sintassi.

Il tuo bagaglio culturale non si ferma alla filologia tedesca, ma si arricchisce con gli studi di sociologia svolti in Italia, quando e dove arriva la fotografia?
La fotografia è arrivata in contemporanea con i miei studi di sociologia appena sbarcato in Italia. Da sempre sono stato affascinato dall’immagine, già dopo le scuole superiori la mia idea era quella di studiare cinema, ma l’economia non me lo permise in quel momento, quindi filologia fu una seconda scelta, della quale non mi pento. Ho sempre fotografato fin da piccolo con un certo interesse sul mezzo, quindi a un certo punto mi sono chiesto perchè non dedicargli più tempo e farlo diventare la mia principale prospettiva.

Dreaming Leone, un libro autoprodotto con Michela Palermo, tua collega fotografa, sta riscuotendo un buon successo in Italia e non solo. Come si relaziona il mondo dell’autoproduzione nei festival internazionali legati a case editrici e agenzie “ storiche”?
Il Fotolibro è un prodotto in espansione negli ultimi anni, è un altro formato dove esprimere il proprio lavoro, ed è anche una forma di raccontare quello che vuoi senza intermediari e filtri. In questo boom si è creata anche la possibilità di autoprodurre i propri libri, a costi molto bassi grazie sempre all’era digitale, sia per quanto riguarda la produzione, ossia la stampa digitale, sia la forma di autogestire la vendita e promozione del libro che avviene in gran parte attraverso internet, si parla sempre di tirature ridotte 250,500,750 copie. È  un’opportunità in più per guadagnare qualcosa e seguire in prima persona tutte le fasi di creazione del libro. Dreaming Leone è una mia visione nostalgica sull’immaginario Western diciamo che è un libro omaggio al cinema Spaghetti Western. Per Michela Palermo (designer del libro) e per me è stata una scommessa molto stimolante, dalla quale abbiamo imparato molto. Direi che le case editrici si comportano un po’ come le agenzie fotografiche affermate, nel senso che hanno molti contatti e si muovono e spingono i loro libri a un’altra velocità rispetto a un Selfpublish. Ciò non toglie che ci sia un aumento di presenza nei festival, come per esempio il Paris Photo, di libri autoprodotti, in queste circostanze internazionali c’è sempre un ottimo scambio d’informazione, sopratutto per quanto riguarda i metodi differenti che ognuno sceglie per la produzione del proprio libro.

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Alvaro Deprit, Al-Andalus

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Alvaro Deprit, Al-Andalus

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Alvaro Deprit, Michela Palermo, Dreaming Leone

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