Intervista a Giorgio Bonomi

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Recentemente a Torino, il Bhuman Shah Art&Meditation Centre, la Fusion Gallery e la Galleria Riccardo Costantini Contemporary hanno presentato Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea a cura di Giorgio Bonomi, rilanciando una riflessione – tuttora in fieri – sul corpo come mezzo di comunicazione. Il progetto rappresenta una sorta di trasfert dalla letteratura all’esposizione, derivando dal saggio omonimo di Bonomi (Rubbettino Editore), nel quale il curatore e giornalista prende in esame oltre settecento artisti dagli anni settanta a oggi. Durante tutto il 2013 sono state realizzate numerose mostre e considerata la mole di suggestioni, Bonomi ha iniziato un secondo volume, del quale sono state date alcune anticipazioni a Torino.
Di seguito, alcune domande all’autore de Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea:

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Cristian Ciamporcero, Soggetto 0025, 2012
 

Nella prefazione allo storico testo di Newhall Storia della fotografia si legge: «Fin dal 1839 la fotografia è stata un mezzo vitale di comunicazione e di espressione. […] La fotografia è nello stesso tempo una scienza e un’arte, e ciò che lega indissolubilmente i due aspetti è la sua straordinaria evoluzione da surrogato di un’abilità manuale a forma d’arte indipendente» [1]. Lei ritiene che la fotografia oggi abbia una valenza artistica ormai acquisita, fondata su regole precise in grado di determinarne il livello qualitativo o che la sua ricchezza sia legata alla capacità estremamente diretta e “pop” di comunicare, aldilà  del reale valore tecnico-stilistico?
Che la fotografia sia anche arte è un dato acquisito da più di un secolo; piuttosto oggi il problema è quello della tecnologia che, se da un lato permette alla creatività artistica possibilità prima sconosciute (un po’ come l’introduzione dei colori acrilici nella pittura), da un altro invece fa apparire arte anche quelle opere realizzate al (dal) computer e poi stampate con macchine sofisticatissime. Da qui quell’aurea di “mediocrità” che pervade molta parte del sistema odierno della fotografia.
Negli ultimi tempi mi pare che alcuni artisti tentino vie nuove, appunto artistiche, cioè intervengano con piccoli elementi personali ed originali, nel momento del fare la foto o poi, nella stampa. Si pensi a come stia tornando l’esigenza del bianco e nero, anche perché i cibachrome funzionano più per i cartelli pubblicitari che per i musei d’arte contemporanea.

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Cristina Gugnali, Mimesi, 2010
 

L’autoscatto rappresenta un momento di sperimentazione in ambito fotografico, ma parlando di rappresentazione del sé, non possono che venire in mente gli autoritratti pittorici e scultorei che da sempre fanno parte della storia dell’arte. Lei crede che l’autoscatto sia un’evoluzione dell’autoritratto o che sia legato a un contesto differente e abbia, dunque, motivazioni differenti?
Sicuramente alcune motivazioni psicologiche sono identiche sia nell’autoritratto pittorico che in quello fotografico; tuttavia c’è una differenza fondamentale: il pittore fa un ritratto di se stesso da solo; invece per avere un autoritratto con la fotografia serve il fotografo; nell’autoscatto poi il soggetto e l’oggetto, l’operatore e la persona ritratta coincidono nell’autore unico. La cosa implica non poche conseguenze.

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Fulvio Bisca, Self-portrait after Francis Bacon #3, 2011
 

Nel suo saggio Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea [2] lei fa esplicito riferimento a delle categorie, a delle classi relative alle numerose tipologie di autoscatto (ricerca sull’identità, travestimento, narrazione, nudità, assenza, denuncia e sperimentazione), ma la classificazione che appare più “discutibile”, è quella relativa alla mercificazione del proprio corpo. Lei stesso fa riferimento alla pornografia e a una sorta di ostentazione egotica del proprio corpo, evidente soprattutto negli ultimi anni, nei quali hanno fatto la loro comparsa fotocamere digitali e smartphones, che consentono a chiunque di realizzare fotografie di se stessi e pubblicarle in rete. A parità di soggetto rappresentato, qual è la differenza tra un mero narcisista e un artista che utilizza l’autoscatto per “comunicare” e non per ricevere “like” sul proprio profilo social?
Quando ho iniziato la mia ricerca non c’erano i telefonini che facevano le fotografie né i siti pornografici su internet, così ho riportato, come dato sociologico, gli autoscatti presenti sui giornali pornografici (soprattutto delle coppie “scambiste”); e ho anche accennato agli scherzi fatti dai giovani con le macchine per le fototessere. Oggi è tutto diverso, c’è un’esplosione orgiastica di autoscattisti che si postano sulle reti, ma, essendo dilettanti, non m’interessano, se non come fenomeno di costume.

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Eleonora Manca, I sing the Body Electric, 2012
 

Ultime due domande: crede che l’autoscatto sia una tecnica concettualmente affine a quella della performance o che le due rappresentino momenti espressivi differenti? E se l’autoscatto nasce durante un atto performativo?
Prevalentemente, autoscatto e performance sono cose diverse, anche se spesso si fa una sorta di performance, magari privata e solitaria, per auto-riprendersi nel modo voluto (si pensi alla “performance” del taglio di Fontana, magistralmente ripresa da Ugo Mulas). Gli scatti o autoscatti durante una performance possono essere di documentazione o diventare opera in tutto e per tutto, fondati su una loro autonomia, così da poter essere…”appesi a al muro”.

[1] Newhall B., Storia della Fotografia, Einaudi, Torino 1984
[2] Bonomi G., lI corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea, Rubbettino Editore, Cosenza 2012
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Cecilia Leucci

Specializzata in Storia dell'Arte contemporanea presso l'università di RomaTre, è critico d'arte e curatore e opera per enti pubblici e privati; si occupa di progettazione, gestione e organizzazione culturale; collabora con riviste e quotidiani nazionali e locali e ha all’attivo numerose pubblicazioni; tiene inoltre, lezioni di curatela artistica nell’ambito di vari corsi di formazione professionale

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