Intervista a Franco Summa – parte uno

Franco Summa, L'Angelo della Rivelazione,--

L’edizione 2014 di OUTSIDE ha come riferimento la parola inglese door, che in italiano significa porta; termine molto caro all’artista Franco Summa, il quale è stato chiamato a realizzare un progetto specifico volto alla riappropriazione di un luogo: il centro storico di Castelvecchio Subequo, Comune della provincia dell’Aquila, interdetto ai residenti e ai turisti per via del terribile sisma che ha colpito la regione Abruzzo nel 2009. Tutta l’operazione è indicata con il titolo door | franco summa project | angelo della rivelazione: un’occasione per riconsegnare, sia concettualmente che fisicamente, agli abitanti di Castelvecchio una parte del centro urbano, da troppo tempo tenuto “sotto chiave”.

Franco Summa, L'Angelo della Rivelazione,--

Franco Summa, L’Angelo della Rivelazione, 2014
 

Door | franco summa project | angelo della rivelazione vuole essere la metafora di una “porta spalancata” capace, attraverso l’esperienza dell’arte, di stimolare l’immaginazione del pubblico che potrà finalmente “rivivere” un luogo abbandonato e dimenticato. L’operazione permetterà di riconsegnare ai residenti, e non solo, gli spazi domestici, i luoghi identitari e la dimensione comunitaria. Alla base di questo progetto c’è l’atto del “varcare una soglia” che simbolicamente identifica il desiderio di riunirsi a un mondo nuovo. La porta in questo caso rappresenta sia la separazione che la comunicazione tra due ambiti, non solo come identificazione dello spazio fisico che delimita l’esterno dall’interno o viceversa, ma anche come passaggio tra due livelli: il noto e l’ignoto, il profano e il sacro. Come la porta definisce il limite tra il mondo estraneo e quello domestico di una normale abitazione, così la porta di un tempio identifica il passaggio tra il mondo profano e quello sacro. Il progetto di Franco Summa rappresenta il ponte tra questi due livelli: il divino e il terreno. Il suo intervento urbano, infatti, parte proprio da un luogo sacro, la piccola Chiesa della Rivelazione per irradiarsi in tutto il borgo di Castelvecchio Subequo attraverso l’uso di segni e segnali che intercettano le porte delle case del centro storico. Juliet Art Magazine ha incontrato il maestro nei giorni in cui ha lavorato al progetto di Castelvecchio approfittando della sua disponibilità per porgli alcune domande e per capire meglio il modo in cui l’artista s’immerge nella realizzazione di operazioni di questo tipo.

Franco Summa, L'Angelo della Rivelazione

Franco Summa, L’Angelo della Rivelazione, 2014
 

Maestro come nasce il suo intervento per Castelvecchio Subequo e quali sono gli aspetti che di solito prende in considerazione per progettare i suoi site-specific urbani?
Le città “storiche” sono opere d’arte i cui autori sono coloro, tra i suoi cittadini, che nel tempo ne hanno curato il configurarsi come luogo della vita sociale e spirituale. L’apporto degli “artisti” è fondamentale per la restituzione in forme simboliche del pensiero, della filosofia, delle memorie, dei sogni vissuti. Vi è stato, nel corso della storia, un lungo, costante “impegno” dell’arte nel “fare” la città, nel definirne l’anima; un impegno che è venuto però a mancare soprattutto nella seconda metà nel secolo scorso. Una serie di fattori ne ha determinato la perdita. L’eccesso di fiducia nelle nuove possibilità della tecnica di dare risposte a tutti i problemi hanno condotto all’abbandono di conoscenze acquisite nel tempo. Regole, anche estetiche, derivate da quelle conoscenze, dimenticate. È venuta a mancare, così, la capacità di valutare il senso e gli aspetti significativi del contesto ambientale in cui si decideva di costruire. Con la conseguenza che la dimensione urbana delle nuove costruzioni, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, ha progressivamente e inesorabilmente perso quelle qualificanti valenze rappresentative e simboliche che sempre avevano caratterizzata la città. L’arte, estromessa dall’importante impegno di dare figura ai luoghi della vita, di dare corpo alle manifestazioni del pensiero e dello spirito nella dimensione fisica del colore e dei materiali si è, per lo più, ripiegata su se stessa. L’Arte ha testato i vari innumerevoli possibili percorsi del linguaggio non verbale sperimentando nuove dimensioni del fare attraverso composizioni e segni espressivi o “astratti”, ma anche trasponendo il pensiero creativo nel gioco degli scacchi, nello sgocciolamento di vernici sulla tela, nel gesto e nell’azione meta-teatrali che utilizza, come mezzo espressivo, il corpo stesso dell’artista. Caduti i grandi valori sociali e spirituali partecipati cui far riferimento e da cui attingere contenuti e temi, l’arte è venuta a muoversi in un ambito a parte, separata dal corpo urbano.

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Franco Summa, L’Angelo della Rivelazione, 2014. Credits Luca Del Monaco
 

La mia scelta operativa, già a partire dalla fine degli anni sessanta, è stata conseguentemente indirizzata a ipotizzare un ritorno a fare arte per fare la città. Sin dalle prime considerazioni mi era apparsa chiara la necessità di contrapporsi alla crescente insensibilità artistica nei confronti della città riaccendendo nei cittadini un interesse per le valenze significative dei luoghi, dei segni e delle memorie in essi contenute. Dunque si trattava di elaborare un’arte capace di disvelamento, ossia capace di far riapparire le valenze significative della città attraverso l’apparizione-apposizione di segni ri-significanti contestualmente pertinenti. Nella seconda metà degli anni sessanta il mio operare artistico si è caratterizzato per l’attenzione alla cultura urbana indagata nell’articolazione di tutte le sue dimensioni significative. Ho cominciato a operare ogni volta percorrendo la città scelta, rivivendone le memorie vitali, assimilandone le emozioni attraverso il calore dei dialoghi con i cittadini, ottenendo la loro partecipazione e il loro coinvolgimento in una consonanza intellettuale ed emotiva. Perciò i miei non sono interventi site-specific. Catalogare le mie opere di arte ambientale urbana sotto questa etichetta sarebbe improprio sia storicamente che concettualmente. “Storicamente” perché sono state realizzate già a partire da molti anni prima del “lancio” di questa etichetta. Concettualmente perché le mie opere derivano da una riflessione filosofica e da una indagine multidisciplinare esercitata sulla cultura, la storia, i simboli, i miti, l’architettura, l’arte, il presente di una data realtà socio-ambientale urbana. Un Arcobaleno in fondo alla via, la scalinata dipinta a Città Sant’Angelo nel 1975, ad esempio non si proponeva come elemento artistico in sé, bensì come agente di modificazione dell’intero contesto ambientale cittadino di cui veniva a trasfigurare le percezioni, le valenze e il senso dei percorsi quotidiani accendendovi dimensioni metafisiche. Era l’apparizione di un “arcobaleno culturale” che “riscriveva” non solo lo spazio fisico ma anche quello mentale e comportamentale. Indicativo è anche uno dei primi interventi ambientali, Piazzetta Rossa, realizzato su una piccola piazza antistante l’edificio della fonte termale di Pejo nel 1968. Un luogo dunque di turismo, non di residenza, non di socialità civica. Sulla sua pavimentazione ho dipinto, al centro, un quadrato rosso di misure proporzionate al contesto spaziale. Parallela a uno dei lati ho tracciato la scritta “Piazzetta rossa”. La contestualizzazione del testo, in qualche modo, indirizza la lettura dell’opera che può essere “vista” nella sua capacità di trasfigurare l’ambiente, ma anche “interpretata” in rapporto ad un momento storico: quello in cui il Partito Comunista Italiano aveva assunto la Russia come riferimento ideale per l’attuazione di un radicale cambiamento politico-sociale. Piazzetta Rossa evoca in “riduzione” la valenza simbolica della Piazza Rossa di Mosca con le sue grandi manifestazioni per celebrare il comunismo. È, dunque, un intervento urbano che riscrive la fisionomia ambientale, ma che anche esprime un pensiero variamente interpretabile in un continuo presente.

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Franco Summa, L’Angelo della Rivelazione, 2014. Credits Franco Summa
 

Quando mi è stato chiesto d’intervenire a Castelvecchio Subequo ho accettato con convinzione perché c’erano presupposti per l’assunzione di un impegno ambientale significativo e importante da vari punti di vista. Sconvolto dal terremoto aquilano, i cittadini di questo centro storico hanno dovuto, con infinito dolore, abbandonare le proprie case. Perdere la casa in cui si è nati e vissuti per generazioni é perdere in qualche modo una parte di se stessi, forse la parte più sensibile: la prima identità ambientale e affettiva. Ho girato per il paese “proibito” perché a rischio crolli; ho cercato di carpirne lo spirito aleggiante, il genius loci. Un’azione mi appariva inderogabile: riportare, in qualche modo, nelle proprie case chi le aveva dovuto abbandonare indicando loro un percorso da fare per ridare senso e vita alle loro memorie, ai loro luoghi. Un percorso mentale con un punto di partenza individuato in una piccola chiesa con volte a botte protetta da un tetto a capanna; tutti elementi leggibili in senso simbolico. Sulla facciata le due lesene, agli angoli della chiesa, segnati come “arcobaleni culturali” incorniciano l’insieme dei bassorilievi in pietra del portale e della nicchia con la Madonna con bambino e un angelo ad ali spiegate che annuncia la Rivelazione. Ho scelto quel viso come centro “spirituale” di tutto l’intervento allumandolo con una foglia d’oro. “L’angelo della Rivelazione” annuncia ai cittadini una possibilità di rinascita, una possibilità di “ritrovarsi” accomunati nel sentimento di un tempo vissuto tra quelle vie, tra quella natura, tra quelle pietre. Accanto alle porte del borgo antico frammenti dell’arcobaleno fissate insieme alle foto dei visi dei proprietari delle case abbandonate. Un modo per riportare una importante parte di sé in quelle dimore: la propria immagine.

l'arcobaleno

Franco Summa, Un arcobaleno in fondo alla Via
 

Il suo percorso artistico – professionale è costellato da operazioni che hanno messo in relazione i contesti urbani e l’arte, tanto da essere definito il dèus ex màchina del binomio ambiente e arte. Tra i progetti realizzati quali sono gli interventi che maggiormente hanno segnato il suo cammino?
Per me non si tratta di mettere in relazione l’arte, intesa come cosa a sé, con un qualsiasi angolo urbano. Da sempre ho cercato di capire il luogo in cui venivo a intervenire verificandone tutte le dimensioni spaziali e architettoniche, ma anche la sua complessità di stratificazioni culturali. Una prima fase essenziale per individuare gli elementi da mettere in relazione e da cui far derivare l’opera. Un’opera dunque non “collocata”, bensì direttamente creata “leggendo” e “riscrivendo” le specificità contestuali. L’opera di arte ambientale urbana è un’opera che parla di uno specifico contesto ambientale con il suo linguaggio. Uno dei primi interventi, in cui si esprime validamente questo modus operandi, è quello di cui parlavo prima, Un arcobaleno in fondo alla Via. Nella scelta di intervenire sulla scalinata della ex chiesa di Sant’Agostino si evidenzia la volontà non di “decorare” un elemento architettonico, bensì di farne segno significante che implica nella sua significazione l’intera prospettiva del corso, ridefinendone la percezione del percorso che attraversa quel centro storico con le sue variazioni di livello. La composizione cromatica del mio “arcobaleno culturale” (non i “naturali” sette colori dell’iride bensì un incastro di una doppia serie di dodici colori saturi) parla della elevazione spirituale attraverso l’ascesa dai colori caldi a quelli freddi, riverberando la forza luminosa nell’intero contesto ambientale urbano trasfigurandolo. Un’altra opera in cui i colori assolvono il ruolo di metalinguaggio è La Porta del Mare. Pittura scultura architettura: un elemento urbano proporzionato alla prospettiva del corso principale di Pescara Centrale dalla stazione ferroviaria al mare. Con la valenza di monumento per la pace (elevato nel momento in cui nei Balcani infuriava una lotta fratricida) in cui 56 colori indicano la possibilità di armonica convivenza tra culture e popoli diversi, La Porta del Mare evoca nelle sue forme ancestrali: la Porta dei Leoni a Micene, Stonehenge, l’arco di Trionfo, ossia forme simboliche che abitano nel profondo della coscienza storica dell’uomo.

l’intervista continua qui

Ivan D’Alberto

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