Intervista a John Jaspers – Direttore del Centro Internazionale di Light-Art, Unna

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Da quando sempre un maggior numero di artisti ha impiegato la luce come materia espressiva, il termine ‘light-art’ è più generalmente accettato, sebbene, indipendentemente dalla sua definizione, è necessario farne un uso restrittivo… la materia (della light-art) è prodotta dell’uomo, e la luce deve essere artificiale… Parte della definizione dovrebbe focalizzarsi non sulle qualità estetiche, indipendentemente da quanto impressionanti possano essere i suoi effetti, ma sul fatto che la risorsa-luce è la materia con cui fini estetici vengono perseguiti.
John Jaspers, in Li Hiu, Selected Works 2003 – 2013, 2013

S.B. Sono felice che secondo la sua definizione, la luce è materia. Potrebbe meglio articolare questa definizione?
J.J. La light-art è un genere artistico di nicchia, rientrando nella categoria dell’Installazione e Scultura. Mentre artisti come James Turrell, per esempio, adottano un approccio alla ricerca della purezza della luce, altri artisti come Dan Flavin o François Morellet, di cui stiamo preparando una mostra personale a settembre, utilizzano materiali dall’industria, attraverso il ready-made, impiegando spesso leggi matematiche. Questi ultimi artisti sono più interessati agli effetti della luce che alla luce quale risorsa. Nel caso di Dan Flavin, le installazioni diventano Pittura; ovviamente viene qui utilizzata una fonte luminosa, ma ciò che più interessa, è ciò che accade: come un dipinto tridimensionale, attraverso gli strati pittorici della luce. È un approccio differente; nella light-art si hanno stream differenti. Quindi la Light-Art certamente è un genere; non sono però sicuro esistano artisti della light-art; esistono invece, artisti che lavorano con diversi medium, tra i quali la luce.

Se contestualizziamo la storia della light-art, rintracciamo una prima fase fenomenologica (anni 60-70), a cui seguono un periodo concettuale/linguistico, una svolta post-strutturalista, e il contesto contemporaneo dove gli artisti, considerano l’’Esperienza’ come complementare all’opera d’arte.
Ciò a cui siamo di fronte in questo museo, è infatti ‘Esperienza della Luce’. Possiamo avere sculture di luce di piccole dimensioni, che possono essere esteticamente, belle, ma si può fare esperienza della luce solo attraverso lo spazio. Questa relazione è infatti, parte integrante dello statement del museo: fare esperienza della luce in un modo differente, che metta in gioco la prospettiva individuale attraverso i diversi gradienti e nuances che appartengono alla luce; in questo caso, il visitatore deve prendere un rischio. Cerchiamo però di presentare un’esperienza senza diventare commerciali. Le persone hanno bisogno di vedere questi effetti di persona… Nell’articolare la luce attraverso la tecnologia e modelli matematici, la luce ha un’influenza immediata sui nostri sensi; la luce trasporta il visitatore attraverso vari stati percettivi – colori, atmosfera – ed è sempre difficile spiegare esattamente questo processo… Se la media di osservazione di un dipinto è di 6-12 sec. in un museo, non è questo il nostro caso. Le installazioni richiedono tempo ed è necessario fare esperienza di ciò che la luce fa a te, quale spettatore… È un’arte meditativa, perché si percepisce con i sensi, e ha influenza sugli stati emotivi. Ci vuole tempo per percepire gli effetti della luce.

Come meglio descriverebbe questa differenza tra l’aspetto materiale della luce, e l’aspetto tecnologico?
Se si entra al museo la mattina presto, tutte le installazioni sono spente… be’ allora, non rimane molto poco del museo di per sè. Prima di tutto, c’e bisogno di elettricità. Ma, veramente la light-Art ha bisogno di elettricità? È vero che ci sono opere che impiegano la luce naturale – come la Camera Oscura, lo Skyspace di James Turrell, un’opera che non è mai uguale a se stessa ma cambia a seconda del cielo, vento e delle condizioni metereologiche – ma nel caso di James Turrell, l’artista guarda alla luce naturale per osservare un’altra luce: Turrell però necessita della luce artificiale. La luce delle lampadine, delle fonti luminose, così com’è necessario creare obiettivi estetici. In modo analogo, è quello che è accaduto quando gli artisti hanno iniziato a usare altri materiali, prima in pittura in modo tridimensionale, e successivamente attraverso il mezzo tecnologico, come le installazioni. Dan Flavin, ha iniziato, acquistando e assemblando nuovi materiali; la fonte luminosa da sola, non è sufficiente – c’è necessità di altri materiali, come il ferro, il legno e altre armature. È per questo motivo che la light-art non è uno stream indipendente, ma appartiene al genere della Scultura e dell’Installazione.

Estratto dall’intervista a John Jaspers, Drirettore del Centre for International Light Art http://www.lichtkunst-unna.de/en/start-page.html

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James Turrell – Floater 99 (1999/2001), Photo: Frank Vinken, courtesy Zentrum für Internationale Lichtkunst Unna | Centre for International Light Art Unna

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Joseph Kosuth – Die Signatur des Wortes [Licht und Finsternis] (2001), Photo: Frank Vinken, courtesy Zentrum für Internationale Lichtkunst Unna | Centre for International Light Art Unna

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Mischa Kuball – Space-Speech-Speed (1998/2001), Photo: Frank Vinken, courtesy Zentrum für Internationale Lichtkunst Unna | Centre for International Light Art Unna

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Keith Sonnier – Tunnel of Tears for Unna (2002), Photo: Frank Vinken, courtesy Zentrum für Internationale Lichtkunst Unna | Centre for International Light Art Unna

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è interessata agli aspetti Visivi, Verbali e Testuali che intercorrono nelle Arti Moderne Contemporanee. Da studi storico-artistici presso l’Università Cà Foscari, Venezia, si è specializzata nella didattica e pratica curatoriale, presso lo IED, Roma, e Christie’s Londra. L’ambito della sua attività di ricerca si concentra sul tema della Luce dagli anni ’50 alle manifestazioni emergenti, considerando ontologicamente aspetti artistici, fenomenologici e d’innovazione visuale.

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