Intervista ad Anders Smebye

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Quest’estate Anders Smebye è stato invitato da Space 4235 a Genova per realizzare un intervento site-specific intitolato Two-face, strettamente legato alla struttura interna ed esterna dello spazio espositivo. Una serie di arazzi in feltro di grandi dimensioni, realizzati a mano, è stata disposta concettualmente all’interno dell’architettura dello spazio, con riferimento a Giano, la divinità dal doppio volto simbolo della città di Genova, dio degli inizi e fine. Lo abbiamo intervistato.

Anders Smebye è l’iniziatore di Bastard, galleria artist-run con sede a Oslo. In che modo gli ‘spazi alternativi’, nella loro pratica organizzativa, hanno offerto una prospettiva trasversale e autonoma all’interno del discorso artistico?
Sono contento che accentui gli ‘spazi alternativi’ tra le virgole, come se l’idea di alternativo implichi sempre una reazione a una sorta di figura patriarcale, solitamente un’istituzione. Questo non è sempre il caso. Creare uno spazio all’interno del confine urbano ha già un valore in sé – indipendentemente dalle sue circostanze esterne – è all’interno di quello spazio particolare in cui le cose possono accadere, ed è attraverso quel processo specifico che si riesce a raggiungere l’autonomia che vale la pena cercare. Per me Bastard è stata una scultura singolare, e una sorta di speak-easy che ha sfruttato due delle qualità principali di Oslo; edonismo e produttività. Bastard ha operato in una zona grigia, tra le istituzioni statali, le gallerie commerciali e altri ‘alternativi’. Una sorta di camaleonte che, adattandosi al suo ambiente circostante, è in attesa. Gli spazi artist-run sono sempre stati una via di mezzo, che forniscono un servizio illuminante di cui non si sa di averne bisogno, ma di cui nessuna scena artistica può vivere senza.

L’installazione, composta da 3 arazzi di circa 1,80 metri di lunghezza e 1,20 di larghezza, sono tutti realizzati a mano. I patterns con le variazioni di colore si riferiscono a delle scansioni di cervelli con apparente depressione, ansia, dislessia, ecc. Come si collegano visivamente queste immagini all’ideologia profonda e alle suggestioni che si collegano alla divinità dal doppio volto che guarda al passato e al futuro?
E’ stata letteralmente una sottile metafora; ho intitolato la mostra Two-face per via del modo in cui le sculture sono state appese nello spazio, mostrando entrambi i lati degli arazzi. Le gambe del tavolo che costituiscono il sistema di sospensione sono diventate parte integrante del pezzo. Volevo queste piatte figure bidimensionali entrare nella tridimensionalità. Quando ho scoperto la figura di Giano, il doppio-volto originale, il guardiano delle porte e dei portali, e il bellissimo collegamento alla città di Genova / Ianua, di fronte sia il mare e le colline, tutto è arrivato insieme. Così il collegamento con l’ideologia di Janus è forse cognitivo come estetico. Alla fine sono stato trasportato dall’idea di presentare varie malattie mentali come personaggi in un gioco di maschere. L’intrinseca doppiezza degli arazzi replicati nella dualità del mito Janus. Nella sua caratteristica sociale, essere difronte è parlare con due lingue, per regolare meglio la verità verso che è di fronte in ogni momento. Nella mitologia nordica c’è un personaggio chiamato Loke, che rappresenta questo molto bene. Per non essere del tutto attendibile, imprevedibile ma divertente, è il bastardo di Valhalla; in parte troll e in parte dio. Una buona qualità per una scultura!

Come hai lavorato, e in che modo Anders hai concepito le tue sculture/installazioni all’interno dello spazio 4235?
In qualche modo telepaticamente, per lo più il senso dello spazio attraverso le interessanti conversazioni con Simona e Ronny. A distanza sembrava una strana cappella. La realizzazione è stata quando sono arrivato. Rompendosi la serratura della porta d’ingresso abbiamo dovuto irrompere salendo dalla facciata, staccando una finestra per entrare dal balcone. Questo ha creato un senso d’immediatezza che ho tenuto con me fino alla fine. Cerco sempre di lasciare qualcosa nell’ultima parte del processo. Installare dovrebbe sempre essere improvvisato e limitato, la tensione tra i due genera una resistenza permanente che cerco sempre.

Il feltro come materiale ha un legame profondo con l’arte del dopoguerra. Non solo Beuys e Morris, ma anche la brasiliana Lygia Clark; come hai iniziato a lavorare con questo tessuto, e qual è la tua sensazione usando il feltro in questo progetto?
All’inizio, per necessità. Ero alla ricerca di un materiale malleabile, un modo di scolpire delle parti in modo flessibile ed essere in grado di viaggiare con il mio lavoro. E’ stata soprattutto un’esigenza pratica, rispetto al senso del materiale simbolico che trasmette calore e protezione, e poi di nuovo, non sono un figlio del dopoguerra ;). L’idea di Lygia Clark della comune capacità sociale dei tessuti è tuttora molto interessante, anche il concetto di Morris di cadutadove-possibile. Il collegamento a Beuys è soprattutto “mitologico”, la maggior parte del feltro che uso proviene dalla stessa fabbrica fuori Colonia che lui stesso ha usato. Il feltro è questo strano tipo di materiale legato al passatempo; quando leggermente elevato può rendere evidente una sensibilità sorprendente alla luce, tattile al massimo, e soprattutto di una stravaganza psichedelica irresistibile.

Ilaria Bochicchio 

Anders Smebye. Two-face
Space4235 3 – 22 Luglio 2015
www.space4235.com
http://www.anderssmebye.com/
Foto di: Simone Putzu e Andrea Vallini

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Anders Smebye, Two-face, Installation view, Space 4235

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Anders Smebye, Two-face, Installation view, Space 4235 

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Anders Smebye, Two-face, Installation view, Space 4235

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Anders Smebye, Two-face, Installation view, Space 4235 

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