Intervista a Franco Summa – parte due

Catarsi

continua l’intervista a Franco Summa, leggi la prima parte qui.

Anche a Castelvecchio torna ad essere protagonista la porta, un simbolo che nel suo lavoro è sempre molto ricorrente. Un emblema che ha segnato la sua carriera a partire dal 1978 quando alla Biennale di Venezia presentò l’intervento “Catarsi – Metempsicosi – Nesso” che molti ricordano anche per il film con Alberto Sordi, “Le vacanze intelligenti”. Qual è il processo estetico – mentale che si cela nella scelta di questa forma?
Nell’opera Amare Progettare Essere del 1994 vi sono due porte: una per entrare nella vita, l’altra per uscirne. Entrambe nere: dal buio alla luce, dalla luce al buio. La vita è veramente tale se diffonde, attraverso un atto d’amore, il progetto come proiezione di sé verso l’altro da sé, per realizzare significativamente il proprio “essere” sulla terra. Nell’opera ambientale La Porta d’Oro realizzata a Barrea nel 1976 la porta si pone ancora come segno della nascita e della morte, ma qui intese come trasfigurazioni di stato attraverso la valenza simbolica dell’oro. Sull’esagono di pietra bianca inserita nella pavimentazione al centro della piazza antistante, ho collocate due sfere su vertici opposti, una bianca a oriente, una nera a occidente: il giorno e la notte, o la vita e la morte. Nella Biennale di Venezia del 1978 la porta era costituita da una scritta sospesa su paline, in lettere scatolari metalliche dipinte, da attraversare passandoci sotto: SUMMAARS. “Arte somma”:  “Grande arte” veniva dichiarata quella che si andava a vedere nel padiglione centrale. La trasposizione del mio nome in lingua latina accendeva e potenziava significativamente le valenze simboliche dell’oggetto-segno. A Castelvecchio Subequo le case terremotate disabitate vengono segnate con un frammento di arcobaleno (i colori come anima e auspicio di un ritorno alla vita) fissato  sulla facciata, segno di un reimpossessamento rituale operato apponendovi, a fianco, le immagini fotografiche di coloro che quella casa avevano abitato e che, così, virtualmente vi ritornano come presenze. Un fotografo ha appositamente allestito una sala di posa per ritrarre i cittadini.

Catarsi

Franco Summa, Catarsi – Metempsicosi – Nesso, 1978
 

Lei è tra i pochi artisti che quando sono impegnati in un progetto di “riqualificazione” urbana cercano sempre il coinvolgimento della comunità locale che avrà il piacere di condividere lo spazio in cui sarà realizzato l’intervento. Quando è importante  per lei la compartecipazione di un progetto?
Il coinvolgimento dei cittadini residenti ottiene due risultati: la possibilità, attraverso un dialogo collaborativo, di capire meglio gli specifici temi ambientali sui quali intervenire; la possibilità di ottenere una spontanea partecipazione attiva degli stessi cittadini alla realizzazione dell’opera e di averli anche come sostenitori dell’opera stessa.

Clinamen, 1976

Franco Summa, Clinamen, 1976
 

In più occasioni è stato chiamato dalle amministrazioni per suggerire gli interventi più adatti a un processo di riqualificazione di un palazzo, di un centro storico, di un paese, di una città. Quando si è trovato impegnato in questi lavori di consulenza quali sono stati gli errori urbanistici più ricorrenti commessi in passato e come invece si costruisce un dialogo convincente tra arte contemporanea e architettura?
L’arte ambientale urbana, non è una nuova corrente artistica come potrebbero o vorrebbero far credere le etichette “specific site” e “public art”. L’arte pubblica rimanda al suo contrario “arte privata” che non può esserci. L’arte non esiste se non c’è una coscienza che la riconosca come tale. L’arte è sempre stata pubblica. Dalle pitture a fresco, alle sculture, alle architetture a partire dall’inizio della storia del genere umano. Dunque l’etichetta “public art” in realtà non è che uno slogan per lanciare una nuova corrente artistica che anziché in galleria si colloca in spazi urbani. In tal modo facendo un uso distorto della possibilità d’impegno per l’Arte di affrontare il tema della riqualificazione dei contesti urbani degradati, soprattutto delle periferie. Per quanto riguarda questo tema c’è anche da dire che nell’incapacità di considerare le valenze ambientali dei volumi, dei materiali, delle cromie degli edifici si sta lasciando ridipingere le facciate con colori di sintesi che trasformano interi centri storici, i cui colori tradizionali erano in armonia con la natura, in paesaggi di cartone, in una sorta di Disneyland. Si trasforma una armonia raggiunta nel tempo in una cacofonia cromatica. I piani del colore che si proponevano l’obiettivo di controllare e prevenire ridipinture arbitrarie, sono per lo più risultati inefficaci se non, addirittura, dannosi. Per quanto riguarda le nuove costruzioni, da una parte vi è l’edilizia corrente anonima e brutta, dall’altra un esasperato formalismo che interrompe il concetto di ambiente urbano in favore di opere iperscultoree. Questi sono i temi che l’arte dovrebbe affrontare per ritrovare un suo ruolo civico “urbano”.

Monumenti urbani - La Porta del Mare, 1993

Franco Summa, Monumenti urbani – La Porta del Mare, 1993
 

Nella sua pubblicazione “Summa, poeticamente abita l’uomo” edito da Modo nel 2003, in cui sono raccolti gli scritti di Giulio Carlo Argan, Pierre Restany, Lara Vinca Masini, Italo Tomassoni, Almerigo de Angelis, Enrico Crispolti e molti altri, si parla del suo lavoro come “complessa esperienza in bilico tra performance e pittura, tra trasgressione e progetto, tra installazione e ridisegno urbano, la cui chiave interpretativa resta la poesia e il comportamento”. A tal proposito lei conia il termine ARTITETTURA: che cosa vuole intendere?
Penso che l’arte non debba essere intesa in contrapposizione all’architettura (come avviene con l’alternarsi delle Biennali veneziane dove, comunque, nelle ultime erano presenti opere interscambiabili tra arte e architettura) bensì come “Arte” che assomma in sé architettura, grafica, pittura, scultura, design, urbanistica, ma anche poesia, musica e ogni altra disciplina artistica. La città è il prodotto dell’Arte che contiene tutte le arti. È essa, nell’articolazione dell’intero corpus delle discipline, che conferisce vivibilità, significatività e riconoscibilità alla città. Dunque un’Arte che struttura le forme, gli spazi, i percorsi, i monumenti, le prospettive, i colori,  in altri termini tutti gli aspetti dell’abitare nelle dimensioni di vita vissuta nel segno di memorie tradotte in segni. Un “costruire” trasformato in modalità plurima di progettare i luoghi della vita con arte: più precisamente una “Artitettura”. Per esprimere la valenza “modellatrice” dell’Arte (nella sua totalità di indirizzi operativi), può, infatti, risultare appropriato un neologismo ottenuto partendo da “architettura”. Sostituendo “archi-“ (dal greco “arché” “principio”) con l’assonante “arti” e mantenendo “-tettura” (costruire): deriva “Artitettura” che può ben esprimere il senso operativo dell’arte della città.

intervista a cura di Ivan D’Alberto

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