Intervista a Gianni Pezzani. Parte uno

Dalla serie Parma dorme  2013

Gianni Pezzani (1951 Colorno – Parma), è dagli anni settanta un caparbio sperimentatore, protagonista d’innovazioni tecniche e di ricerche che hanno anticipato i tempi. Inizia indagando sul colore ed esponendo nel 1979 con Lanfranco Colombo. Poi selezionato nel 1981 dalle edizioni Time-Life tra i sei più grandi fotografi emergenti con la pubblicazione del suo portfolio. A parte le numerose esposizioni e i numerosi premi in ambito artistico, troppi per elencarli in questa sede, egli è da sempre attivo nel mondo della moda, con Vogue e non solo. Sulla scia delle serie sulle città di notte, Milano di Notte (2008) e Nippon Night (2010/2011), si colloca la mostra di Parma: Parma Dorme.

Tu sei stato uno dei primi a sperimentare con il colore in un momento in cui era predominante il bianco e nero. E hai creato una gerarchia chimica di viraggi che hanno reso le fotografie pittoriche. Per questo la critica ti ha spesso accostato a una certa pittura più che ad altri fotografi. Com’è nata questa ricerca?
Io ho iniziato a fare foto da bambino, facevo delle messe in scena con i miei compagni di scuola e con il bidello. Avevamo una Ferrania a fuoco fisso 6×6 e le stampe le faceva un fotografo che ogni domenica veniva a Colorno da Parma. Erano stampe al bromuro d’argento, bellissime. Poi andando all’università a Firenze ho abbandonato la fotografia per poco, per poi riprenderla immediatamente grazie al contatto con gli studenti d’architettura con cui condividevo l’appartamento. Tutti avevano la macchina fotografica per fare documentazione per i loro esami e mi hanno dato accesso alle loro macchine e alla camere oscure. Così ho iniziato a sperimentare. Stampavo e sperimentavo. Ma c’è da dire che loro mi hanno insegnato molto, iniettandomi velocissimamente attenzioni quali la cura, la pulizia, l’asciugatura.

Una volta laureato, facevo Scienze Agrarie, son tornato a Colorno (Parma) e ho avuto la mia camera oscura e ho iniziato a fotografare. Però a me il bianco e nero mi stuccava, non mi piaceva, mentre il colore delle pellicole kodak, fuji, allora c’era anche la konica, non mi piacevano per via dei colori troppo simbolici. Il blu era sempre diverso da quello del cielo. Frustrato e insoddisfatto dei risultati, grazie anche alla mia cultura scientifica e alla passione per la chimica, avevo capito che i viraggi trasformavano il bromuro d’argento: l’argento ti da il nero quando è ossidato totale, grigio quando ce ne è poco, grigio chiarissimo quando ce ne è pochissimo e bianco dove non c’è. Il viraggio cosa faceva? Sostituiva alcuni elementi chimici tipo lo zolfo all’argento e quindi lasciava i bianchi bianchi e colorava dove era argento. Però erano tutti formulati monocromatici. Non mi son dato per vinto e ho cercato in giro andando direttamente dai produttori di questi formulati e ho provato a mescolare, ma era impossibile. Allora cosa ho fatto, ho iniziato a colorare delle parti delle foto con il pennello facendo molta attenzione. Effettuavo molti lavaggi lunghi tra un passaggio e un altro e con la giusta diluizione ho creato una gerarchia dei viraggi: se davo il rame che dava rosso/rosa, poi potevo dare immediatamente dopo il ferro ferroso. Se facevo l’opposto non era la stessa cosa. Ma sempre diluendo moltissimo, in modo che ombreggiasse la vivacità dei colori.

E il colore ha assunto connotazioni diverse al passaggio dall’analogico al digitale?
Quando ero a un livello altissimo con questo tipo di tecniche, anche col banco attico e varie strumentazioni in cui avevo investito parecchio, è entrato in scena il digitale. All’inizio era un po’ grossolano, ma ho preveduto cercando di usarlo immediatamente. Capivo che sarebbe stato il futuro. Le prime digitali si sporcavano facilmente, le macchine da turista no, ma su quelle professionali, che potevano essere smontate, la polvere finiva ovunque. E la taratura dei colori era molto difficile. Io ho continuato il mio lavoro su pellicola, nel frattempo mi documentavo e provavo. Ma per arrivare a un stampa digitale degna della mia visione, degna di stare per giorni nel mio studio, ci ho messo se non otto anni, anche nove. Ovviamente nel lavoro nella moda e per le riviste, già nel 2005 facevo cataloghi in digitale. Però per avere delle stampe d’arte ci è voluto più tempo. Ho fatto tutto, alberi, paesaggi, personaggi. Addirittura i primi anni usavo vecchie macchine a lastre invece di stampare direttamente dalle diapositive o dai negativi, digitalizzavo aspettando che i file delle macchine fotografiche fossero di qualità maggiori. Tante foto nei boschi, della serie Humus (2005/2013), sono state fatte o col banco ottico o con la Rollei e poi digitilazzate e solamente dopo anni stampate in digitale. Ora siamo ad alti livelli, le macchine consentono alta qualità, ma per le foto in notturna come faccio io non puoi mai far decidere alla macchina. Per mantenere una mia qualità devo imbrogliare un po’, sfruttando al massimo le potenzialità del mezzo che ho, facendo tanti file con tante luci diverse e poi sovrapponendoli.

Da tempo sei nel campo della moda, con Vogue e non solo. Nel 1984 ti sei trasferito in Giappone e Indonesia. Il rapporto con questo ambiente com’è per te? E’ stato un rapporto di scambio? Qualcosa si è riversato nella tua ricerca fotografica?
Molto. Dal punto di vista tecnico soprattutto. Quando hai a disposizione uno studio con i modelli o quando Vogue ti organizza un esterno con redattrici e tecnici o ha prenotato un ambiente, tu fai foto di grande qualità. Devi fare foto di grande qualità. Hai l’obbligo di concludere il lavoro indipendentemente dalla situazione climatica e dal tempo a disposizione. L’arte si riversa nella moda e la moda ti da quella sicurezza e lucidità mentale che ti mette in condizione di superare qualsiasi ostacolo, qualsiasi problema. Adattamento e tecnica. Lì poi un riavvicinamento al colore e all’odiata kodak, con lastre di grande formato, addirittura usavamo le pellicole di cinema per alcune cose. Dal punto di vista tecnico il lavoro nella moda mi ha dato una grande forza.

Ho notato nella tua biografia un vuoto storiografico di circa 20 anni, da metà anni 80 e ai primi 2000. Questo gap certificativo è strano. Tu non sei il tipo di persona che si ferma, cos’è successo? Ti sei dedicato solo alla moda? Ma non solo, io ho visto alcune foto della serie Troppo cazzo (1980), che mi hanno incuriosito. Andrea Tinterri, curatore della prossima mostra, mi ha parlato di fotografie sul sesso mai esposte, anche risalenti agli anni 70. Durante il periodo d’assenza hai per caso portato avanti quella ricerca? La esporrai prima o poi?
Quello è stato un periodo morto. A un certo punto, nell’ 84 ero molto deluso dalla gestione della fotografia. L’ambiente era noioso, io mi annoiavo di frequentarlo e non sopportavo i pedanti addetti ai lavori. Tranne alcuni, quelli che non si prendono sul serio, molti invece sono dei catafalchi. Colombo è stato il primo grande manager della fotografia, dava soldi e faceva stare bene, aveva la casa editrice, pubblicava la rivista Diaframma, ti proponeva in mostre internazionali. Riusciva a proporti nel modo giusto. A ogni sua inaugurazione si diffondeva l’interesse per scoprire quale novità avrebbe proposto. Io, comunque, mi sentivo frustrato, tornavo a casa depresso. Non facevo parte di quell’ambiente. La fotografia era per me molto importante, perché fondamentalmente era il mio spazio libero, mentre anche in quella di lavoro dovevo consolidare dei rapporti. Quindi le serie sul sesso erano completamente estranee a questi due contesti, uno spazio franco dove tutte le costrizioni ambientali erano annullate. Quando ho presentato Troppo cazzo ce li avevo tutti contro, galleristi e critici.

l’intervista continua qui

Dalla serie Parma dorme 2013

Gianni Pezzani, dalla serie Parma dorme, 2013

Dalla serie Nippon night 2011

Gianni Pezzani, dalla serie Nippon night, 2011

Dalla serie cucina della mamma sorpresa nella notte 1982

Gianni Pezzani, dalla serie cucina della mamma sorpresa nella notte, 1982 

Dalla serie Humus 2012

Gianni Pezzani, dalla serie Humus, 2012

Dalla serie Mouches à lire 2009

Gianni Pezzani, dalla serie Mouches à lire, 2009

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