Intervista a Francesca Coppola

flamingos, francesca coppola

Francesca Coppola, giovane artista italiana che vive e lavora tra Milano e New York, presenta il suo ultimo cortometraggio I Fenicotteri (Flamingos), già presentato al MoMa a New York l’anno scorso nella rassegna New Directors New Films.

flamingos, francesca coppola

Francesca, chi sei? Cosa fai?
Sono una filmaker e video-artist che vive e lavora tra l’Italia e New York. In verità ho anche fatto diverse poetry performances qui a New York di testi che scrivo, spesso accompagnati da video installazioni. La mia principale forma di espressione è la scrittura, che è una passione che coltivo fin da bambina. In questo periodo sto sperimentando la presenza di testi nel video, cosa che si è vista più spesso nella fotografia o nell’arte in generale (rapporto fra testo scritto e immagine). In passato penso a Duane Michals, o Marcia Resnick, Richard Prince o Barbara Krueger. Penso al cinema come arte contemporanea, anche se per impostazione i due mondi sono ancora molto separati, almeno qui negli Stati Uniti. Mi piace lavorare con la pellicola (super 8 o 16mm) anche se per motivi economici uso anche la camera dell’iphone, che restituisce un effetto simile al “grain” del film. Uno dei miei ultimi progetti, ad esempio, Never Been So Nice, è un istallazione di foto accompagnate da testo che racconta la fine della relazione tra me e il mio ex compagno. E’ una riflessione sugli oggetti e i luoghi della vita quotidiana di cui si fa fatica a liberarsi quando un rapporto finisce. I miei lavori sono spesso autobiografici, in un certo senso apprezzo il potere dell’arte di guarire. Penso ci sia un valore importante nel rendersi vulnerabili per se stessi e per gli altri.

coppola, never been so nice

Dove lavori?
Quando non lavoro ai miei progetti faccio freelance in montaggio e produzione. Recentemente ho iniziato a insegnare e fare dei workshop con un gruppo di ragazzi che provengono da quartieri a “rischio” qui a New York.

Come hai iniziato?
Sono nata e cresciuta a Milano e mi sono trasferita a New York dove ho studiato cinema alla School of Visual Arts (BFA), e mi sento molto fortunata e privilegiata di aver avuto l’opportunità di studiare negli Stati Uniti. Negli ultimi anni ho lavorato in diverse compagnie di produzione, tra cui The Weinstein Company, The Tribeca Film institute e Borderline Films, che sono state esperienze molto formative. Ho studiato sceneggiatura. La School of Visual Arts ha un’impostazione molto “hollywoodiana”, nel senso che è abbastanza rigida nell’insegnamento della sintassi e del linguaggio cinematografico. C’è una struttura ben precisa, tre atti, la costruzione di una storia, che sono tutte cose molto interessanti e affascinanti, ma con cui ho avuto un po’ di difficoltà a relazionarmi. Un giorno un mio professore che stimo molto mi ha fatto vedere Small Deaths un cortometraggio di Lynne Ramsay (director, We Need to Talk About Kevin), che mi ha aperto gli occhi. E’ un corto composto da tre vignette, tre piccoli momenti molto delicati e un po’ inquietanti nella vita di una ragazza. Ho scritto I Fenicotteri il giorno dopo aver visto questo lavoro. In Small Deaths succede molto poco, ma è molto potente. Non che la storia del cinema non sia disseminata di lavori che hanno infranto regole tradizionali. Anche nei film di Godard “non succede niente”, ma non avevo mai incontrato questo discorso della “non storia” trattato con la delicatezza e sensibilità di una voce femminile. Questa è un’altra cosa molto importante per me, la consapevolezza di essere un’artista donna. E’ molto importante per una donna costruire il proprio lavoro sul lavoro di altre donne al fine di sviluppare una voce autentica. E’ un discorso che oggi si è un po’ perso purtroppo.


I FENICOTTERI (FLAMINGOS) TRAILER 2013 from Francesca Coppola on Vimeo.

Come nasce e come si è realizzato il progetto?
Ho sviluppato I Fenicotteri come progetto di tesi all’università. Nasce da una storia personale, che è il divorzio dei miei genitori. E’ la memoria di un momento che ha segnato la mia vita.  I luoghi, gli oggetti e i personaggi fanno parte di questo immaginario. Ho passato la mia infanzia tra Villa Invernizzi, la villa dei fenicotteri e il Parco di Porta Venezia a Milano, anche qualcuno dei mobili usati per il set design (scenografia della fantastica collaboratrice Sara Apostoli) apparteneva alla mia famiglia. I comodini per esempio, sono gli stessi che erano in camera di mamma e papà, per cui ogni cosa e ogni luogo ha un valore molto evocativo per me. C’è un senso di grande nostalgia… forse troppo! In generale sono molto sensibile a questo tipo di sentimento. Sarei in grado di attribuire valore emotivo anche a un tostapane… Scherzi a parte, c’è qualcosa di molto potente nella fine delle cose. In una bellissima poesia E.E. Cummings dice, parafrasando, che il mondo è fatto di buongiorno e rose, e di arrivederci e ceneri.

flamingos

La poesia de I fenicotteri sta soprattutto nelle immagini e nel non detto, che ruolo ha il silenzio nella tua arte?
Il silenzio è una dimensione privata e intima, e molto affascinante. Le riflessioni, le realizzazioni nella vita, anche le idee spesso nascono in un momento di silenzio con noi stessi. A livello cinematografico, sono dell’idea che bisogna tradurre quando possibile le parole in immagini; preferisco un’immagine che racconta a un dialogo che spiega. Il silenzio è ambiguo, lascia spazio a un tipo di comunicazione diversa, che si manifesta sopratutto con le persone con cui si ha più confidenza. C’è un grande potere comunicativo negli sguardi, nei gesti, nel modo in cui si cammina. Questi sono tutti elementi molto interessanti da esplorare nel cinema e nel film. Sicuramente i silenzi nella mia famiglia erano più comunicativi delle parole. Mi sento a mio agio in silenzio, mi fa concentrare e osservare ciò che è intorno.

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Giulia Bortoluzzi

graduated in contemporary philosophy/aesthetics, has been working in collaboration with various contemporary art galleries, theaters, private foundations, art centers in Italy and France. Is a regular art contributor for L’Officiel, editor assistant for TAR magazine, founder and editor for recto/verso and editor in chief for julietartmagazine.com

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