Natura Morta – Dimensione Variabile: intervista ad Andrea Nacciarriti

Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger(6)

Il genere della natura morta ha da sempre affascinato gli artisti di ogni periodo storico che, trasformandolo e contestualizzandolo a seconda di movimenti artistici ed epoche, ne hanno dato una interpretazione personale sia dal punto di vista estetico, sia formale o concettuale. Da poco conclusosi, Natura Morta – Dimensione Variabile, evento espositivo curato da Andrea Lerda, ha rappresentato l’evoluzione “naturale” di questo genere presentando un’installazione del giovane artista Andrea Nacciarriti, che, per gli spazi della Kunsthalle Eurocenter Lana, ha progettato un intervento site-specific. Abbiamo avuto modo d’intervistare l’artista per approfondire il suo percorso artistico e professionale.

Come definiresti il ruolo dell’artista oggi, sia da un punto di vista sociale/culturale sia privato? Qual è l’aspetto prioritario nella creazione di una nuova opera?
Credo si stia abusando di questa domanda, etichettare con un ruolo un artista aveva senso probabilmente sino alla fine degli anni ’70, si tratta comunque di un atteggiamento che definisce una categoria e la esclude da un mondo. Una responsabilità che non può non essere personale ma che a livello socio-comunicativo sposta davvero poco se non si esce da quest’ottica elitaria e anacronistica di percepire l’artista isolato tra suoi simili. Dipingere una pala d’altare comportava una grandissima responsabilità sociale, comporre la hit in testa alle vendite nelle classifiche internazionali o progettare la struttura urbanistica del nuovo polo culturale o del nuovo stadio di una città hanno un impatto pubblico e politico di una certa rilevanza. Mentre sono davvero pochi gli artisti che hanno un peso specifico significativo sulle dinamiche sociali, molti lo hanno dal punto di vista culturale, ma non sempre i due aspetti entrano in relazione tra loro. Nel privato, l’artista vive eccessivamente lo scollamento tra se e la società, ed è proprio questo ipotetico ruolo, che tende a ghettizzare e a escludere, ma che probabilmente e paradossalmente non ha più. L’aspetto prioritario nella creazione di un’opera è fare le scelte giuste su dove, come e quando la propria ricerca deve confrontarsi con il resto delle cose.

Dove nasce l’idea per un progetto? Da cosa trai ispirazione e come scegli i materiali da utilizzare?
L’idea di un progetto nasce nel luogo in cui ci si trova a lavorare, quindi ovunque, è il respiro, l’olfatto che produce l’idea, conoscere e mettere in relazione gli strati di una sovrapposizione di situazioni. I materiali sono secondari, sono una conseguenza dell’ambiente.

C’è un artista che ha maggiormente influenzato la tua formazione o al quale fai particolare riferimento? In generale come ti rapporti alla storia dell’arte?
Ce ne sono tanti e tutti occupano un periodo più o meno breve della mia formazione, potrei fare riferimento a un periodo che è sempre presente nelle mie analisi, l’architettura radicale. Se poi mi si chiede di citare un artista che ha sconvolto il mio apparato percettivo ed emotivo al pari dell’album e della piramide led che i Daft Punk hanno portato in tour nel 2007, direi le celle di Louise Bourgeois. Con la storia il mio rapporto è molto cambiato, vivevo una sorta di reverenza eccessiva, che implicava anche un rapporto conflittuale. Ora in maniera molto più rilassata credo nel presente e nel potenziale di ciò che accade, rivolgo molta curiosità nei confronti di chi riesce con naturalezza a riflettere, in alcuni casi anche con ironia, a produrre nuove dinamiche linguistiche scomodando storie considerate intoccabili da pseudo intellettuali, reverenziali e succubi di un passato apparentemente inarrivabile. Ma in fondo questo è un atteggiamento che a noi italiani ha sempre instillato poco coraggio. Credo che il pericolo che paventava Guy Debord, ossia lo scollamento totale tra realtà e storia, delle generazioni post ’68, si stia affermando lentamente ora e lo osservo con ottimismo. Ritengo sia fondamentale per scrollarsi di dosso tutti quei germi di fallimento e necessario per tornare a commettere ancora errori, quanto meno per avere il coraggio di commetterne.

Si è conclusa da poco l’esposizione alla Kunsthalle Eurocenter Lana (Natura Morta – Dimensione Variabile) in cui hai presentato una natura morta in chiave contemporanea… da dove è nata l’idea di questo progetto? Da cosa deriva la dimensione variabile?
Non credo di aver utilizzato una chiave contemporanea per raccontare la natura morta, quanto aver innescato una riflessione sulla formalizzazione contemporanea, un processo di scomposizione e riformulazione semantica, in cui mi inserisco filologicamente, e che porta con sé il passaggio successivo e fondamentale della metabolizzazione e conseguente stratificazione. Un passaggio fisiologico necessario per analizzare cosa e come sia cambiato il rapporto con la formalizzazione, riflettendo sul linguaggio e sul suo modo di trasformarsi. Pensare alla natura morta, al genere, è stato il pretesto per innescare un ribaltamento semantico per cui la natura morta che ha percorso mezzo secolo di riproduzione iconografica, arriva alla sua astrazione installativa, in cui la composizione della forma scaturisce dall’esigenza di riprodursi, moltiplicandosi in una visione immobile della sua immagine. Un passaggio dall’elemento naturale all’oggetto in-naturale e viceversa. Dimensione variabile entra nel titolo della mostra perchè funzionale al progetto oltre che necessario per risolvere il lavoro posto all’entrata dello spazio.

I tuoi primi esordi come artista risalgono al 1997 quando avevi solo 21 anni… Quali sono stati i cambiamenti, se ce ne sono stati, che hai sentito necessari nel progredire del tuo percorso professionale?
I cambiamenti fanno parte della natura delle cose, per questo definisco la mia ricerca una forma fisiologica di adattamento al contesto, che ha quindi in circolo una metamorfosi perenne, è l’approccio che non cambia, ma questo ha a che vedere con un aspetto caratteriale e personale. È la scomposizione, la rivelazione di quegli aspetti sottintesi che animano il mio percorso, ripensando il senso di ciò che percepiamo in modi plausibili, possibili, elementari e per questo paradossali e invisibili. Scoprire e scoprirmi fragile e corrotto, presentarlo attraverso la forma, per favorire una coscienza critica, privata dei giudizi, semplice ma non banale, fluida e partecipativa.

Hai frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bologna, il corso di Arti Visive con Alfredo Jaar alla Fondazione Antonio Ratti di Como, hai vinto il Terna Prize 03 nel 2010 e il Premio New York 2014-2015. Pensi che l’Italia possa ancora offrire una solida base per un giovane artista e metterlo nella condizione di diventare competitivo a livello internazionale? Hai un suggerimento da dare ai più giovani?
Credo che in Italia ci siano artisti della mia generazione e più giovani, che non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri meglio posizionati in un ipotetica classifica di preferenze da parte di mercato e critica, ci sono però dei problemi piuttosto ovvi che ne limitano il potenziale: in primo luogo, la crescente attenzione verso Paesi in via di sviluppo, che offrono un panorama più fresco in funzione di una minore esposizione nelle dinamiche sistemiche, in seconda analisi la mancanza di sostegno economico per produzioni importanti, la crisi dei finanziamenti alle istituzioni pubbliche e l’assenza di un mercato forte, inibito da un regime fiscale che non aiuta, oltre ovviamente a un calo d’interesse per un Paese, che in questo momento, ha un peso specifico davvero ridotto nel dibattito politico ed economico a livello internazionale. Non credo che i più giovani abbiano bisogno di troppi consigli, vedo un atteggiamento deciso e parzialmente svincolato da tutta una serie di gabbie standardizzate del mondo dell’arte, si muovono bene attraverso l’Europa e non sembrano per nulla sprovveduti. Fare application per residency program, partecipare a premi può servire se ci sono i finanziamenti e condizioni strutturali per consentirne continuità di sviluppo del proprio tessuto relazionale, credo sia fondamentale cercare il modo di trovarsi nella condizione di poter lavorare soltanto alla propria ricerca. Accettare e interfacciarsi con differenti ambienti e discipline, soprattutto richiedere una contrattualità che definisca esattamente la propria posizione professionale. Penso si debbano cominciare a rifiutare proposte per cui in cambio di compensi o produzioni venga garantita un’ipotetica visibilità, soprattutto in questo periodo storico in cui è possibile avvalersi di tutta la visibilità di cui si necessita, ovviamente il valore della ricerca diviene metro irreprensibile. Pensare al proprio lavoro significa pretendere almeno il sostegno economico per la produzione di progetti. È necessario strutturare un percorso che ci garantisca dignità sociale, che garantisca di vivere del proprio lavoro, soprattutto quando la realtà è che in Italia ci stanno rubando gli anni migliori. Anche se credo sia un problema maggiormente legato alla mia generazione, che non è ancora riuscita a scrollarsi di dosso l’individualismo autistico degli anni ’90, partecipe di un atteggiamento esclusivo a scapito dell’inclusione e della concretizzazione di un vero corpo partecipe e collaborativo, in grado di interfacciarsi in maniera efficace e compatta. Restano fondamentali la progettualità delle proposte, la programmazione e l’assetto teorico, elementi fondamentali per incanalare la propria ricerca anche se in situazioni meno prestigiose.

Hai avuto modo nel corso della tua carriera artistica di sperimentare in prima persona ambienti e culture diverse, grazie anche alle numerose esposizioni e residenze… quale città pensi sia il miglior incubatore di arte contemporanea?
Non saprei dare una risposta precisa, difficile fare classifiche, in una realtà in cui le trasformazioni sono così veloci. Ogni luogo, ogni ambiente ha un apparato socio culturale che permette, favorendo, o generando attraverso l’ostracismo, che alcuni fermenti si originino in maniera piuttosto naturale. Ultima città in cui ho lavorato è New York, uno dei principali centri dell’arte contemporanea internazionale, ma che effettivamente appare piuttosto stanca, le gallerie propongono dei trend noiosi, resta comunque vivo il tessuto sociale, dove il dibattito è sempre acceso. Un grande pregio sta nella certezza che qualsiasi cosa possa accadere nel mondo, di lì a poco, trova un suo spazio per una riflessione. In Europa, Londra credo sia la città più forte, soprattutto dal punto di vista economico, ha la capacità di accogliere e di supportare una quantità di artisti molto significativa, e questo le consente di avere un grande bacino di ricerca. Una città incredibile in cui ho avuto la possibilità di fare un programma di residenza è Pechino, dove accadono davvero tante cose interessanti, a parte Ai WeiWei & Co., ma in questo caso dovremmo rivedere tutta la ricerca europea per poter accogliere una cultura con una storia altrettanto millenaria, e non riusciremmo almeno per il momento ad avere il giusto rispetto reciproco per confrontarci, un amico artista di Pechino mi disse della mostra Parkett di Bice Curiger all’UCCA “venire a questa mostra è stato come andare all’Ikea” erano esposti tutti i più significativi artisti occidentali dagli anni ’70 a oggi.

Da anni vivi a Milano, come artista, come percepisci questa città?
Succede di amarla e odiarla, ma sembra si stia risvegliando dal torpore di questi ultimi anni.

Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger(3)

Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger

Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger(5)

Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger

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Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger
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Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger

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Andrea Nacciarriti, “Natura morta – dimensions variable”, installation views, Kunsthalle Eurocenter Lana. Foto- Ulrich Egger

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Alessia Cervelli

Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, intraprende fin da subito un percorso multidisciplinare che la porta a svolgere attività curatoriali indipendenti e di critica, affiancate a ricerca e catalogazione in ambito istituzionale. Da sempre legata al mondo della scrittura, porta avanti la propria passione sia in campo “giornalistico” sia letterario, rivolgendo, inoltre, una particolare attenzione alla pittura e alla fotografia. Attualmente vive e lavora a Roma.

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