Intervista con Keith J. Varadi

HYPHY GLYPHS IN THE ZEN DEN  KEITH J. VARADI

In occasione delle mostre Hyphy Glyphs in The Zen Den e Hollywood, Florida presso la Brand New Gallery di Milano, abbiamo incontrato Keith J. Varadi e gli abbiamo fatto alcune domande sulla sua pratica e il mondo dell’arte.

Il tuo intervento alla Brand New Gallery è stato un insieme di pratiche artistiche, curatoriali, critiche e collaborative. Qual è stato il processo che ti ha portato a costruirlo e come hai fatto a relazionarti con la specificità dello spazio e le persone con le quali ti sei confrontato?
La mia attività ha assunto diversi ruoli nel corso degli ultimi anni, compresi quelli che hai citato, artista, curatore e critico. In realtà non li percepisco come separati, perché m’impegnano naturalmente, con fluidità. Intendo dire che, faccio immagini e oggetti, organizzo mostre e scrivo saggi, senza una gerarchia o priorità. Non pretendo di essere principalmente una cosa o un’altra. In ogni modo, queste due mostre (la mia personale e quello che ho co-curato), si sono rivelate una perfetta opportunità per consentire a tutti questi interessi e attività di coesistere in modo molto istintivo. La scorsa estate, la Brand New Gallery ha chiesto a me e a Spencer Longo di esporre nel loro spazio nel 2015. Sapendo che avevo anche esperienza curatoriale, mi hanno chiesto se fossi interessato a occuparmene anche in questa occasione. Essendo Spencer uno dei miei amici più stretti di Los Angeles, ho pensato che questa sarebbe stata un’esperienza positiva per entrambi sia per presentare il nostro lavoro individualmente, sia per lavorare a un progetto comune: curare una mostra collettiva. La galleria era d’accordo e così siamo partiti.

Come ti relazione alla tua pluralità artistica? Cosa ne pensi dei curatori che organizzano mostre (a volte molto restrittive) come statements della loro visione e degli artisti che fanno delle mostre opere d’arte estese?
Non m’interessano statements restrittivi. Sono molto più interessato a quelli espansivi. Per me, tutto ciò che faccio è parte di una pratica olistica. Non sono mai stato un artista. Non sono mai stato un poeta. Essendo profondamente coinvolto nel mondo dell’arte, ovviamente so che le gallerie, i musei e gli studi d’artisti hanno bisogno di diventare macchine per sopravvivere, proprio come qualsiasi altra attività. E’ ingenuo non riconoscere che l’arte è un business, proprio come è ingenuo non pensare che le imprese possano fare arte. Ma, per quanto io sia realistico verso la maggior parte dei problemi legati al sistema dell’arte nel 2015, sono anche idealista riguardo al perché ci si fa coinvolgere dall’arte, ovvero il non seguire le regole dettate della società. Non m’importa quello che faccio, voglio conservare valori forti, pur mantenendo le mie tendenze selvagge. Una provocazione riflessiva è al centro della maggior parte dell’arte che preferisco.

Concepisci la poesia e l’arte visiva come due aspetti separati della tua produzione, o diresti che la poesia è solo uno dei mezzi nello spettro delle arti visive? La poesia esposta in galleria viene consumata in modo diverso da quando la si legge ‘in privato’?
La poesia che ho esposto in galleria viene probabile letta in modo diverso, perché è stata stampata su un materiale specifico e visualizzata su una superficie specifica all’interno di un luogo specifico, in un paese dove la lingua principale non è la stessa mia, circondata da immagini, oggetti, suoni e altri materiali. Il testo è sempre influenzato dall’ambiente – chi sta leggendo, dove legge, come legge, cosa succede attorno, ecc. Se ti leggo una mia poesia, l’esperienza sarà ovviamente diversa che se tu la leggessi da solo. Tuttavia, il linguaggio è così complesso e spesso contorto; è quasi impossibile capirlo appieno. Ma spesso è la nostra prima forma di comunicazione, anche se non condividiamo la lingua con la persona con cui stiamo cercando di parlare. Perché? Se il linguaggio fallisce, cosa facciamo?

La parte visiva del tuo lavoro si avvale di una vasta gamma di media diversi. Guardando le installazioni in mostra alla Brand New Gallery, si potrebbe quasi confondere con una mostra collettiva (anche se molto armoniosa). Hai mai privilegiato un medium? O cerchi di non imporre una gerarchia, e lavorare con ognuno allo stesso modo?
Non vi è alcuna gerarchia per me. Tutti i medium sono interconnessi. Ogni mostra che faccio alimenta quella successiva. Sono come capitoli disgiunti di un romanzo velatamente dirompente. Considero la specificità di ogni luogo durante l’ideazione di una mostra. In questo caso si trattava di riflettere sulla sottile separazione tra vita e lavoro. Oggigiorno, la gente sembra avere difficoltà a distinguere tra le due. L’idea di uno spazio per “vivere/lavorare” è un po’ confusa, no? che cosa significa? Abitare al lavoro? lavorare da casa? Dove si passa la maggior parte del proprio tempo?

Le tue fotografie prestano attenzione a cose sulle quali solitamente non ci si sofferma. Parlano del quotidiano ma con un umorismo asciutto e assurdo (per esempio, TRUNK BOI, 2015). Diresti che stai in qualche modo abbracciando l’entropia del mondo esterno, piuttosto che mettendolo in ordine?
Non credo che il mio ruolo sia quello di mettere ordine nel mondo, al di là della mia vita. E questo è già abbastanza difficile… Certo, sono naturalmente attratto dall’entropia. Penso che chiunque sia interessato a costruire il futuro debba essere curioso di sapere come e perché il passato e il presente sono finiti. Con le mie foto, il mio obiettivo è di abbracciare ciò che mi circonda, ovunque esso sia in ogni momento. Penso che sia una tragedia il fatto che la maggior parte delle persone non si conceda più occasioni per esaminare se stesse e l’ambiente circostante. Fare una pausa. Prendere un respiro. Guardarsi intorno. C’è così tanta tristezza che accade nel mondo che se ci pensi davvero impazzisci! Cosa succede quando si prende un’iniziativa? Cosa succede quando si va alla ricerca di qualcosa, o si aprono gli occhi? Trunk Boi, per esempio: voglio dire, cosa sta succedendo in quell’immagine? E’ stato un momento così surreale per me: perché c’era un manichino umano nel retro di un camioncino Ford bianco? Penso che questa sorta di dualismo mi attragga naturalmente. «Che cosa posso imparare da questa situazione?”, Che cosa ci dice di questa persona, o di me?”, “Cosa ci dice di questo momento, o di questo posto?». Questa foto confonde ritrattistica, still-life, e paesaggio, ed è qualcosa che ho cercato di fare anche con la pittura in passato, ma è qualcosa che ora m’interessa più ottenere con la creazione esplicita d’immagini.

Parte di READING, WRITING (2015) è una selezione di libri che hai letto e un estratto della tua vita intima. Ma dato che gli autori sono esclusivamente maschi questo lavoro, alludendo anche a una dimensione sociale, è un commento alla sotto-rappresentazione delle donne. Come e in che misura questo elemento sociale è presente nella tua pratica artistica?
Questi libri non solo sono stati scritti da autori di sesso maschile, ma nello specifico da grassi, sfacciati, scrittori maschi. I personaggi che spesso ritraggono sono una sorta di archetipo maschile, non importa quanto complicati siano il personaggio o la storia. Si tratta di grandi scrittori. Si tratta di scrittori importanti. Sono e sono stati importanti per me e per molti altri uomini (e donne). Sono e sono stati importanti per la letteratura. Ma sono stati anche molto dannosi per la letteratura, e probabilmente per il progresso della letteratura. A un certo punto ho cominciato a chiedermi: “Perché ci sono così tanti autori maschi”? Presto, ho capito che il problema era in me. Non è che ci siano più autori maschi che autrici femmine, ma è più facile per gli autori maschi venir pubblicati. Questo l’ho capito dopo aver confrontato la presenza tra maschi e femmine nella pittura, nel disegno e nella scultura. La disparità è ovunque, in ogni campo. Quando ho progettato questa mostra, ho voluto fare un’allusione di questo tipo con Reading, Writing. Ho selezionato 13 romanzi (lo stesso numero delle fotografie incorniciate e delle poesie sul tavolo dell’ufficio nell’altra stanza) dalla mia collezione personale e li ho messi in un reggilibri sul tavolo in ufficio in cui l’assistente della galleria si sarebbe seduta per tutta la durata della mostra. Ho chiesto a un amica bibliotecaria di Los Angeles di selezionare 14 libri (di qualsiasi soggetto o stile) scritti da autori di sesso femminile (vivi o morti). Ho fatto un documento Word dal titolo “To Read List” e l’ho stampato e appiccicato alla parete sopra la raccolta di autori di sesso maschile. Ho voluto rivelare la mia ignoranza, ma anche prendere una posizione nel dire che io non sono compiacente né complice. Ho questo stesso elenco salvato sul mio computer. Ho intenzione di leggere tutti questi libri.

Lo statement della mostra è “Dress normal. You’re never going to be able to retire”. Fai riferimento alla tendenza Normcore? Come lo intendi nel settore dell’arte?
Non stavo pensando specificamente al termine coniato da K-Hole e alle tendenze culturali che hanno descritto nella loro relazione Youth Mode del 2013. Stavo pensando a come The Gap e altre istituzioni culturali più grandi hanno cooptato la sensazione di quella tesi per fini commerciali e il proprio guadagno aziendale, e di come questa pratica valga per la società a tutti i livelli: arte, politica, medicina, educazione, qualunque cosa. Indipendentemente da ciò, penso che sia stata una mossa brillante da parte di Gap di adottare il “normcore” come strategia di marketing, dato che loro fanno abiti “normali” da sempre. Il fatto che abbiano rinforzato questo messaggio che promuovevano da decenni grazie ad alcuni artisti di New York, sembra satira ma non lo è. Questa confusione –  progetto artistico/società, osservazione delle tendenze/campagna di marketing –  mi ha incuriosito ed è stata applicata anche a ricerche più ampie in vista della mostra. Penso che questa confusione si verifichi in diverse strategie di marketing, sia di proposito che per coincidenza. Altri due esempi notevoli per me sono, nella moda Timberland e United Colors of Benetton. La transizione di Timberland da abbigliamento generico per uomo bianco lavoratore a spavaldo hip hop è a dir poco incredibile. Benetton ha fatto una delle migliori campagne di marketing che abbia mai visto quando ha assunto Oliviero Toscani. Ha creato immagini impressionanti su temi controversi come l’HIV, l’aborto, e il genocidio senza mostrare o accennare ai prodotti della società. Ma torniamo al comunicato stampa. La prima frase è uno slogan di The Gap. La seconda frase è uno slogan Timberland. Il volantino per lo spettacolo è un rip-off del logo Benetton. E tutti e tre i prodotti di queste aziende sono sintetizzate in una scultura che è in mostra, dal titolo Alt form.

Sebastjan Brank, Giulia Bortoluzzi

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Keith J. Varadi, Hyphy Glyphs in The Zen Den, installation view, Brand New Gallery.

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Keith J. Varadi, Hyphy Glyphs in The Zen Den, installation view, Brand New Gallery.

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Keith J. Varadi, Hyphy Glyphs in The Zen Den, installation view, Brand New Gallery.

HYPHY GLYPHS IN THE ZEN DEN KEITH J. VARADI

Keith J. Varadi, Hyphy Glyphs in The Zen Den, installation view, Brand New Gallery.

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Keith J. Varadi, Hyphy Glyphs in The Zen Den, installation view, Brand New Gallery.

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