Intervista con WorkInProject

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“Fare per capire. Educazione e società” apre una serie d’interviste a musei, fondazioni, associazioni e cooperative, per conoscere metodi, prospettive e modelli pedagogici dei servizi educativi in Italia, servirà a delineare per la prima volta una mappatura della ricerca condotta sul campo tra educazione e contemporaneo.La prima intervista che segue è dedicata a WorkInProject, associazione culturale che opera a Roma dal 2011 ed è stata fondata da alcune giovani storiche e critiche d’arte.

Qual è la vostra idea di servizio educativo e a quale modello s’ispira (riferimenti teorici e tecniche educative sperimentate)?
Nella prospettiva di considerare il museo non solamente come luogo di tutela e conservazione del patrimonio culturale, ma anche come luogo sociale dotato di una serie di attività che permettano di fruire questo luogo come una “esperienza”, i servizi educativi rivestono un ruolo chiave nella mediazione tra differenti target e patrimonio culturale. La nostra visione è in linea con le tendenze internazionali più aggiornate in campo didattico, con particolare riferimento all’approccio britannico teorico (come i Museum Studies dell’Università di Leicester) e pratico (riallestimenti progettati per comunicare a più tipi di  pubblico, ad esempio la politica del V&A).

Quali  sono le metodologie e gli strumenti e come li adattate a ogni singola mostra?
Vorremmo che i nostri pubblici imparassero a guardare all’arte e alla cultura contemporanea con occhio critico e competente in modo da potersi arricchire culturalmente ed emotivamente. Tutto questo non è facile: l’arte contemporanea è vissuta dalla maggior parte dei pubblici come qualcosa di distante, noi cerchiamo di farla sentire vicina, così come dovrebbe essere. Ad esempio il metodo che usiamo: partecipativo e mai statico. Per i laboratori e i workshop (con bambini o adulti) uniamo una prima parte di laboratorio teorico in cui l’operatore veicola messaggi e media discussioni che nascono dall’osservazione di opere d’arte e da domande poste in modo coinvolgente; una seconda parte di laboratorio pratico durante la quale l’assioma è quello del “fare per capire”, momento in cui i partecipanti creano un proprio elaborato originale riprendendo e facendo propri tecniche e contenuti emersi nella prima parte. Il nostro nome non a caso viene dal termine anglosassone “work in progress” visto che per noi questo lavoro è sempre “in corso”, non è mai “concluso”, è in continuo mutamento. Abbiamo cambiato la parola “progress” con “project” perché della didattica il Progetto è il nodo centrale di tutto: senza un progetto (con i suoi obiettivi, il suo svolgimento e la sua organizzazione) non possono esserci laboratori didattici.

La sperimentazione sul campo data dal contatto diretto soprattutto con i bambini come ha migliorato il vostro approccio e quali sono stati i risultati?
Lo migliora continuamente. Vedendo le reazioni dei bambini ma in generale del pubblico WorkInProject riesce sempre di più a creare attività su misura che rendono sempre più semplice la mediazione dei contenuti delle opere d’arte trattate.

Potreste descrivere un workshop in cui avete notato un particolare successo rispetto all’apprendimento dei bambini? Anche qualche testimonianza degli educatori potrebbe essere utile, se disponibile.
In collaborazione con un’associazione di quartiere a Roma (Villaggio dei Bambini) abbiamo creato un corso settimanale in cui, divisi per fasce d’età (4-6 e 7-9 anni), i bambini partecipavano ad attività educative sempre diverse ma strutturate come un corso per la comprensione delle espressioni artistiche contemporanee e la valorizzazione del territorio. In quanto attività continuativa e dilatata nel tempo abbiamo potuto strutturarla su più ambiti disciplinari e notare incredibili avanzamenti rispetto all’educazione all’osservazione, alla proprietà di linguaggio specifico e alla capacità dei bambini di trascinare i propri genitori nello stesso processo educativo (per esempio i bambini chiedevano ai genitori di essere accompagnati ai musei innescando un “effetto domino” che allargava le conoscenze acquisite a tutte la famiglia di appartenenza).

Avete avviato sperimentazioni, ricerche e/o collaborazioni con realtà estere? Partecipate a conferenze/incontri sullo stato attuale delle ricerche tra arte contemporanea e pedagogia?
Nessuna collaborazione di WorkInProject con realtà estere ma individualmente, durante i nostri studi grazie anche all’istituzione della cattedra di Didattica del territorio e del Museo all’Università di Roma “La Sapienza”, che grazie all’impegno della Prof.ssa Lida Branchesi, incentiva stage e ricerche specialistiche all’estero per indagare le realtà straniere e aggiornarsi, offrendo così per l’Italia un ricco bacino di nuove figure professionali. Tutte noi abbiamo, infatti, trascorso un periodo di ricerca e formazione all’estero (tra Londra, Parigi e New York). Certamente tutte noi (comprese le nostre collaboratrici) seguiamo seminari e corsi quando interessanti.

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Elvira Lamanna

She graduated in Art History at "La Sapienza" University of Rome, with a dissertation about art and institutional critique from the '60s to 2000s. She obtained a Master's degree in Educational Management for contemporary art in Turin. Art critic, she deals with contemporary art, in particular in relation to interdisciplinary practices, political activism and alternative pedagogy. She is undertaking a Master of Research among the Department of Visual Cultures at Goldsmiths College in London.

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